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L’Unione Europea è davvero democratica?

La polemica innescata dalle indecenti parole del Presidente della BCE, Christine Lagarde, hanno, ancora una volta, sottolineato quanto il processo di integrazione in Europa sia lontano dal dirsi compiuto. Prevalgono ancora pregiudizi personalistici, interessi particolari e soprattutto una forte diffidenza, indice di una scarsa fiducia nei confronti di quell’Unione prospettata dai padri fondatori.

Nonostante Lagarde abbia corretto il tiro, sottoscrivendo che gli spread danneggiano l’intera euro-zona, questi errori comunicativi non sono ammessi a quei livelli, dove una piccola esternazione, all’apparenza innocente, può innescare una reazione disastrosa dei mercati. A causa di quelle scialbe parole, Milano ha registrato la sua peggior giornata in borsa della storia e lo spread è salito di sessanta punti. Figuriamoci se non si fosse corretta…

Una polemica, la quale necessariamente va ad aggiungersi alle molte altre, che l’Europa ha innescato è quella relativa alla sua democraticità, alla sua governance e al suo sistema regionale. La domanda da un milione di dollari che attanaglia storici e studiosi è “l’Europa è davvero democratica?”.

La prima concezione di democrazia: quella ateniese

La parola “democrazia”, come in molti sanno, deriva dall’unione di due lemmi di origine greca, “démos” (popolo) e “kratos” (potere) ed etimologicamente significa “governo del popolo”. Stando a quanto riporta il vocabolario, tale forma di governo sottende un sistema al cui vertice si colloca il popolo, unico beneficiario del potere.

Nel corso dei secoli sono stati sperimentati diversi sistemi democratici, dalla rappresentativa alla partecipativa, passando per la deliberativa, sperimentata attraverso il Web 2.0, ma tutti, giustamente, si ricordano della democrazia grazie ad Atene e alle città stato greche, le quali furono le prime a sperimentare questo sistema di governo.

E’ bene sapere che l’attuale sistema democratico vigente all’interno dei nostri stati non coincide con quanto prospettato al tempo di Platone e Aristotele, molto critici anche loro nei confronti di questo espediente governativo. Se un ateniese del 440 a.C. venisse catapultato ai giorni nostri, ci metterebbe meno di un minuto per disconoscere questa forma di democrazia, quella rappresentativa nel caso italiano.

La democrazia ateniese prevedeva innanzitutto una forte partecipazione cittadina, chiunque preferisse il privato al pubblico veniva definito “idiota” (ecco da dove deriva il termine, dispregiativo, che sottolineava un grande senso di disprezzo collettivo nei confronti di chi non si impegnava nella vita pubblica). Qualora i capifamiglia convocati non si presentavano in quello che potrebbe essere definito un “parlamento arcaico senza elezione” (o Ecclesia), veniva marchiato dai soldati che, nel frattempo, pattugliavano le strade. Inoltre, le donne non potevano partecipare. Si stima che circa il 10-20% della popolazione ateniese esercitasse i suoi doveri (Attenzione doveri, non diritti) di cittadinanza.

Detto ciò, le cariche pubbliche, ad esempio il ruolo di consigliere del Bulè, venivano distribuite per sorteggio e non per elezione (solo 100 lo erano) le quali avrebbero favorito i ceti ricchi, permettendo così di evitare che la stessa carica fosse ricoperta dalla stessa persona. Erano previste pene pesantissime, pecuniarie e fisiche, per coloro i quali disattendessero il loro mandato.

I criteri per esercitare il voto erano molto ristretti, soprattutto sotto quello considerato il padre della democrazia greca, Pericle, sotto cui questo sistema raggiunse la sua forma più compiuta. Bisognava essere cittadini ateniesi, ovviamente, ma tale privilegio (la cittadinanza) si otteneva solo se figli di genitori entrambi ateniesi. Inoltre, bisognava aver raggiunto l’età adulta.

Il liberismo e l’Europa

Si evince, da questa brevissima e sicuramente incompleta descrizione della democrazia ateniese, non priva comunque di controversie relative all’eccesso di individualismo, che questa non possa coincidere con la nostra attuale forma di democrazia, quella rappresentativa. Inoltre, già all’epoca furono espresse molte critiche nei confronti di quel sistema, dove il voto del filosofo valeva quanto quello del contadino che non esercitava nessuna forma di attività culturale o spirituale.

Detto ciò, la concezione moderna di democrazia deriva dal liberalismo, il quale funzionò in Europa, in forma diversa, per ben tre secoli: dal Seicento al Novecento.

