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Lucania amara, la terra dei veleni

Diversi giorni fa, l’arresto di un dirigente dell’Eni ha riacceso il dibattito relativo allo sfruttamento del sottosuolo della Basilicata e del conseguente inquinamento da me trattato diversi mesi fa in un apposito articolo.

L’arresto, è arrivato dopo una lunga indagine che ha coinvolto sia la grande multinazionale petrolifera sia alcuni esponenti dell’Agenzia ambientale della Basilicata e della politica locale. Le forze dell’ordine e la magistratura, dopo varie peripezie, hanno portato definitivamente a galla ciò che gli alti dirigenti aziendali e i politici di malaffare hanno cercato di nascondere per diversi anni. L‘inquinamento ambientale perpetrato in Basilicata ha raggiunto dei livelli così preoccupanti da catturare improvvisamente l’attenzione delle maggiori testate giornalistiche che solo ora sembrerebbero aver preso coscienza dei soprusi che da anni caratterizzano la vita economica, politica e sociale della regione.

Quando, mesi or sono, trattai su questo blog il fallimento di “Matera città della cultura 2019”, smascherando la totale reticenza dell’amministrazione regionale di rendere di pubblico dominio il loro fallimento politico e programmatico, feci anche un breve riferimento all’argomento “petrolio”, il cui sfruttamento indiscriminato aveva provocato gravi danni ambientali ai veri “tesori” della Basilicata: l’acqua e il paesaggio. La prima, di cui usufruiscono ben 4 milioni di persone (Pertusillo in primis), quindi non solo lucani, è stata protagonista di uno sversamento di 400 tonnellate di rifiuti del greggio (a causa di un guasto “coperto” a delle cisterne). Il secondo di cui ne usufruiamo tutti: la nostra è la regione con la più elevata biodiversità d’Europa, con alcuni luoghi ancora incontaminati ma che, stando agli ultimi eventi, potrebbero essere realmente in pericolo.

Senza parlare poi dei tumori, i quali tra il 2011 e il 2014 son cresciuti del 48%. Il tasso di mortalità è salito del 2% e le malattie dell’apparto respiratorio hanno visto un aumento del 14%. Dei dati davvero inquietanti che dovrebbero mettere in guardia tutti, anche coloro che, intenti a contare i danari, stanno giocando con la salute dei lucani.

Lo scempio delle precedenti amministrazioni

Le responsabilità della politica, in questo scempio, sono enormi. La corruzione dilagante, condita da una buona dose di incompetenza e menefreghismo, ha spalancato le porte ai petrolieri che quotidianamente notificano al Presidente del Consiglio e a quello della regione l’intenzione di perforare l’entroterra lucano per cercare nuovi giacimenti.

I governi di centrosinistra, succedutisi nel corso di questi 24 anni, si son resi responsabili della totale dipendenza dell’economia lucana dai proventi delle royalties del petrolio. Circa 150 milioni di euro, una mancetta se confrontata al costo della sanità locale (1,2 miliardi di euro) e uno scialbo baratto, se confrontato alla salute di coloro che, inconsapevolmente e senza colpe, vivono in quella parte della regione. La disastrosa situazione economica, amplificata dalla ben più ampia congiuntura economica nazionale e mondiale, ha reso necessarie le royalties petrolifere ad un costo esorbitante: la salute dei lucani

L’ignoranza e l’incompetenza hanno reso necessari, per il bilancio regionale, quei milioni di euro ottenuti dallo sfruttamento indiscriminato. Infatti, a questo proposito, parrebbe doveroso citare lo sperperio dei fondi comunitari, circa 2 miliardi di euro ogni 6 anni (tra il 2014-2020 saliranno a 3). Altro che 150 milioni! Dove son finiti questi soldi?

Dispiace deludere le aspettative di coloro che speravano che i fondi comunitari fossero investiti nello sviluppo, purtroppo non è così. Sia i fondi europei che le royalties apparentemente non sono stati impiegati per questo nobile fine. Le zone limitrofe a quelle estrattive non sono state riqualificate, anzi.

Certamente il calo dell’occupazione, il disastro ambientale, lo spopolamento e la chiusura di migliaia di aziende agricole della Val d’Agri non sono delle condizioni ottimali da cui partire per creare sviluppo. E’ difficile investire in una regione che anno dopo anno perde valore.

Sarebbe stato possibile a condizione, però, che l’intera regione e i suoi dirigenti a tutti i livelli avessero capacità, competenze e visione per lavorare per il bene della Basilicata. Con le precedenti amministrazioni, ciò non è stato possibile e si spera, che ciò non accada anche con la presente. Eliminare il clientelismo, il quale ha agito anche sulle coscienze di coloro che hanno ancora votato i vecchi truffatori nelle precedenti elezioni regionali, non sarà semplice. E il silenzio dell’attuale Presidente, Vito Bardi, non è un buon segnale per il futuro e il destino della Basilicata.

