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La Legge Elettorale: un pasticcio che di tedesco ha ben poco

Dopo la bagarre alla Camera, e il presunto tradimento dei 5 Stelle e di alcuni deputati del PD, poiché alcuni hanno paura di perdere la poltrona (e 80 mila euro), passiamo ad analizzare come avrebbe dovuto essere la nuova legge elettorale che ci avrebbe permesso di votare a Settembre. Si dice che sia basata sul modello tedesco, anche se di “tedesco” ha poco e nulla.

IL TESTO DELLA PROPOSTA

Innanzitutto analizziamo brevemente il testo arrivato alla Camera dei Deputati 6 giorni fa.

Il testo presentato, sarebbe la modifica del cosiddetto “Rosatellum” presentato il 16 maggio scorso da parte di Fiano e che è stato modificato dopo l’approvazione di una sorta di “emendamento tedesco”.

Ecco cosa dice, in breve, la proposta: alla Camera il territorio sarà diviso in 28 circoscrizioni (inclusi Val d’Aosta e Trentino-Alto Adige) e 225 collegi uninominali (esclusi Val d’Aosta e Trentino-Alto Adige), mentre al Senato le circoscrizioni saranno regionali e in più vi saranno 112 collegi uninominali (esclusi Val d’Aosta e Trentino-Alto Adige) al Senato.

I simboli delle liste sulla scheda elettorale saranno affiancati, sulla sinistra, dal nome del candidato del collegio uninominale, e sulla destra dai nomi dei candidati della lista circoscrizionale (da due a sei, tranne in Molise dove la lista sarà composta da un solo nome; idem al Senato, dove però, nella sola Lombardia, la lista potrà contenere fino a sette nomi). Si voterà tracciando un solo segno, che sarà valido sia per il candidato uninominale sia per la lista.

Accederanno alla distribuzione dei seggi solo le liste che supereranno il 5% nazionale (sia alla Camera che al Senato). La ripartizione dei seggi sarà nazionale alla Camera e regionale al Senato. Una volta determinati quanti seggi spettano a ciascuna lista, saranno eletti prima di tutto i candidati giunti primi nei rispettivi collegi in ordine decrescente di percentuale ottenuta, e poi a seguire i candidati della lista circoscrizionale bloccata, in ordine di presentazione.

Tra le incognite dell’esame in Aula c’è proprio la questione dell’ordine di elezione: un emendamento del PD proporrà che si dia precedenza ai candidati di collegio “perdenti” (cioè che non arrivano primi) rispetto ai candidati della lista bloccata; un altro emendamento proveniente da Fratelli d’Italia invece sarà mirato proprio ad eliminare le liste bloccate, proponendo l’introduzione delle preferenze.

Nonostante presenti alcune correzioni, il “Tedeschellum” presenta ancora delle criticità a livello tecnico, che di tedesco hanno ben poco.

I DIFETTI DELLA PROPOSTA

1) CANDIDATI : 

La proposta di legge, come ho riassunto brevemente, istituisce un sistema elettorale proporzionale con soglia di sbarramento al 5%. Il territorio nazionale è suddiviso in 28 circoscrizioni a loro volta ripartite in 234 collegi uninominali (compresi quelli del Trentino-Alto Adige e della Valle d’Aosta). Stabilito il numero dei seggi spettanti a ciascuna lista in una determinata circoscrizione, i candidati che vengono eletti sono dapprima i vincitori dei collegi di quella circoscrizione (in base alle migliori percentuali ottenute), quindi i candidati della lista circoscrizionale secondo l’ordine di presentazione, e in ultimo i migliori perdenti dei collegi.

Il testo prevede che ogni lista possa presentare, in ogni circoscrizione, un numero di candidati «non superiore a un terzo (…) del numero dei seggi spettante, per ciascuna circoscrizione, alle liste circoscrizionali», ma in ogni caso non inferiore a due e non superiore a sei (fa eccezione il Molise che ha diritto a un solo candidato oltre a quelli dei collegi). Le liste bloccate, quindi, sono sufficientemente corte da essere riportate sulla scheda elettorale per facilitare la riconoscibilità dei candidati da parte degli elettori. Tuttavia, la ristrettezza del numero dei candidati comporta un esito paradossale: una forza politica che ottenesse, sul piano nazionale, un numero di consensi superiore al 60% non avrebbe un numero sufficiente di candidati eleggibili in parlamento.

Infatti, a causa dei limiti imposti dalla legge, il numero di candidati che ogni partito può presentare nelle liste circoscrizionali per la Camera dei Deputati non supererà in nessun caso i 120 in ambito nazionale. Sommati ai 234 candidati nei collegi si ottiene un numero massimo di candidati di 354, pari al 56% dei seggi dell’intera Camera (un’interpretazione estensiva del comma riportato poc’anzi aumenterebbe questo numero a 376, ma ciò non cambia la sostanza del ragionamento). Discorso analogo per il Senato, con numeri ovviamente differenti.

