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Matera, Politica e Petrolio – Il Fallimento della Basilicata

Quando si parla di Sud Italia, di solito, si fa riferimento a quella macro-regione povera ed economicamente irrecuperabile del nostro Paese e dell’Europa Intera. Quel “pezzo di mondo” facente parte della grande famiglia dei Paesi industrializzati d’Occidente dove gli aiuti, i fondi strutturali e quant’altro non sembrano sortire l’effetto desiderato. Infatti, stando ai dati, il Sud Italia ha una disoccupazione al di sopra della media nazionale (equiparabile a quella greca) e si regge soltanto grazie agli investimenti del settore privato e ai lavori “a basso rendimento” che stanno conoscendo una parziale ripresa.

La coscienza comune, sostanzialmente, quando sente parlare di Sud Italia, lo associa al termine “fallimento”. 

Questa “percezione” è solo parzialmente condivisibile, poiché come in tutte le cose, ci sono delle eccezioni che confermano la regola.

L’ISTAT, tramite il Sole 24 Ore, analizzando i dati relativi allo sviluppo e la crescita di questa macro-regione, ha reso noto che esistono attualmente due Sud Italia: quello trainato dalla Puglia e quello “non trainato” dalla Calabria. Il primo, a sfondo pugliese, ha fatto registrare una timida crescita dal lato industriale, assieme alla Campania, mantenendo inalterato il numero degli occupati e registrando una timida ripresa dell’export e un forte incremento del turismo (dovuto allo sfruttamento intensivo del territorioe delle occasioni – favorevole alle due regioni). Le regioni appena citate, sono quelle che trainano quella che gli esperti definiscono come la “timida ripresa” del Sud Italia. Questa “timida ripresa”, dovrebbe riportare il Mezzogiorno ai livelli pre-crisi entro il 2025.

L’altro Sud, invece, fa registrare dei dati molto preoccupanti. La Calabria e la Basilicata, ad esempio, sono le regioni che crescono meno (la Basilicata ha un ritmo lentissimo, dello 0,9%), ma che presentano degli elevati deficit istituzionali, imprenditoriali ed occupazionali. Il “Sud del Sud”, comprenderebbe la Sicilia (che comprende 1/3 delle proprietà confiscate di tutta Italia), la Calabria, la Sardegna centrale e infine la Basilicata.

Il Meridione a due velocità, un mito nato di recente ed enfatizzato da me e dalla stampa italiana, ha visto la sua completa realizzazione in un episodio in particolare: Matera 2019.

Il preambolo, che voleva delineare lo scenario in cui riversa parte della macro-regione, voleva sottolineare come la crescita passi anche attraverso delle occasioni irripetibili che vengono rese vane da due elementi citati: “deficit istituzionale” e “sfruttamento delle occasioni”.

Ma, prima di addentrarci all’interno di questo delicato argomento, è doveroso dipingere su tela il ritratto di quel lembo di terra tra Calabria, Puglia e Campania.

La Basilicata, o Lucania – dal nome del popolo che nel V secolo a.C. abitava questa terra – è forse la regione italiana meno presente all’interno della stampa nazionale, se non per qualche isolato caso. Ma non per questo è una terra poco interessante, sia dal punto di vista geografico che “geopolitico”. Infatti, all’interno dei confini lucani si trova la riserva boschiva più grande d’Europa (335mila ettari), dopo la Foresta Nera (Germania), e la più alta biodiversità dell’intera Europa Occidentale.