L’assenza delle istituzioni è la condizione essenziale per i petrolieri dell’ENI di operare indisturbati.

Le responsabilità dei neo-governanti: imparare dai precedenti errori

Chissà se anche l’attuale amministrazione regionale si “accontenterà” della mancetta da 150 milioni di euro per chiudere un occhio, sacrificando i sani principi per cui è stata scelta da gran parte dell’elettorato attivo lucano. Oltre alla cattiva gestione del territorio, la nuova classe dirigente (nuova si fa per dire, poiché nel Consiglio regionale son seduti quasi gli stessi di 5 anni fa, però con una casacca verde) dovrà vedersela con un’economia a pezzi e completamente dipendente da tangenti petrolifere e quant’altro.

La nuova classe dirigente dovrà distinguersi dalla precedente anche sul piano della buonafede e dell’onestà. Cose che son mancate non solo alla giunta Pittella e alle precedenti, ma anche ai governi nazionali che si son succeduti nel tempo. Il Governo Renzi, come più volte citato negli articoli precedenti, con il decreto Sblocca Italia, consegnò l’intera regione alla furia dei petrolieri e ai “cercatori di fortune”.

Mentre la gente si ammalava di cancro, la politica locale e nazionale contava i soldi.

Per questo, non contano soltanto le intenzioni dei politicanti locali, ma anche quelle di coloro che da Roma inviano le proprie direttive alle regioni. Il Governo Conte, il quale pare più diviso che mai sul da farsi, si ritroverà diviso anche sul destino della Basilicata. Da un lato la Lega, fresca di vittoria in terra lucana che non ha minimamente accennato alle trivellazioni in campagna elettorale se non in qualche slogan dalla dubbia utilità. Dall’altro ci sono i Cinque Stelle che hanno più volte affermato di voler interrompere la ricerca di nuovi giacimenti.

Si preannuncia uno scontro, inevitabile per certi versi. Da un lato le preferenze economiche del centrodestra che, propaganda a parte, ha sempre preferito il portafogli alla salute dei propri elettori. Dall’altro lato della barricata c’è il Movimento Cinque Stelle che, invece, reo di aver commesso errori imperdonabili elettoralmente, sicuramente cercherà in tutti i modi di rendere pubblica qualsiasi nefandezza verrà commessa dalla nuova amministrazione. Purtroppo ciò non significa che il popolino comprenderà quanto denunciato.

Nel frattempo, però, mentre Vito Bardi attende indicazioni da Roma per formare una giunta e tiene impegnati i giornalisti con dichiarazioni alquanto imbarazzanti sulla formazione della stessa, i lucani devono fare i conti con una serie di contingenze negative provenienti dai giganteschi impianti nella Val d’Agri. Lo sversamento dei rifiuti petroliferi nelle falde acquifere, seppur grave, non è l’unico problema contro cui ci si trova a combattere. Nel corso degli anni, in barba ai controlli dell’Agenzia Ambientale (che ha preferito tacere dinanzi ai soprusi), l’ENI ha coperto l’immissione di gas di scarico nell’atmosfera in misura maggiore di quanto stabilito dalla legge, senza considerare i vari “non incidenti” che ormai si contano con il pallottoliere.

Ovviamente tutto viene negato fino allo sfinimento. I dirigenti dell’ENI, intercettati dalla magistratura, oltre ad aver dichiarato il proprio disprezzo per la regione che li ospita e la propria commiserazione per una classe dirigente ignava, in pubblico hanno negato tutto di fronte al giudice sottolineando come le immissioni nell’atmosfera siano rimaste nei limiti prefissati dalla legge. Certamente la verità verrà a galla, almeno si spera, ma quanto dovranno penare i lucani affinché scempi del genere non si ripetano più?

Tribalismo di casta, meschinità, corruzione, malafede, malaffare. Non ci sono più sostantivi per sottolineare la collusione tra petrolieri e politica, in Basilicata. Nemmeno l’ultimo “non incidente”, datato 19 Aprile ha catturato l’attenzione dei politicanti e di coloro che sono stati appena eletti. Tutto tace in terra lucana, anche le coscienze.

Inoltre le eredità dei governi precedenti (locali e nazionali), mai bloccate o denunciate dall’attuale esecutivo giallo-verde, si fanno sentire. Nuove concessioni, nuove ricerche sono state patrocinate dal governo italiano e dalla regione Basilicata tra il 2011 e il 2014, cioè dal memorandum sul raddoppio delle estrazioni al decreto Sblocca Italia, passando per i vari tentativi dell’ex governatore Vito de Filippo di autorizzare chiunque ad infilare una trivella nel sottosuolo.