Il problema potrebbe apparire formale più che sostanziale, benché la coerenza formale di una legge sia tutt’altro che un orpello. Diventa di sostanza, tuttavia, a causa della possibilità, prevista dal testo, della doppia candidatura in un collegio e in una lista circoscrizionale. Ciò significa che il numero complessivo dei candidati per ogni lista sarà, presumibilmente, inferiore a 354. Nel caso in cui un partito candidasse nei collegi uninominali tutti i 120 nomi dei listini quel numero si ridurrebbe da 354 a 234: cioè il 37% dei seggi alla Camera, una percentuale ottenibile anche con meno del 37% dei voti dal momento che la soglia di sbarramento sovra-rappresenta i partiti che la raggiungono.

La proposta di legge specifica che, qualora il numero dei candidati in una circoscrizione per una lista sia inferiore al numero dei seggi che a essa spettano, i seggi che mancano saranno assegnati alla stessa lista in altre circoscrizioni. Il testo non prevede, tuttavia, l’ipotesi che in ambito nazionale una lista ottenga un numero di seggi superiore al numero dei candidati presentati, e quindi non fornisce soluzioni a riguardo. Eliminare la possibilità di doppia candidatura o limitarla a un solo nome del listino ridurrebbe, non eliminandola del tutto, la probabilità che si verifichi tale eventualità.

2) SQUILIBRIO DEI COLLEGGI

La proposta di legge elettorale delega al governo (e, quindi, agli esperti del ministero dell’Interno) il disegno dei collegi uninominali. Il decreto legislativo dev’essere adottato entro dodici mesi dall’entrata in vigore della legge. Il testo, cautelandosi in vista dell’imminente fine della legislatura (febbraio 2018, salvo scioglimento anticipato delle Camere), ha stabilito dei collegi validi per le prossime elezioni politiche: essi coincidono, per la Camera, con i collegi previsti dal Mattarellum per il Senato (in entrambi i casi sono 225, oltre quelli del Trentino-Alto Adige e della Valle d’Aosta), mentre per il Senato sono ricavati a partire dagli accorpamenti dei collegi della Camera.

Dunque i collegi previsti dalla proposta di legge, in attesa del decreto legislativo che, visto l’ampio arco di tempo concesso al governo per esercitare la sua delega, potrebbe essere emanato anche dopo le prossime elezioni, sono ritagliati in base al censimento del 1991 e non a quello più recente, risalente al 2011. I mutamenti demografici occorsi in questi ultimi 26 anni in alcune aree del paese hanno reso anacronistici alcuni di questi collegi. Per esempio la circoscrizione Lombardia 3 alla Camera (coincidente con le province di Brescia e Bergamo) dispone di soli 7 collegi uninominali sui 24 seggi a essa assegnati: una media di circa 330 mila abitanti per collegio, laddove in Basilicata (5 collegi per 6 seggi assegnati: un paradosso, perché la legge le impone due candidati nella lista bloccata portando a 7 le candidature complessive nella circoscrizione per soli 6 seggi) la media è di circa 115 mila abitanti per collegio.

Basterebbe rimodulare il numero dei collegi assegnati alle circoscrizioni, aumentando da 7 a 10 quelli della Lombardia 3 e diminuendo di due unità i collegi lucani e di una quelli umbri per avere un rapporto tra popolazione e collegi molto più omogeneo tra le varie circoscrizioni.

Inoltre, i collegi previsti dalla proposta di legge non tengono conto dei 63 comuni che dal 1993 a oggi sono nati in seguito alla fusione di comuni precedenti. In alcuni casi, come Val Brembilla in provincia di Bergamo e Borgo Virgilio in provincia di Mantova, il territorio di questi nuovi comuni è suddiviso in due collegi differenti.

Come risulterà facile capire, quello che giornalisticamente viene definito “sistema tedesco” è, in realtà, un modello che ha solo alcune lontane analogie con quello in vigore in Germania. Mi spiego :

Per prima cosa, si tratta di un sistema elettorale proporzionale: in linea generale questo significa che i seggi vengono assegnati ai partiti in misura proporzionale rispetto ai voti ottenuti dalla lista. La differenza di fondo fra proporzionale e maggioritario è che in un sistema proporzionale risultano eletti i candidati che stanno in una lista (con o senza preferenze), proporzionalmente ai voti ottenuti. Invece, in un sistema maggioritario uninominale – come quello che vige in Gran Bretagna o in Francia – il territorio nazionale è diviso in tanti piccoli collegi, in ciascuno dei quali viene eletto un unico rappresentante, quello che vince in quel collegio.