Ma, andando oltre la brochure turistica che descrive le bellezze della regione, le elevate criticità territoriali e politiche sembrerebbero sopraffare ciò che di bello questo posto ha da offrire. In sintesi la Regione Basilicata:

  1. E’ la regione con la più alta media di malattie tumorali (addirittura più della media nazionale).
  2. E’ la regione con il più alto numero di immatricolati universitari che hanno lasciato la propria regione per altre università (su 3100 immatricolati, circa 2800 studiano fuori dai confini regionali). E la statistica interessa anche i non laureati (in 7000 annualmente lasciano la propria terra in cerca di fortuna).
  3. Lelevata biodiversità naturale, di cui andiamo fieri, si sta letteralmente logorando a causa dello scarico di materiale radioattivo e inquinante (Val d’Agri, zona petrolifera).
  4. “L’oro bianco” della Basilicata (l’acqua), vera risorsa della regione, è stato fortemente inquinato dai continui stupri ambientali operati dallo scarico dei liquami industriali operati dalle imprese lucane.

Dopo aver tracciato questo quadro regionale davvero terrificante, occorre sottolineare come parte dei mali della Basilicata, provengano dall’attività politica. Il grave deficit istituzionale lucano ha radici profonde e continua a dimostrare tutta la sua recidività con il recente arresto del Presidente della Regione Pittella, ora ai domiciliari, accusato di aver truccato e pilotato le assunzioni sanitarie regionali (caso Sanitopoli).

 E’ davvero umiliante e scoraggiante associare il nome di una regione, sconosciuta ai più, ad un’operazione della Guardia di Finanza che ha portato all’arresto del massimo esponente della politica locale.

Perché, al di là delle apparenze, la Lucania dovrebbe essere nota per tante altre cose come l’eccellente tradizione culinaria, la biodiversità ancora immacolata del Pollino, la costa ionica e tirrenica, la natura incontaminata di alcuni paesini dell’entroterra e la storia di alcuni borghi medievali che, attraverso delle stagionali manifestazioni, raccoglie tutta la comunità circostante in un’allegra aria di festa.

Ma le responsabilità della politica non si fermano soltanto al settore sanitario ma vanno anche ad interessare quello petrolifero. L’aumento repentino del rischio tumorale all’interno della zona della Val d’Agri, deriva soprattutto dall’estrazione petrolifera e dalle conseguenze direttamente ricavabili da tale attività. Alla politica va imputata la svendita del territorio lucano, per una manciata di denari, alle multinazionali straniere (Shell e Total su tutte) e al trattamento riservato agli abitanti del posto che hanno perso terre, soldi e aspirazioni future a causa degli scellerati giochi di potere attuati dagli uomini in cravatta. Ad esempio, all’ex Presidente Pittella, è stato imputato di non aver esercitato la dovuta resistenza all’articolo 38 del decreto “Sblocca Italia”, di matrice renziana, il quale ha consegnato il 78% del territorio lucano alle multinazionali petrolifere. Infatti, la “Basilicata Saudita”, tra una goccia di petrolio e l’altra, rischia di diventare l’hub energetico europeo.

Inoltre, la legislazione locale e nazionale, dopo aver consegnato l’intera regione ai neo-colonizzatori, ha anche provveduto a spegnere ogni possibile polemica fantasticando sulle possibilità di crescita che il petrolio potrebbe dare. La lungimirante classe politica lucana, ha ben pensato di legare indissolubilmente il destino di quel mezzo milione di abitanti ai proventi dell’oro nero, quindi trasformando la Basilicata da “Texas d’Europa” in “Venezuela d’Europa”, la differenza credo la sappiate cogliere. Le multinazionali, tramite i ricavi dovuti all’estrazione di 81mila barili di greggio giornalieri, lasciano come “contentino” alla regione circa 150 milioni di euro che vengono impiegati all’interno del settore pubblico. Una mancia maturata sulla pelle dei lucani. 

L’incapacità della classe dirigente locale passa anche per le occasioni mancate, due in particolare:

  • Fondi Strutturali europei.
  • Matera, città della cultura 2019.

Il primo punto può essere esaurito riportando soltanto una semplice frase: “L’intero Sud Italia ha speso meno del 3% dei fondi strutturali messi a disposizione dall’Unione Europea. Se il Meridione sapesse sfruttare l’intero patrimonio finanziario messo a disposizione dallo Stato e dall’UE, crescerebbe del 2,3% all’anno”. 

