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Le origini del terrorismo islamico – Voci fuori dal coro

Il tema del terrorismo è uno degli argomenti più interessanti, delicati e controversi di tutto il contesto geopolitico moderno.

I fenomeni eversivi rivendicati da gruppi terroristici hanno provocato migliaia di morti e delle tragedie sociali e culturali come la distruzione di monumenti storici dal valore inestimabile.
Prima di addentrarci all’interno delle concause storico-culturali che hanno portato all’esplosione del fenomeno, per una chiara argomentazione, bisognerebbe definire il “terrorismo”.

COS’E’ IL TERRORISMO? LA GENESI 

Nel corso della storia, almeno quella recente, la dottrina è stata molto restia nell’assegnare un significato preciso, o una definizione, a questo insieme di attività eversive. Generalmente con terrorismo, dizionario alla mano, si identificano una serie di attività di guerriglia, sabotaggio e violenze compiute da gruppi di guerriglieri o ribelli con il fine di destabilizzare la società civile (o politica) di un determinato Stato o gruppo religioso.

Storicamente, i primi focolai rivoluzionari si ebbero in Sicilia nel 1282. Una rivolta entrata nell’immaginario collettivo con il nome di “Vespri Siciliani”, condotta dagli isolani contro gli occupanti francesi (in basso un mio articolo in merito). Episodi del genere si verificarono successivamente in Sardegna contro i piemontesi (i “vespri sardi”), alla disperata ricerca di diritti e libertà. Dopotutto, tra la fine del ‘700 e l’inizio del secolo successivo, il nazionalismo aveva messo le proprie radici nella storia, portando i cittadini a ribellarsi contro le istituzioni per l’ottenimento dei diritti fondamentali.

Dunque, all’origine di queste ferventi attività di ribellione, ci sarebbero dei nobili motivi legati alla concessione dei diritti prima politici, come il voto, e poi sociali (welfare). Inoltre, come sottolineato, il nazionalismo dilagante fece emergere, all’interno dei grandi imperi multietnici (come quello Austro-Ungarico) dei movimenti identitari e irredentistici.  L’irredentismo nacque nel 1877 e nel giro di alcuni decenni pervase l’animo di tutta la popolazione italiana, riunita finalmente, in un unico grande sentimento patriottico. Il termine “irredentismo” fu coniato da un politico italiano, Matteo Renato Imbriani, nel definire la situazione di confine tra l’Italia e l’Impero austroungarico. Le terre irredente, corrispondenti all’attuale Nord-Est italiano, rappresentarono il pretesto per voltare le spalle all’alleato filo-germanico ed entrare in guerra affianco della Triplice Intesa. Gli scontri di confine, continuarono anche dopo la fine del primo conflitto mondiale, come a Spalato dove furono uccisi due militari italiani, e tra il 1943 e il 1970 circa 300mila connazionali furono costretti a lasciare la Jugoslavia a causa di attentati, esecuzioni di massa ed esclusioni sociali a loro dirette.

Il terrorismo di matrice politica, in senso stretto, dopo l’episodio di Gavrilo Princip, assassino dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando, le dittature e la situazione geopolitica internazionale, con francesi e inglesi in possesso dei territori mediorientali, interruppero le spinte indipendentiste dei vari popoli. I fenomeni rivoluzionari di stampo terroristico lasciarono il posto agli orrori della Seconda Guerra Mondiale, che ridisegnarono il quadro geografico e politico del nord del mondo. Nel Medio Oriente, con una risoluzione ONU del 1948, nacque lo Stato d’Israele, malvisto dai popoli arabi e teatro di scontri per più di trent’anni. Il resto dei Paesi mediorientali, sottoposti al dominio francese e inglese, ottennero l’indipendenza ma non la pace.

In Italia, la fine del Secondo Conflitto Mondiale venne salutata con entusiasmo dalla popolazione civile, ignara del ruolo che la guerra fredda avrebbe consegnato al territorio nazionale. Il ruolo di confine della “cortina di ferro” tra URSS e USA, porterà i politici italiani ad adottare dei provvedimenti e a prendere delle decisioni che avrebbero segnato il futuro di molti nostri connazionali. Le lotte politiche, i capovolgimenti interni, la sovranità limitata (link in basso), hanno nascosto ciò che avveniva all’interno del nostro Paese. La strategia della tensione, riassunta nell’espressione “stragismo nero e terrorismo rosso”, vide la progettazione e la riuscita di numerosi attentati e rapimenti (Strage di Piazza Fontana a Milano, di Piazza della Loggia a Brescia, Rapimento di Aldo Moro, Strage di Bologna), compiuti dai neofascisti di Ordine Nuovo e dalle Brigate Rosse, accusati di ricevere finanziamenti rispettivamente da Stati Uniti e Unione Sovietica per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica da altri avvenimenti che in quel periodo interessavano il nostro Paese e dalla strategia militare tutta italiana di “destabilizzare per stabilizzare”.