Il liberalismo vuol dire “non tutti votano”, poiché i poveri, gli analfabeti o quelli che non pagano o pagano poche tasse non possono partecipate all’espletamento delle funzioni democratiche che noi oggi diamo per scontate. Ancor di più, però, il liberalismo ha un’altra caratteristica intrinseca: “chi governa deve rispondere a qualcuno che rappresenti il Paese e non al re”.

Nel Basso Medioevo, nel ‘300, nel ‘400 e nei secoli successivi, un re non poteva fare tutto ciò che voleva, escluso il periodo della monarchia assoluta, soprattutto per quanto riguarda l’unico campo della politica che ha sempre appassionato il popolo: le tasse.

Affinché un re potesse mettere una nuova tassa, avrebbe dovuto convocare un assemblea in cui fossero presenti i rappresentanti del Paese. I rappresentanti, però, non erano, come si poteva pensare, i capi famiglia bensì i baroni, coloro che governavano le campagne. Quando il re voleva dei soldi, doveva convocare baroni e preti, abati, vescovi…Insomma, il clero e l’aristocrazia. Senza il loro permesso un sovrano non avrebbe potuto introdurre nuove tasse.

Solo con la monarchia assoluta i re d’Europa si liberarono di questo obbligo. Basti pensare al Re Sole. Poi ci sono altri esempi, quello inglese, dove questo sistema non attecchì: l’Inghilterra. Carlo I decise di governare il Paese senza l’ausilio della Monarchia, perdendo la testa…Letteralmente.

In Francia, invece, per ben 150 anni il sovrano governò senza chiedere il permesso a nessuno. Luigi XIV portò il Paese alla bancarotta, un buco di bilancio inquietante che fu una delle concause della Rivoluzione Francese, dove il re chiese l’ausilio degli Stati Generali, cioè del Parlamento locale e cioè dei cittadini, non solo aristocratici ed ecclesiastici, per risollevare le sorti del Paese. Era il 1789. Da quel preciso momento, la monarchia risponderà solamente al Parlamento e, dunque, ad una Costituzione che assegna questo “privilegio” ai rappresentati del popolo.

Il Governo risponde al Parlamento.

E chi lo nomina il governo? Il re, o meglio, il Presidente della Repubblica!

La nostra democrazia deriva, dunque dal liberismo.

L’Europa è democratica?

Attraverso il Parlamento, in sostanza, passa il destino dei Governi. Molto superficialmente, se al primo non piace il secondo, lo sfiducia. Quando un Parlamento non vota la fiducia, il Governo cade.

Ora, se applicassimo lo stesso schema all’Europa, non sembrerebbe che questa funzioni così. C’è un Parlamento, il quale non detiene un potere legislativo e soprattutto non può sfiduciare la Commissione oppure il Consiglio. Esiste una mozione di censura, ma solo nei confronti della Commissione. Nel corso degli anni, questa ha ceduto molti poteri al Consiglio, il quale ha dato origine al metodo governativo, che è andato gradualmente a sostituire quello comunitario.

Passando ad un’analisi più specifica, il ruolo del Parlamento Europeo è davvero molto marginale nel processo decisionale europeo e, soprattutto, non serve a risolvere i problemi di legittimazione che la stessa soffre da diversi anni. Ritenere che aumentare le competenze dello stesso corrisponda ad un suo rafforzamento, risolvendo al contempo il deficit democratico dell’UE, è inesatto.

Esiste un problema di fondo, ed è quello della rappresentatività e la necessità di soddisfare quel rapporto Parlamento-Governo da cui deriva il concetto moderno di democrazia. In questo senso l’analisi storica cede il passo a quella politica e pone l’ennesima difficoltà in calce alle già numerose ivi riportate: delega e responsabilità.

Il popolo delega ma questa non è corrisposta da altrettanta responsabilità. Quanto potere decisionale possiede il Parlamento Europeo? Sicuramente meno rispetto ad uno nazionale, nonostante entrambi soffrano dello stesso male, figlio di questi tempi, e cioè dell’astensionismo estremo, lo stesso che ha fatto calare del 30% la partecipazione elettorale.

Il nesso Parlamento-Governo, fiducia-sfiducia, peso e contrappeso, è fondamentale per un sistema democratico poiché costituisce uno degli elementi fondamentali per soddisfare la legittimazione democratica di ogni unità politica.

Inoltre, come se non bastasse, al problema politico se ne aggiungono altri due, uno tecnico e uno “elettorale”. Il primo riguarda i sistemi elettorali, il secondo, che non dipende dallo strumento parlamentare, è quello del cosiddetto interesse nazionale”.

