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L’eccidio delle foibe: un massacro volutamente dimenticato

Il massacro delle foibe appartiene a quelle tragedie, inspiegabili, a cui la storia del Novecento ci ha purtroppo abituato. Assieme all‘Olocausto, il Massacro delle Foibe rappresenta il fulgido esempio di quanto l’essere umano possa essere crudele verso i propri simili.

Purtroppo, durante la Prima Repubblica, la politica italiana ha sporcato la memoria di questo tragico evento minimizzando la portata del massacro, negandolo oppure giustificando le rappresaglie titine richiamando le ingiustizie fasciste compiute nei confronti della popolazione slava.

Prima di addentrarci all’interno della questione politico-sociale dietro il negazionismo di una vicenda drammatica che ha coinvolto centinaia di migliaia di italiani, è bene spiegare cosa siano le foibe e le motivazioni che hanno portato i comunisti titini a compiere questo massacro.

Le foibe, sono delle peculiari cavità presenti nella penisola istriana, molto profonde, al cui interno gli italiani venivano gettati dopo aver subito torture di ogni tipo. Il modus operandi delle truppe del Maresciallo Tito era del tutto particolare: diversi italiani venivano legati tra loro tramite un giro di filo spinato all’altezza del polso, uno di loro veniva giustiziato in prossimità della foiba e, a peso morto, questo trascinava gli altri all’interno di questa profonda cavità. La storiografia recente, volta a far luce sull’eccidio di più di diecimila connazionali, ha sottolineato come questo non fosse l’unico modo con cui venivano puniti gli italiani residenti all’interno dei territori occupati, e poi assegnati, alla futura Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Alle foibe si accompagnavano esecuzioni sommarie, i campi di prigionia e i lavori forzati.

La poca simpatia della popolazione slava nei confronti degli italiani non nasce, come erroneamente è diffuso nella credenza comune, dalle ingiustizie perpetrate dal regime fascista. Dopo la Grande Guerra, l’irredentismo italiano portò all’annessione di un’ampia fetta dell’attuale Slovenia e della quasi totalità della Croazia. In poche parole, l’Italia grazie al Trattato di Londra, il quale però prevedeva più di quanto effettivamente il nostro Paese ottenne, si potè annettere l’Istria, la Dalmazia e l’enclave slavo di Zara. All’interno dei territori annessi, la maggior parte della popolazione era di etnia slava e rivendicava, secondo il principio di autodeterminazione affermato alla Conferenza di Parigi dal Presidente statunitense Wilson, la propria libertà di formare uno stato il quale rispecchiasse la prevalenza della maggioranza croato, serba e slovena rispetto a quella italiana. Il problema era che i maggiori centri come Pola e Trieste erano a maggioranza italiana, invece i territori circostanti erano a maggioranza croata. Anche Fiume, poi passata alla storia grazie all’impresa del poeta, tenente del Regio Esercito e nazionalista Gabriele D’Annunzio, presentava la medesima situazione.

Il sentimento anti-italiano si acuì allorquando a Zara vennero assassinati alcuni militari italiani in seguito allo scoppio di alcuni tumulti. Non erano rari gli omicidi e i sequestri di alcune personalità italiane di spicco da parte dei nazionalisti del posto. Gli episodi di violenza diffusa, portarono all’invio di alcuni reggimenti di Alpini all’interno dei territori annessi, con l’obiettivo di salvaguardare, assieme ai Carabinieri reali, l’ordine pubblico. Già da allora, siamo negli anni ’20, la popolazione italiana ivi residente fu costretta a correre ai ripari.

Con il Trattato di Rapallo (1920) e quello di Roma (1924), l’Italia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, che nel 1929 cambierà denominazione in Jugoslavia, cercarono di definire i confini tra i due regni e di risolvere la questione fiumana culminata nel Natale di Sangue del 1920. Al Regno d’Italia andò il centro storico della città di Fiume, Pola, TriesteGorizia e Zara.