IL TERRORISMO MEDIORIENTALE

Cosa successe invece nel Medio Oriente? Come anticipato, i Paesi arabi ottennero l’indipendenza e una risoluzione ONU provocò la nascita dello Stato d’Israele. Ma non è tutto qui, poiché la storia di quel “pezzo di mondo” è molto più complessa, fatta di promesse mai mantenute, interessi e da migliaia di vite spezzate.

Prima dello scoppio della Grande Guerra, il Medio Oriente apparteneva al decadente Impero Ottomano, il quale si estendeva fino a bagnare le coste dell’attuale Libia. Però, con la guerra italo-turca del 1911 e i moti indipendentisti nella penisola balcanica il suo prestigio e la sua influenza subirono un colpo mortale. Infatti, dopo questa serie di episodi il sentimento indipendentista dei popoli arabi si fece più sicuro e consistente, tanto da provocare l’interesse delle grandi potenze europee (Germania, Regno Unito, Francia e in misura minore Italia). Questi Paesi per una serie di motivi diversi, iniziarono a concentrare tutta la loro influenza su questi territori concludendo degli accordi con le varie fazioni presenti all’interno del deserto arabico. La Germania, che progettava di costruire una ferrovia, ribattezzata delle tre “B” (Berlino-Bisanzio-Baghdad), intendeva interferire negli affari britannici della zona (commercio e risorse). Il Regno Unito, dal canto suo, aveva bisogno di collegare via terra i propri possedimenti, di risorse petrolifere e di controllare l’accesso al Mar Rosso. La Francia, ex grande potenza coloniale, aveva messo gli occhi sulle risorse e sulla strategicità dei Paesi mediorientali. L’Italia, invece, esercitò una certa influenza sulle popolazioni arabe grazie alla diplomazia fascista e al temporaneo possesso di alcuni porti sulla sponda turca. Ciò che accomunò gli interessi italiani a quelli delle popolazioni arabe fu il comune odio verso i francesi e i britannici, i quali avevano “mutilato” la vittoria italiana della Grande Guerra. I rapporti tra italiani e arabi si intensificarono, grazie all’abile diplomazia di Mussolini e, in occasione della riunificazione libica del 1934, il Duce venne investito del titolo di prottettore dell’Islam”. Quest’investitura, arrivava al culmine di una campagna filo-islamica che comportò la costruzione, nella colonia italiana, di scuole superiori musulmane e di strutture per i pellegrini diretti verso La Mecca.

Su internet è possibile rinvenire alcune foto che ritraggono Mussolini con quella che viene comunemente chiamata “spada dell’Islam”, un artefatto simbolo della sua campagna mediatica per conquistare il favore delle popolazioni di religione islamica.

La Seconda Guerra Mondiale, guarda caso, interruppe i progetti mussoliniani. La diplomazia condotta dal Ministro degli Esteri, Galeazzo Ciano, infastidì gli europei e costrinse loro ad intervenire tramite sotterfugi e provocazioni di sorta (come l’assalto dei corsari al servizio della corona britannica dei mercantili italiani) con il fine di far entrare in guerra l’Italia.

A cosa era dovuto, però, il malessere arabo nei confronti degli europei? Durante la Grande Guerra, l’Impero Ottomano si schierò con la Triplice Alleanza e rappresentò per loro, l’ultimo baluardo prima della definitiva sconfitta. Regno Unito e Francia, tentarono, tramite la prima operazione anfibia della storia (lo sbarco di Gallipoli), a compromettere l’esistenza del gigante musulmano, ma senza riuscirci. Allora, entrò in gioco la diplomazia. I francesi e gli inglesi per bocca dei loro militari promisero ai popoli arabi la formazione di un “Grande Stato Arabo musulmano e indipendente”, se questi si fossero ribellati ai sovrani turchi. La Grande Arabia, propagandata dal tenente-colonnello Lawrence (“Lawrence d’Arabia”), non vide mai la luce, anzi. Gli europei, attraverso l’accordo di Sykes-Picot (1916) e la “velata” menzogna del protettorato” si divisero il Medio Oriente in sfere d’influenza. Vennero stabiliti dei governi illegittimi, fantocci (la puppetizzazione) dei sovrani di Londra e Parigi.