Il simil-tedesco ha, poi, uno sbarramento nazionale del 5%, come nel sistema tedesco vero. Vale a dire che ogni partito che non raggiunge il 5% dei voti a livello nazionale rimane fuori dal Parlamento. L’obiettivo strutturale delle soglie di sbarramento, presenti in tanti sistemi elettorali in giro per il mondo, è quello di ridurre la frammentazione partitica. Facendo una ipotesi realistica con uno sbarramento al 5% a oggi entrerebbero alla Camera solo quattro partiti: Pd, Movimento 5 Stelle, Forza Italia e Lega Nord. L’effetto politico diretto è che probabilmente con una soglia del 5% rimarrebbero invece esclusi Fratelli d’Italia, Alternativa Popolare di Alfano e i soggetti a sinistra del Pd (come Mdp e Sinistra italiana).

Il sistema in discussione, inoltre, non ha nessun “premio di maggioranza”, cioè un premio in seggi attribuito alla lista o alla coalizione vincente. In questo corrisponde al modello tedesco, e d’altra parte il premio di maggioranza è un correttivo che in tutta Europa esiste solo in Italia e in Grecia: altrove, se si vuole creare una “disproporzionalità” e cioè favorire i partiti maggiori, si utilizzano o circoscrizioni piccole (come in Spagna) o, appunto, i collegi uninominali (come in Gran Bretagna). Infine, una delle caratteristiche più difficili da padroneggiare per i non addetti ai lavori: il cosiddetto rapporto 50%-50%, fra proporzionale e collegi. In Germania funziona così: l’elettore può esprimere due voti diversi – un “primo voto”, Erststimme, per il candidato di collegio e un “secondo voto”, Zweitstimme, per il partito –.

Quest’ultimo è il voto più importante, perché è quello che determina – in modo proporzionale – il numero totale dei seggi che spetta a ciascun partito; ma metà degli eletti di ciascun partito sono scelti andando a vedere chi ha vinto, collegio per collegio, nel “primo voto”. Questo procedimento è reso possibile dal fatto che in Germania il numero di seggi del Bundestag non è fisso, ma variabile: e così, se per esempio 10 candidati dell’Spd vincono nel proprio collegio e sono “in più” rispetto ai seggi che spetterebbero all’Spd secondo il riparto proporzionale, questi 10 vengono comunque eletti, assegnando poi seggi addizionali a tutti gli altri partiti, in modo tale che la proporzionalità sia rispettata. Nella rivisitazione italiana, il meccanismo è più complesso, anche perché effettivamente la Costituzione fissa in 630 e 315 il numero di deputati e senatori, e quindi non possono esserci seggi aggiuntivi.

Il testo presentato da Emanuele Fiano in commissione il 31 Maggio, prevedeva metà degli eletti tramite collegi (303 alla Camera e 150 al Senato, al netto del Trentino Alto Adige e della Val d’Aosta) e metà tramite listini proporzionali bloccati. L’assegnazione degli eletti, poi, segue questo ordine: per ciascun partito, per primi risultano eletti i candidati di collegio che superino il 50%; poi i capilista dei listini bloccati; poi i candidati di collegio vincenti, ma con meno del 50%; infine, a seguire, gli altri candidati nei listini bloccati. Soprattutto, l’elettore non può fare il cosiddetto “voto disgiunto”, come in Germania, votando magari il candidato di collegio del Pd e, come lista, Sinistra Italiana.

Se si ha a cuore la rappresentatività, c’è di buono che il modello riflette sostanzialmente nell’assegnazione dei seggi il consenso dei principali partiti nel Paese: con il 30% dei voti, per capirci, si avrà poco più del 30% dei seggi. Un altro elemento di chiarezza è la soglia di sbarramento al 5%: può non piacere, ma può aiutare a semplificare un quadro politico frammentato.

Per il resto, alcuni limiti sembravano evidenti. I parlamentari saranno in gran parte “nominati” dai partiti, con i listini bloccati; gli elettori non avranno quindi possibilità di scelta su chi mandare in Parlamento, né con preferenze né con “veri” collegi uninominali. Non sarà garantito un vero rapporto con il territorio, dal momento che – per la clausola che dicevamo prima – i candidati vincenti nei collegi non avranno nemmeno la garanzia di essere eletti, scattando solo dopo i capilista bloccati.

Infine, era un sistema pasticciato, che non solo non garantisce la governabilità – con tre poli tutti e tre al 30% nessun sistema potrebbe garantirla –, ma piuttosto garantisce l’ingovernabilità. Secondo le simulazioni degli esperti, infatti, se anche il Pd o il M5S raggiungessero il 40% dei voti sarebbero ben lontani dalla maggioranza dei seggi.

Insomma, come da titolo, tale proposta (ora insabbiata) di tedesco ha ben poco. Ma sei i partiti ci avessero davvero tenuto, avrebbero inizato a lavorare insieme per cercare un’intesa e modificare le parti in cui non si era d’accordo o che non avrebbero funzionato. Ma, come ben sapete, vale più la poltrona che il bene del Paese.

un saluto

ildonatello

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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