Il regime fascista avviò un’opera di italianizzazione forzata nelle zone appena annesse a causa della resistenza della popolazione slava di imparare autonomamente la lingua dello stato. La resistenza era dovuta ad un crescente nazionalismo causato anche dalla differente situazione economica tra gli italiani e il resto della popolazione. Gli imprenditori italiani si trasferirono nei territori annessi favorendo un notevole sviluppo economico; inoltre, i negozi e le attività commerciali appartenevano perlopiù a piccoli proprietari italiani, questo anche prima della Grande Guerra. Le differenze economiche, ben condite da ideali nazionalistici, accrebbero l’astio nei confronti dei nostri connazionali.

Inoltre, l’opera di italianizzazione avviata nei territori occupati non era dissimile da quella che il regime di Benito Mussolini stava perpetrando all’interno dell’Impero coloniale italiano. L’invio di decine di migliaia di coloni provenienti da alcune zone del Sud Italia, non comportò necessariamente lo sterminio dell’etnia dominante in quel territorio. Poi, gli episodi di squadrismo non superarono quelli che normalmente si verificarono all’interno del territorio della penisola. C’è da dire, però, che gli italiani non mossero un dito quando i fascisti croati, gli ustascia, seminavano il panico nell’entroterra croato/sloveno.

L’occupazione nazi-fascista rappresentò il periodo più nero per la popolazione locale a causa delle persecuzioni, esecuzioni e angherie dell’esercito tedesco nei confronti di esseri ritenuti inferiori. Molto probabilmente il Regio Esercito partecipò all’esecuzione di molti malcapitati, la maggior parte partigiani, e questo acuì il profondo e antico sentimento di odio nei confronti dei fascisti e degli italiani in generale. Purtroppo, le esecuzioni dimostrative di partigiani e di collaborazionisti tra la popolazione civile, fanno parte di quegli episodi che in un evento bellico sono all’ordine del giorno. Questa non è, ovviamente, una giustificazione sicché il Diritto Internazionale prevede anche una regolamentazione per i conflitti interni ed esterni. Però la lotta alla partigianeria, molto attiva in quel periodo, risponde alla volontà di mantenere l’ordine all’interno di uno stato occupato in tempo di guerra.

L’Armistizio di Cassibile dell’8 Settembre del 1943, rappresentò l’evento che diede inizio ad uno dei periodi più bui della storia degli italiani. La dissoluzione dello Stato Fascista, del suo esercito e delle sue istituzioni diede la possibilità ai nazionalisti jugoslavi di scatenare tutta la loro furia nei confronti degli italiani. I partigiani di Tito, alcuni in collaborazione con la Resistenza Italiana, arrestarono alcuni fascisti e alcuni militari italiani e li giustiziarono sommariamente, altri invece si scatenarono contro la popolazione civile, torturandola e seppellendola all’interno delle foibe. I comunisti titini e italiani giustificarono l’accaduto come una sorta di jacquerie, una reazione spontanea nei confronti di anni e anni di soprusi perpetrati dai fascisti italiani e dai nazisti tedeschi.

Invece, la storiografia moderna e non di parte, ritiene che l’infoibamento delle vittime, spesso ancora vive, era l’evidente volontà della dirigenza comunista di presentarsi al proprio elettorato medio. Una vera e propria pulizia etnica che, se in tempo di guerra poteva essere “giustificata” (in teoria e non in pratica ovviamente), in tempo di pace non può essere minimamente accettata o biasimata. La necessità di Tito di massacrare gli italiani residenti risponde a specifici motivi politici e territoriali. I primi fanno riferimento alla sua volontà di accrescere il consenso nei confronti del regime comunista da lui instaurato facendo leva sul nazionalismo serbo, croato e sloveno e sul sentimento anti-italiano dilagante da almeno vent’anni. I secondi, invece, seguono la direttrice dell’espansionismo territoriale perpetrato nei confronti dell’ormai derelitto Stato fascista. L’avanzata titina interessò l’Istria, Trieste, Zara, Fiume, Pola e i vari centri dell’Istria occidentale. Inoltre, i piani del Maresciallo prevedevano l’invio di truppe anche a Trieste, Gorizia e Udine. A marciare assieme all’esercito popolare c’era anche l’insofferenza di migliaia di italiani che nel migliore dei casi, per sfuggire al massacro, riuscivano ad abbandonare i propri averi. L’arrivo dei tedeschi, in un primo momento, interruppe la “prima stagione delle foibe”.