Questo fu l’episodio che segnò, ufficiosamente, la nascita del terrorismo islamico. Le frontiere disegnate dagli occidentali, durante la Prima Guerra Mondiale, sono ritenute, ancora oggi, il principale pretesto per il compimento di attentati contro l’Occidente.

LA GUERRA FREDDA

Dopo il 1945, si fecero pressanti le richieste di indipendenza definitiva da parte dei Paesi del Medio Oriente, il tutto condito dalla nascita dello Stato d’Israele, malvisto e odiato dagli stessi arabi. Entrambe le superpotenze, URSS e USA, si scontrarono politicamente e diplomaticamente (ricorrendo anche all’uso di mezzi non convenzionali) sui territori mediorientali per il possesso di risorse necessarie e imprescindibili, come il petrolio. In questo contesto si colloca anche Israele che, non riconosciuto dalla Lega Araba con cui darà vita a diversi scontri che culmineranno nella guerra dei sei giorni del 1967 e la guerra del Kippur nel 1973, era comunque sotto la protezione degli Stati Uniti. Gli scontri che avvennero all’interno di quel lembo di terra, portarono all’intensificazione della presenza europea sul territorio, provocando l’irritazione dei popoli arabi. La crisi di Suez, precedente, certificò che i Paesi arabi e in particolar modo il Medio Oriente, rivestivano un ruolo vitale per l’economia mondiale e per l’estrazione e il trasporto del petrolio. Il Golfo Persico e il Canale di Suez, rappresentarono (e rappresentano) due snodi petroliferi importanti e la nazionalizzazione del canale operata dall’Egitto provocò la reazione inglese e francese, stroncata dall’intervento provvidenziale dell’Unione Sovietica.

In questo quadro geopolitico si colloca la nascita dell’OPEC (organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio), incentivata da un’altra illustre vittima dell’oro nero, Enrico Mattei (articolo in basso). L’organizzazione, nata nel 1960 che comprende 12 Paesi, di cui 5 fondatori (Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita e Venezuela), ebbe, ed ha ancora oggi, il fine di costituire un cartello del petrolio da opporre alle compagnie petrolifere più importanti del panorama occidentale (“le sette sorelle“).

La nascita dell’organizzazione, nel giro di alcuni anni, condizionò pesantemente le scelte dei Paesi occidentali che si resero conto dell’importanza della risorsa petrolifera e della sua non ubiquitaria distribuzione soltanto nel 1973, anno della prima crisi energetica provocata da un evento geopolitico di importanza storica: la guerra del Kippur. I Paesi filo-israeliani, dunque occidentali, si videro aumentare vertiginosamente il prezzo del petrolio che addirittura triplicò nel giro di un anno (da 3 a 11,5 dollari al barile). Alla fine degli anni ’80, il prezzo sfiorerà i 30 dollari.

L’aumento del prezzo del petrolio, strategicamente usato contro gli europei, ebbe delle conseguenze catastrofiche per le economie energivore d’Occidente. In Italia, ad esempio, il costo della benzina aumentò e il comune di Milano decise di limitare la circolazione dei veicoli in alcuni giorni settimanali. Questa dura realtà, segnò un cambio di rotta nella ricerca di fonti alternative per sostenere il fabbisogno energetico mondiale.

Qualche riga, comunque, deve necessariamente essere dedicata anche all’OLP di Yasser Arafat, Presidente del Comitato esecutivo dell’organizzazione e direttamente coinvolto nell’avvenimento che consacrò Craxi a protagonista della scena politica mondiale: Il sequestro della nave da crociera Achille Lauro. Incidente culminato con l’arresto e l’estradizione in Italia dei terroristi dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e lo scontro a distanza Craxi-Reagan (senza dimenticare la crisi di Sigonella che vide coinvolti armi in pugno i militari della VAM e dei Carabinieri contro i Marines statunitensi).

Il sentimento di sfruttamento, di profonda umiliazione e di rivalsa arricchirono gli animi della popolazione araba, dilaniata dalle divisioni interne provocate e acuite dagli avversari occidentali tramite la strategia “dividi et impera”.

