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Povera Italia, terra di santi, poeti e…”ignorantoni”

Siamo una società ignorante. La più ignorante d’Europa e la dodicesima al mondo. Sono questi i dati dell’autorevole istituto di ricerca britannico IPSOS Mori, il quale ha dato vita ad una speciale classifica che, purtroppo, non fa certamente onore alla nostra storia e alla nostra secolare tradizione di popolo di poeti, artisti e scrittori.

La classifica viene redatta sottoponendo ad un campione di 11mila persone delle domande per misurare quanto la percezione della realtà sia distorta agli occhi di ogni società rispetto a quanto certificano i principali enti di statistica nazionale. Ad esempio, gli italiani credono che i migranti all’interno del Paese siano aumentati del 38% . Un dato incredibile, molto più alto rispetto alla realtà (sotto il 7%). Altri temi sono le droghe, la corruzione (primi in Europa), la criminalità e la salute (imbarazzanti i risultati sulle vaccinazioni).

Seppur disarmanti, non sono i dati il principale problema del popolo italiano. L’italiano è ignorante e non se ne vergogna. Anzi, come la politica ha avuto modo di dimostrare, coloro che vantano un qualche titolo culturale vengono additati come “professoroni”, come se la cultura fosse roba da élite, da signorotti che hanno tempo da perdere!

Non interessa a nessuno, infatti, che nella fascia di popolazione compresa tra i 15 e i 64 anni solo il 16,5% possiede un titolo di istruzione terziaria contro una media dell’UE del 28%, a fronte del 39,6% dell’Irlanda oppure al 38% del Regno Unito. Un’umiliazione internazionale che va ben oltre quella presunta di Carola Rackete, soprattutto se consideriamo che il nostro Paese ha fondato la propria identità sulle arti del sapere.

Tasse universitarie troppo alte, atenei semi-vuoti

Gli atenei del Sud Italia soltanto nel 2018 hanno perso più di 200.000 iscritti. Un numero mastodontico, il quale fa intuire che gli italiani pensano sempre meno al proprio futuro. Anche se la nostra Costituzione riconosce lo studio come un diritto di ogni cittadino, soprattutto se questo, a causa di difficoltà economiche, non è in grado di auto-sostentarsi negli studi, le tasse universitarie nel giro di 11 anni son aumentate del 18%

Tra il 2015 e il 2017, l’importo medio delle tasse universitarie è aumentato di 95 euro, da 1080 a 1175 euro. La contribuzione media cresce da Sud a Nord, ma la forbice dei prezzi si sta riducendo sempre di più.

Senza contare le altre spese. Le spese relative agli affitti, circa 400-600 euro al mese in media, per stare in stanze condivise che non hanno nemmeno la dignità di essere chiamate case. In più ci sono le spese scolastiche, tra cartoleria e libri di professori, scritti male e rifilati agli studenti per guadagnare qualche soldo.

Al contrario, invece, gli investimenti nell’istruzione da parte della politica diminuiscono drasticamente. D’altronde si sa, investire nell’istruzione non porta voti. Alla classe dirigente fanno comodo giovani, e in generale cittadini, non in grado di pensare con la propria testa. E gli italiani di certo, con i loro ragionamenti spiccioli e al limite del ridicolo, non aiutano.

Un Paese ignorante che vede l’istruzione come un costo e non come un investimento è un Paese senza futuro; un Paese morto con un futuro all’insegna dell’ignoranza, della credulità popolare, della faciloneria con i poco istruiti resi innocui e mansueti da una becera propaganda fine a se stessa.

L’Italia ride degli altri e gli altri ridono dell’Italia

Uno studente laureato dovrebbe essere una risorsa in più per un Paese che non voglia concorrere in Europa solo per il basso costo del lavoro. Infatti, un operaio italiano costa meno di uno tedesco per il semplice fatto che quest’ultimo è un operaio specializzato. Si tratta di valorizzare i talenti, impedire che questi facciano la fortuna di altri Paesi (come invece accade spesso). E’ anche una questione di orgoglio nazionale che i populisti dovrebbero comprendere alla perfezione. “Prima gli italiani” dovrebbe essere uno slogan rivolto anche agli studenti italiani che vengono tacciati di essere soltanto un peso per le famiglie e i conti pubblici. Come se l’istruzione, in Italia, sia diventata un privilegio per i pochi figli di papà, un passaporto per il McDonald più vicino o un passatempo per i fannulloni.