Un evento, forse uno dei più emblematici di tutto l’eccidio, è il massacro di Zara. Questa città fu colpita da più di 54 bombardamenti aerei e fu ridotta ad un cumulo di macerie. Venne conquistata dai titini nel 1944. L’ottanta percento delle case, ormai, non esistevano più; duemila i residenti morti sotto i bombardamenti degli alleati. Tito, nonostante la tragicità della situazione, ordinò di arrestare e giustiziare gli italiani rimasti. Furono colpite sopratutto le personalità più in vista come i fratelli Luxardo, produttori del famoso liquore maraschino. Furono, inoltre, massacrati i carabinieri e gli agenti di polizia impegnati, in quei giorni, nelle operazioni di soccorso degli sfollati.

La seconda ondata delle foibe, iniziò nel 1945, poco prima della fine della guerra. L’esercito vittorioso di Tito, occupò Trieste, Gorizia, Pola e Fiume. L’occupazione durò poco più di un mese perché gli angloamericani imposero ai comunisti di ritirarsi. Quel mese bastò ai partigiani per seminare il terrore. Le vittime accertate di quest’ondata di violenza inaudita furono cinquemila, la maggior parte tra la popolazione civile. E’ vero che i titini colpirono anche i collaborazionisti sloveni, croati e serbi, ma è altrettanto vero che furono colpiti innocenti antifascisti, personalità indipendenti e invise soltanto perché non vollero seguire le direttive comuniste. Furono giustiziati numerosi imprenditori che rappresentavano la spina dorsale dell’economia jugoslava. Però Tito, rendedosi conto della necessità di rimettere in piedi il sistema produttivo jugoslavo,, in futuro cercherà di non colpire mai, almeno direttamente, il ceto imprenditoriale, unica vera speranza di sviluppo.

Con il Trattato di Pace del 1947, ai comunisti jugoslavi furono assegnati città e terre italiane. Tutte le città costiere e le conquiste italiane all’infuori degli attuali confini furono assegnate a Tito e ai suoi sanguinosi seguaci. Ad eccezione, ovviamente, del territorio libero alleato di Trieste che fu assegnato in parte all’Italia. Importante ai fini storici fu il caso di Pola, che segnò anche l’inizio dell’esodo della popolazione civile italiana in terra jugoslava. Pola era abitata al 90% da italiani e passò da 30mila abitanti ad appena duemila nel giro di qualche settimana.

L’esodo, che durò fino al Trattato di Osimo del 1975, interessò più di trecentomila italiani che, inizialmente respinti dalla madre patria per motivi politici, in parte furono costretti ad emigrare in altre parti del mondo. Infatti, quest’esodo colse impreparato il nostro Paese perché, ovviamente, non aveva le risorse necessarie per gestire un repentino aumento di “bocche da sfamare”. Furono allestiti diversi campi di fortuna all’interno di scuole e caserme, del tutto insufficienti per gestire una situazione di così biblica memoria.

A parte i disagi materiali dovuti all’esodo e all’abbandono definitivo di tutti i propri averi, la popolazione istriana dovette subire gli insulti di chi, pur essendo cittadini italiani, li riteneva dei fascisti, degli apolidi o dei traditori della rivoluzione comunista. In particolare, la CGIL e il Partito Comunista Italiano rivestirono un ruolo fondamentale nell’opera di negazione e minimizzazione dell’evento, imbastendo un’opera diffamatoria nei confronti degli esuli che provocò non pochi disordini all’interno del Paese.