LA NASCITA DEL TERRORISMO ISLAMICO

A questi sentimenti si aggiunsero le rivoluzioni smorzate e le guerre perse contro gli eserciti occidentali. Già nel 1932, gli Inglesi si trovarono a fronteggiare una rivoluzione anti-colonialista nel Regno fantoccio di Iraq e da quella data, le dimostrazioni pubbliche di insofferenza aumentarono. Il culmine venne raggiunto nel 1979, con l’ennesima rivoluzione provocata da un’invasione “all’Occidentale” dell’Afghanistan da parte dell’Unione Sovietica, la quale voleva riaffermare il suo dominio tramite il governo comunista da lei imposto. Questa volta, tutto il mondo islamico si riunii sotto la “jihad”, la guerra santa, contro gli infedeli invasori. La risposta arrivò da gruppi terroristici pakistani e afgani, coordinati da Osama Bin Laden e finanziati dagli Stati Uniti e dall’Europa (UK e Francia). Con i capitali europei e americani nascono i primi campi di addestramento per i terroristi, provenienti da ogni dove. La guerra fu dura, ma alla fine, complice il collasso economico sovietico, nel 1989 le truppe russe si ritirarono dal territorio afgano.

Il 1979, segnò dunque la prima vittoria jihadista contro l’invasore “infedele” e la nascita ufficiale del terrorismo di matrice islamica, organizzato, potente e radicato sul territorio.

In seguito alla ritirata russa, la crisi inaugurata dall’invasione di dieci anni prima non si risolse. La guerra civile, durata fino al 1992, oppose il Presidente Najibullah ai “signori della guerra” afgani, rinvigoriti dai capitali occidentali e dalle armi che gli erano state “donate” dagli Stati Uniti. I combattenti, motivati e addestrati, riuscirono nell’impresa di instaurare un Governo filo-jihad, il quale ha intrattenuto rapporti privilegiati con Osama Bin Laden e i talebani. Infatti, i combattenti afgani, dopo la guerra, si recarono in altri Paesi arabi e soprattutto in Europa.

La vittoria contro la seconda superpotenza mondiale, provocò un sentimento di orgoglio e ammirazione nei confronti dell’Afghanistan e rinvigorì il morale islamico, il quale si trovò coinvolto dapprima in una guerra fratricida Iran-Iraq, dove Saddam Hussein (a libro paga statunitense) cercò di porre un freno alla rivoluzione dell’Ayatollah Khomeini, su richiesta degli Stati Uniti, adducendo una ridicola causa di confine. Il dittatore iracheno, cercò un appoggio all’interno del mondo arabo con il fine di contrastare l’avanzata iraniana ma non trovando nessuna risposta venne sopraffatto dagli avversari. Indiscrezioni successive sottolineeranno che entrambi le fazioni erano appoggiate dagli USA e dall’URSS perché entrambi i regimi erano considerati pericolosi per la stabilità del Medio Oriente e del vitale Golfo Persico. Il cessate il fuoco dell’ONU fu provvidenziale.

Quando Saddam andò a riscuotere la cambiale, nel 1991, in Kuwait i suoi ex alleati occidentali risposero con le armi. Infatti, il petrolio non poteva subire delle variazioni di prezzo e disponibilità. In poche parole il petrolio non poteva finire nelle mani di un dittatore che, dal canto suo, poteva decidere il prezzo liberamente e dunque minacciare i suoi ex alleati. Dunque, adducendo un falso causus belli (le famose armi chimiche portate dal generale Powell davanti all’Assemblea Generale dell’ONU), il Consiglio di Sicurezza decise l’invasione dell’Iraq. La guerra logorò la pazienza e la resistenza della popolazione araba che cominciò a mostrare la propria insofferenza nei confronti degli invasori europei e americani.

L’INSOFFERENZA DILAGA

La Guerra del Golfo del 1991, portò alla luce anche motivi religiosi: la vicinanza degli infedeli occidentali ai luoghi di culto musulmani, radicalizzò la guerra che da politica (o umanitaria) diventò religiosa. E i nuovi governi nati dopo la fine della breve Guerra del Golfo dovettero fare i conti con una popolazione insofferente alla subordinazione dei propri dirigenti alle truppe dell’ONU.
Il rovesciamento di interi regimi storici, monarchie e quant’altro operato dai terroristi islamici è dovuto all’accusa, di quest’ultimi, nei confronti dei politici di “collusione” con gli occidentali, considerati diversi e pericolosi. E la sostituzione dei governi operata dalle truppe di invasione straniere ha radicalizzato tale linea di pensiero, acuendo le divisioni tra le due fazioni che caratterizzano il mondo arabo: sciiti e sunniti. I primi, minoritari, controllano i pozzi di petrolio e le istituzioni di molti Stati islamici (Iran e Siria in primis); i secondi, invece, sono il gruppo maggioritario, il quale fornisce molti soldati ai gruppi terroristici.