Dunque, dopo lo shock iniziale causato da quel 2,3%, sembrerebbe che il problema dello sfruttamento dei fondi sia di tutto il Mezzogiorno d’Italia. Ad esempio, i 64 miliardi di euro messi a disposizione dal Governo e dalla Commissione Europea, in alcuni casi risultano “imprendibili” per una serie di motivi riconducibili all’irregolarità delle gare d’appalto per poterli richiedere e alle falle del sistema creato dalla politica nazionale per accedere ai fondi (Agenzia per la Coesione territoriale). Di questi solo il 2,16% è stato speso, male. Infatti, diverse indagini condotte sui bilanci regionali hanno portato sulla pista della fatturazione falsa e del ritocco della spesa. L’unica regione del Sud Italia ad aver fatto passi significativi attraverso i fondi strutturali sia europei che statali, è stata la Puglia.

La stessa Puglia che ha investito 203 milioni di euro (strade, ferrovia Bari-Matera e valorizzazione del territorio) in un’evento irripetibile che non la interessa direttamente: Matera 2019.

Il fallimento della regione Basilicata sta proprio qui: aver permesso di farci sottrarre un’occasione irripetibile da un’altra regione che veicolerà il traffico per Matera in direzione Altamura e Gravina. 

Inoltre, l’entusiasmo per l’evento, che pare essere sempre più vicino, è smorzato da proteste, ritardi e fondi bloccati a causa dell’inettitudine di una classe politica che pretende di organizzare un evento planetario come se fosse una sagra di paese. Dal canto suo, Michele Emiliano (Governatore della Regione Puglia), ha dichiarato che nel bilancio del 2019 ci sarà una voce dedicata a Matera contente un progetto che richiama le principali emittenti radiotelevisive italiane e non e 50 imprese “culturali e creative” per un’iniziativa che coinvolgerà Matera ma soprattutto le Murge.

Dunque, mentre la Puglia pensa a come valorizzare il proprio territorio sfruttando l’eco di Matera, la nostra classe politica si aggroviglia sui progetti infrastrutturali fermi da diversi mesi. Il corridoio stradale e ferroviario Ferrandina- Matera è ormai acqua passata, l’opera di aviosuperficie di Pisticci è finita nel dimenticatoio e la valorizzazione del Metapontino (che dovevano essere le Murge di Basilicata) è qualcosa che non si farà mai. Quell’opera di valorizzazione della fascia jonica, che avrebbe dovuto occupare giorno e notte l’inetta classe dirigente lucana, non vedrà mai la luce e l’ennesima occasione di valorizzazione della nostra regione non verrà sfruttata.

Quella che la politica lucana ha chiamato “collaborazione solidale tra due regioni limitrofe” è in realtà un’opera ben congegnata per mascherare, ancora una volta, il fallimento del litigioso sistema politico lucano che dal 2014, anno di designazione di Matera come capitale della cultura, è riuscita a mettere a bilancio la modica cifra di 46 milioni di euro. Ciò che si voleva far passare come un riuscito piano bilaterale Puglia-Basilicata è, in realtà, lo specchio della differente lungimiranza e preparazione delle regioni sul piano economico, futuristico e anche politico. Se dovessimo descrivere la situazione da un punto di vista geopolitico, la regione Puglia ha sfruttato appieno il sovraffollamento di Matera per indirizzare i turisti non verso l’entroterra lucano, come avrebbe dovuto prevedere la Regione Basilicata, bensì verso la “Murgiavalley”, Altamura, Ginosa e Gravina.

Questo clima di confusione politica, associata ad un elevato grado di incompetenza amministrativa rischiano, in un clima di consapevole accettazione, di far naufragare quel desiderio di una riscossa del popolo lucano a livello nazionale.

Un fallimento che si paleserà quando quei Sassi, che fecero commuovere Emilio Colombo e Alcide de Gasperi, non saranno più patrimonio della Lucania intera bensì patrimonio della Puglia e del suo portafogli.

 

ildonatello

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