La storiografia comunista ha da subito sposato la tesi delle foibe come un’esplosione di violenza popolare nei confronti della popolazione italiana, causata dai soprusi del regime fascista. Inoltre, come già detto, gli esuli vennero accusati di essere tutti fascisti che scappavano dal proprio meritato destino. Il resto della rappresentanza politica, invece, soprattutto dopo la scomunica sovietica della Jugoslavia da parte di Stalin, fu costretta al silenzio per non irritare il nuovo alleato occidentale che, dal canto suo, ha sempre approfittato della situazione particolarmente favorevole.

Così, il silenzio nei confronti di una delle più grandi tragedie italiane venne causato da uno squallido gioco di potere e da una minimizzazione dei fatti rispondente ad un’etichetta imposta dal partito comunista sovietico nei confronti degli altri partiti presenti sullo scenario europeo. Il segreto d’ufficio fu imposto a tutti coloro che nutrivano dei dubbi sulla veridicità di ciò che i giornali propagandistici dell’epoca e i politici democristiani riportarono. Emblematico è il caso di Emilio Sereni, Ministro per l’Assistenza post-bellica, che rifiutò le domande di assistenza provenienti da Pola e dagli ex territori italiani perché troppo “ingigantite”. In un rapporto redatto da alcuni democristiani dell’epoca, il rifiuto degli esuli fu giustificato in nome di una fratellanza “italo-jugoslava”; si dovevano scoraggiare le partenze e costringere gli istriani a rimanere nelle loro terre.

Le notizie sulle foibe furono relegate a “propaganda reazionaria”.

Il crollo della Federazione comunista di Jugoslavia, con l’omonima guerra negli anni ’90, portò alla formazione di nuovi stati indipendenti (Slovenia e Croazia) che nel giro di una decina d’anni entrarono a far parte dell’Unione Europea. L’appartenenza comune a questa grande famiglia sovranazionale rappresentò occasione di riflessione e di dialogo. Nei primi anni duemila furono istituite diverse commissioni storiche che arrivarono alla conclusione comune sulla violenza di Stato nei confronti della popolazione italiana. Ci sono voluti più di settant’anni per confermare pubblicamente quanto la politica crudele, insensibile e sporca abbia volutamente insabbiato e coperto in favore di un interesse “militare”. La tacita complicità, favorita dalla situazione internazionale che classificava l’Italia come territorio strategicamente fondamentale, vedeva le forze centriste democristiane e quelle comuniste, scioccamente indottrinate da Mosca, in un vergognoso silenzio.

Solo la caduta del Muro di Berlino riuscì ad interrompere l’assordante silenzio di migliaia di vittime che chiedevano giustizia. E soltanto nel 2004 il Parlamento Italiano decise di istituire la giornata delle foibe o del Ricordo (il 10 febbraio, giorno della firma del Trattato di Parigi) tramite la legge Menia (dal nome del deputato triestino che l’aveva proposta).

La vergogna delle foibe, di decine di migliaia di italiani torturati e uccisi, ancora oggi non sembra essere comunemente riconosciuta. Recentemente le sezioni dell’ANPI di Rovigo e di Parma, in un delirante comunicato, hanno negato la veridicità di ciò che ormai è passato alla storia. La rocambolesca smentita da parte della sezione centrale, non cancella quello che oggi una parte degli italiani pensa. L’eccidio delle foibe, al contrario di quello degli ebrei, è stato politicizzato da alcuni eminenti esponenti di destra e sinistra ed ha conosciuto un abuso storico e sicuramente controproducente, che non rende giustizia alle vittime. Nessun massacro deve essere etichettato come “di destra o di sinistra” e deve essere ricordato, storicamente, per quello che è stato. Non deve essere vergognosamente e spudoratamente negato, né usato a mo’ di pretesto, come è stato fatto fino ad oggi.

Offendere la memoria di coloro che hanno perso la vita a causa della crudeltà umana, mista ad un forte sentimento nazionalista ben cavalcato da uno dei peggiori uomini che la storia ricordi, non rende onore alla nostra italianità e, soprattutto, alla nostra “umanità”, più volte messa da parte in favore di interessi di genere.

ildonatello

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