Le elezioni europee non sono europeizzate per diversi motivi, a partire dal sistema elettorale. In primo luogo, i regolamenti e i trattati non stabiliscono un sistema elettorale comune, limitandosi a designare delle linee guida a cui tutti gli stati devono attenersi. Le stesse sono eseguite in giorni diversi e soprattutto con regole che non rispecchiano realmente l’estensione demografica dei Paesi.

In secondo luogo, e questo non è un aspetto tecnico, le campagne elettorali per le Europee non si differenziano molto rispetto a quelle nazionali. Lo si è visto a maggio, dove nessun partito ha presentato un programma europeista e nessun leader ha fatto campagna elettorale sui temi europei. Alcuni, più furbi, si son limitati a dire “Cambieremo l’Europa”. Si, ma come?

Inoltre, gli stessi concorrono in alleanze che nessuno conosce e che si ripresentano solamente quando si ricomincia a parlare, più o meno per un mese, delle elezioni. Alleanze ideologicamente affini che però non hanno radici nella società. Non esiste una relazione tra queste e il territorio.

Dal 1979 votiamo per qualcosa che non sentiamo come nostro. In questo frangente si colloca un altro grandissimo problema: l’appartenenza.

Ma noi siamo europei?

Forse anche questa è una domanda che ci si deve porre. Al netto di informazioni tecniche e problemi politici, ce n’è anche un sociale. “Ci sentiamo europei?”. Stando alle rilevazioni dell’Euro-barometro non molto.

Dinanzi al fatto, difficilmente contestabile, che l’Europa così com’è non funzioni, il discorso di gran lunga prevalente, al giorno d’oggi, è l’anacronistica volontà di rientrare nei confini nazionali, smantellando quel poco di architettura sovranazionale costruita con fatica dal 1951. Poco importa che l’UE attuale non sia quella comunitaria ma quella dei capi di governo. Le persone non fanno i dovuti distinguo, poiché totalmente asserviti alle dichiarazioni di politici fanfaroni che per qualche consenso in più, parlano senza sapere.

Con l’avanzare degli anni, diventa sempre più evidente che per quanto uno stato possa serrare i confini, avrà sempre bisogno dell’altro. Non si può, da un lato invocare l’intervento dell’Europa e poi prospettarne l’uscita subito dopo. Inoltre, l’interdipendenza dei Paesi ha raggiunto traguardi così grandi che relegare un singolo Paese ad un’esistenza autoreferenziale, sarebbe profondamente scorretto. Nessun Paese è autosufficiente. Nessun piccolo stato nazionale sarebbe in grado di competere con le grandi economie, ne verrebbe schiacciato.

Non ci sentiamo europei perché la politica odierna ci ha abituato a rivolgerci per qualsiasi difficoltà contro un’astratta entità chiamata “l’Europa”. Inoltre, non è mai esistito in Italia un partito europeo, di ispirazione comunitaria e che abbia instillato nella popolazione un “senso europeista”. A questo si accompagna la scarsa volontà degli italiani di informarsi, unito alla cronica assenza di iniziative democratiche e pubblicitarie da parte di Bruxelles.

Altro discorso è parlare del deficit di democrazia che attanaglia Bruxelles e dell’idea di unire “prima i portafogli e poi i cuori”. La moneta unica è stata un errore, un grande errore strategico. Si è dato per scontata l’esistenza di uno spirito europeista innato all’interno delle coscienze dei popoli e si è usato l’Euro per solidificarlo, senza prevedere, inoltre, un Fondo Monetario Europeo che tenga lontano gli speculatori.

A questo punto appare chiaro che l’europeismo non possa svolgere i suoi compiti dal solo lato istituzionale e debba necessariamente mirare, per saldare i rapporti, ad una partecipazione attiva dei propri cittadini. Un’Europa, non solo geografica, abbisogna di qualcosa di più profondo. Oltre la nobiltà di spirito e l’esercizio delle funzioni politiche, che necessitano comunque, a quanto pare, di una bella ritoccatina in senso democratico. Il rischio è quello di ritrovarsi con un qualcosa tra le mani sempre più debole e poco sentito, delegittimato e infine definitivamente rifiutato.

ildonatello

ARTICOLI CITATI (FONTI):

http://www.nomos-leattualitaneldiritto.it/wp-content/uploads/2014/11/Nomos22014_CFP_Rosignoli.pdf

https://www.ilfoglio.it/societa/2018/10/07/news/che-cosa-manca-alleuropeismo-per-essere-davvero-efficace-216594/

informazioneliberablog.com/unione-europea-chi-sono-i-principali-decisori

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