E’ anche un discorso meritocratico, riferito a quella celeberrima parola con cui i politici si riempiono la bocca; etichettata come unico espediente per uscire dalla crisi. A questo punto, ragionando, verrebbe da pensare che non è negli interessi di nessuno uscire dalla crisi.

Del resto, una base elettorale istruita, come già anticipato, difficilmente sarebbe incappata nelle fake news, nelle balle, che ci propinano i diversi governi. Un risultato, questo, figlio anche di quei 300 caratteri di Twitter che molti italiani scambiano come una notizia, senza la benché minima voglia di confutare ciò che in quel momento il leader di partito sta diffondendo come verità intangibile. “La politica al tempo dei social network”.

Siamo un Paese ignorante, fieramente ignorante, purtroppo. E mentre ridiamo dei francesi, dei tedeschi o di qualunque altro popolo avverso, loro ridono della nostra ignoranza. Il che è peggio. Odiamo i professoroni, crediamo che l’istruzione non serva a nulla e che, anzi, sia nociva perché “gli istruiti ci hanno portato alla fame”.

Odiamo coloro che smontano le balle dei politicanti, i cosiddetti “fact checker”. Odiamo tutto tranne noi stessi, speriamo nel fallimento dell’altro perché più istruito, perché ha avuto il tempo di studiare (scusa che non regge più oggi).

Odiamo. Senza comprendere che un popolo ignorante è il bene di ogni governo ladro, il quale può agire indisturbato senza remore, senza la paura di essere scoperto.

Infatti, al rischio di altri tagli all’istruzione per tappare i buchi creati dalla precedente legge di bilancio, gli italiani non hanno battuto ciglio. Sembrerebbe che questo non sia un argomento che tocchi particolarmente il cuore degli italiani. Una classe dirigente che taglia, o non investe è uguale, è una classe dirigente disinteressata al futuro dei propri cittadini.

Ciò significa che la politica, nel corso degli anni, ha cercato di plasmare il popolo italiano affinché questo non sia in grado di opporre resistenza. Un popolo inconsapevole e ignorante non è in grado di comprendere ciò che succede attorno a lui, quindi non si fa domande e accetta la verità somministrata “a dosi” dal politicante di turno.

Ecco perché gli italiani dovrebbero far sentire la propria voce. L’istruzione è un diritto, un principio e un valore fondamentale di una società democratica. Il popolo merita di essere informato, di potersi informare. Un cittadino istruito sarà anche un elettore più attento, consapevole e soprattutto critico.

Un popolo consapevole del proprio peso in grado di prendere in mano le redini del proprio Paese e del suo futuro.

Ma se agli italiani non interessa il proprio futuro, preferendo barattarlo con una falsa verità frutto di una becera propaganda, perché la politica dovrebbe interessarsene? Un cittadino informato è un elemento scomodo. Inoltre certi diritti non vengono “elargiti” a gratis, poiché bisogna farli valere. L’istruzione è uno di questi e, apparentemente, istruirsi non è nelle “corde” degli italiani momentaneamente.

In Europa ridono del nostro grado medio d’istruzione e noi ridiamo di loro. E sembra che vada bene così.

ildonatello

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FONTI:

https://www.ipsos.com/sites/default/files/ct/news/documents/2017-12/ipsos-mori-perils-of-perception-2017-charts.pdf

https://voce.com.ve/2019/07/08/424992/il-caso-di-carola-rackete-tra-lidolatria-e-un-odio-ingiustificato/

ilfattoquotidiano.it/2019/07/11/investire-nellistruzione-non-porta-voti-ma-cosi-ci-costringete-a-emigrare/5317180/

quifinanza.it/pensioni/scuola-taglio-da-4-miliardi-per-finanziare-quota-100/287216/

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