Ma non solo. L’ENI e la Total, che non potrebbero mai agire di propria spontanea volontà, hanno localizzato delle nuove “vittime” per impegnarsi nella ricerca di petrolio da estrarre. Da Marsicovetere a Tempa Rossa, passando per i megaprogetti d’estrazione in mare e di stoccaggio di gas russo proveniente dall’Europa Orientale, i petrolieri hanno grandi progetti per la nostra terra tra i quali, però, la nostra salute non è compresa.

Ma se si pensava che i problemi dei lucani finissero con il solo petrolio, purtroppo, ci si sbagliava.

“Peggio di una centrale atomica”

Come si sa, l’Italia dopo l’incidente della centrale atomica di Chernobyl del 1986, decise di non proseguire con la tendenza energetica mondiale volta alla costruzione di centrali atomiche. Infatti, le quattro centrali nucleari presenti in Italia sono state dismesse e il combustibile irraggiato ivi contenuto è stato portato in Gran Bretagna e in Francia per diventare materiale riutilizzabile. Una quota è diventato tale, il resto è stato stoccato in contenitori che faranno ritorno nel nostro Paese.

Il restante combustibile (solo il 90% è stato portato all’estero), circa 16 tonnellate, si trova all’ITREC di Rotondella.

Innanzitutto tocca specificare che il combustibile irraggiato è un rifiuto che, rimosso dal nocciolo del reattore, può essere riutilizzato o smaltito, se considerato radioattivo. L’attività radioattiva di queste sostante, espresse in TBq (Terabequerel), vedono il Piemonte detenerne il valore maggiore (31.137 TBq), seguito dalla Lombardia, dalla Basilicata (1.562) e dal Lazio.

L’ITREC di Rotondella, quindi, stando alle carte, è l’unico sito accertato dove viene custodito materiale atomico. In questo impianto, in provincia di Matera, sono custodite ben 64 barre di combustibile irraggiato di uranio-torio, stoccate in loco, e provenienti dagli Stati Uniti. Le barre, arrivarono in 84 all’inizio degli anni ’70. Una ventina sono state riprocessate e hanno dato origine ad altri rifiuti radioattivi. Le altre barre presenti hanno un’attività radioattiva pari a 1.562 migliaia di miliardi di Becquerel.

Stando alle dichiarazioni del precedente Ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, le sostanze radioattive avrebbero dovuto essere destinate ad un deposito unico nazionale di stoccaggio. Nel marzo 2018, lo stesso ministro annunciò la pubblicazione di una Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (CNAPI) entro cui far confluire le scorie nucleari e i rifiuti radioattivi.

Nonostante ciò, voci di corridoio hanno sottolineato come la lista CNAPI sarebbe stata consegnata al Governo da SOGIN nel 2015, la società che si sta occupando dello smantellamento dei siti nucleari italiani. Perché dopo 4 anni quella lista continua a rimanere nel cassetto? Quali interessi avrebbero favorito questa mossa da parte del Governo Renzi prima e Gentiloni dopo?

Altre notizie, per ora prive di fondamento ma ugualmente preoccupanti, hanno ipotizzato un sito di stoccaggio unico fra Puglia e Basilicata (Scanzano Jonico). Una notizia sconcertante che non farebbe altro che aumentare il degrado in cui versa la nostra amata regione.

Preoccupazione e degrado che parrebbero giustificati. Nella primavera scorsa l’ITREC si è reso protagonista di una misteriosa retata delle forze dell’ordine che, coadiuvate dalla magistratura, avrebbero sequestrato alcune vasche e una condotta di scarico all’interno del quale sarebbero state rinvenute tracce di contaminazione. Dalle indagini successive, infatti, son emerse sostanze cancerogene in falde acquifere direttamente collegate con il Mar Jonio. Gli agenti cancerogeni rinvenuti sarebbero stati utilizzati per riprocessare proprio le barre di uranio di Rotondella.

E non è tutto qui. In Basilicata la radioattività non si è registrata soltanto a Rotondella e nei pressi di alcune condotte acquifere del Mar Jonio.

Anche nell’ex area industriale di Tito Scalo, alle porte di Potenza. Nel 2013 nelle vasche dell’ex stabilimento chimico di Tito Scalo (Liquichimica), son stati rinvenuti livelli di Radio 226 in misura quattro volte superiore rispetto ai limiti consentiti, secondo delle indagini di Arpab. L’anno scorso il servizio di caratterizzazione e bonifica dell’area, dopo ben 17 anni, è stato affidato ad un operatore economico dopo una procedura di gara, nella speranza che l’area venga riqualificata il più presto possibile.

In poche parole, la nostra regione ha così tanto materiale radioattivo che nemmeno una centrale atomica. La Basilicata, rispetto a Puglia e Lazio, è ancora molto lontana dallo smantellare il materiale di cui è in possesso, a cominciare dalle barre americane che nessuno vuole. Il Governo, fino a qualche mese fa, aveva posto il segreto di stato sul destino dell’impianto di Rotondella, nascondendone il destino e facendo scena muta sul resto delle scorie presenti nel resto della regione. Soltanto grazie all’ISIN (e ISPRA), l’istituto per la sicurezza e la prevenzione radioattiva, si è potuti venire a conoscenza di alcuni interessanti dati che riguardano anche la nostra regione. Tra le altre cose, ciò ha permesso di sapere che l’Italia è in netto ritardo per la gestione dei rifiuti radioattivi e rischia di essere deferita dalla Corte di Giustizia Europea.

A questo proposito, il nostro Paese rischia di essere deferito anche per ben altri motivi. Per le discariche. Già affrontato brevemente in un articolo sulle elezioni lucane, la Basilicata si trova nei guai anche per la cattiva gestione dei rifiuti. Su 42 siti nel Sud Italia definiti “non a norma” da parte della Corte di Giustizia Europea, un quarto si trovano in Basilicata. Se il nostro Paese non interverrà adeguatamente, dovrà fare ammenda anche su questo.

La Basilicata come “scantinato d’Italia”

Tra petrolio, discariche e rifiuti radioattivi la Basilicata sembrerebbe essere diventata lo scantinato d’Italia dove i governanti posano di tutto in attesa di deciderne il destino. Una regione maltrattata da più di trent’anni, navigante tra una promessa di sviluppo e un’altra, ha subito così tanti soprusi che nemmeno più fanno notizia. Tra governanti disinteressati, giunte che si susseguono senza cambiare nulla e operatori pubblici permissivi, nessuno accenna ad intervenire.

La politica ha fallito e anche per il nuovo governatorato i presupposti non sono dei migliori. Un Presidente che non prende una posizione seria sul caso ENI e annuncia di voler dar vita ad una giunta prendendo le mosse da Roma, sottolinea come Vito Bardi sia il classico candidato apolitico guidato dal partito, il quale non ha nessunissimo interesse a fermare le trivellazioni. Né lui, né tantomeno il suo alleato naturale.

Ovviamente, la speranza è che questa impressione venga smentita e che l’attuale classe dirigente, appena insediatasi, possa agire solo ed esclusivamente nel giusto e per il bene dei lucani.

Si spera, dunque, che l’impressione precedente possa essere smentita e che la classe dirigente possa recuperare la faccia, persa in questi anni grazie alla scellerata gestione degli ex governatori di centrosinistra, i quali hanno dedicato il loro mandato a faccende poco ortodosse, dalle raccomandazioni nella Sanità (Sanitopoli) alla gestione fallimentare e clientelare del petrolio.

Tutto, come sempre, a discapito dei più deboli che non possono godere dei favori della politica e devono “accontentarsi” delle conseguenze che le inette azioni di personaggi altrettanto inetti perpetrano a loro danno.

La terra dei veleni, una Lucania amara, che attende inerme, insofferente e senza accennare una minima reazione, il proprio destino. Un cimitero di livore che, fatica ad essere smantellato e si affida ogni volta ad un politicante diverso con la speranza che sia l’occasione buona.

ildonatello

Articoli citati (fonti):

lagazzettadelmezzogiorno.it/news/home/1134272/basilicata-petrolio-contaminato-in-val-d-agri-un-arresto.html

ilblogdelleidee.home.blog/2019/02/12/i-rifiuti-innocui-di-eni-nuovo-processo-in-basilicata/

informazioneliberablog.com/matera-politica-e-petrolio-il-fallimento-della-basilicata/

informazioneliberablog.com/elezioni-regionali-basilicata-2019-analisi-preliminare-della-situazione-politica-lucana/

basilicata24.it/2019/03/la-lega-pittella-lagitatore-salvini-trasformismo-lucano-63559/

basilicata24.it/2019/04/basilicata-europea-la-quiete-della-tempesta-64287

basilicata24.it/2019/04/fuoriuscita-gas-gran-quantita-dal-centro-olio-viggiano-lultimo-non-incidente-questa-mattina-64515/

terredifrontiera.info/futuro-petrolio-in-basilicata/

basilicata24.it/2018/06/bonifica-area-sin-tito-scalo-affidato-servizio-caratterizzazione-56081/

informazioneliberablog.com/elezioni-regionali-basilicata-2019-il-movimento-cinque-stelle/

https://www.basilicata24.it/2018/12/eni-report-tribalismo-della-basilicata-61325/

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/basilicata-sanitopoli-pittella-rimane-ai-domiciliari-si-1578819.html

http://www.isprambiente.gov.it/files2018/isin/InventariorifiutiISPRAaldicembre2016.pdf

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