I sunniti, i più radicalizzati, dopo il rovesciamento dei loro governi non si persero d’animo e organizzarono una controffensiva silenziosa ed efficiente. Iniziarono dapprima ad attaccare le ambasciate dei Paesi occidentali e, dopo qualche anno, diedero vita ad un attentato passato alla storia…

L’11 SETTEMBRE…

L’attentato per eccellenza, quello che tutti ricordano, è considerato il momento in cui il terrorismo islamico si è presentato al mondo intero. Aver colpito il simbolo del capitalismo occidentale, dello sviluppo economico e della massima potenza militare, provocò un clima di terrore e di apprensione all’interno della società civile occidentale. L’attentato alle Torri Gemelle e al Pentagono inaugurò quella che gli strateghi hanno ribattezzato la “guerra asimmetrica”.

L’11 Settembre 2001 provocò la reazione del mondo industrializzato che invase e sbaragliò alcune importanti basi di Al Qaeda e mise fuorigioco l’Afghanistan che perse il suo ruolo di “simbolo del terrorismo”. 
La repentina e violenta reazione dell’ONU costrinse Bin Laden a cambiare strategia. La sua organizzazione si frantumò in una serie di gruppi e cellule dormienti, mentre il Magreb e i Paesi del Corno d’Africa si organizzarono tra di loro per evitare il dilagare dei gruppi estremisti nei loro territori.
La riorganizzazione delle strategie di guerra asimmetrica consisteva in una massiccia migrazione di singoli terroristi verso i Paesi industrializzati, affinché questi si “attivino” nel momento del bisogno. I vari attentati compiuti a Madrid, Londra e Parigi hanno mostrato al mondo la riuscita di questo nuovo modo di colpire.

In questa cornice si colloca l’ISIS (link in basso), nata da una costola di Al Qaeda, un gruppo di circa 30.000 combattenti (dati ufficiosi) che ha iniziato la sua attività terroristica pochi anni fa (tra il 2013 e il 2014) rivendicando la fondazione di un grande Califfato arabo che non tenga conto dei confini, imposti, dall’Occidente. Non vengono riconosciuti i confini stabiliti nel 1916 da inglesi e francesi perché la religione islamica non conosce le frontiere politiche, bensì sfere di influenza. Ecco perché lo Stato Islamico ha operato con particolare successo tra il confine Iraq-Siria, in modo indisturbato ed eludendo i controlli degli eserciti regolari. Venuti alla luce grazie ai loro efferati attentati trasmessi in streaming (con l’obiettivo di terrorizzare la società civile occidentale) al contrario di quanto si dica, non sono dei professionisti della guerra ma vengono armati e finanziati dagli stessi Stati che ufficialmente sono in guerra con loro (Arabia Saudita e Turchia in primis, a cui l’ISIS vende addirittura il petrolio).

Contemporaneamente Obama, credendo di aver democratizzato alcuni regimi dittatoriali di stampo pseudo-comunista, diede vita alle “primavere arabe”. Mai un errore fu così terribile.

Una volta caduti i regimi nordafricani, su tutti Tunisia e Libia, l’ISIS si rifugiò all’interno di questi Stati non più controllati da un uomo solo ma da una serie di tribù diverse tra loro che conclusero accordi separati con gli occidentali e con i terroristi. Il tutto condito da una serie di interessi personali di stampo francese. Ad esempio, nel 2013 i francesi intervennero nel Mali’ adducendo cause di terrorismo, in realtà volevano proteggere i giacimenti di uranio utili per le loro centrali nucleari da cui traggono il 70% del loro fabbisogno energetico.

Una volta che le strategie di guerra occidentali divennero meno “prevedibili”, l’ISIS diede vita ad una frettolosa ritirata culminata con la perdita di alcuni capisaldi all’interno del territorio siriano e iracheno (Mosul, Damasco). Però il problema della guerra asimmetrica è che si combatte contro un nemico non ben definito il quale può annidarsi dappertutto, come dimostrato dall’ultimo attentato (Strasburgo) dove ha perso la vita il reporter italiano Antonio Megalizzi.

CONSIDERAZIONI FINALI

La guerra asimmetrica, che coinvolge ogni giorno terroristi, militari e gente comune, non sembra trovare una definitiva conclusione. I metodi adottati dall’Occidente per contrastarla si sono dimostrati vani e irrisori. I servizi segreti europei, ad eccezione di quello italiano, non sembrano dar conto ai precedenti penali e alla necessità di bloccare singoli individui recidivi e già intercettati. E questo, irrimediabilmente, ha portato a delle tragedie. Non bastano delle riforme del Codice Penale o un repentino aumento dei controlli in concomitanza di un attentato o di un crimine efferato compiuto da un recidivo, servono interventi seri di contrasto di un fenomeno che sta distruggendo le vite di centinaia di famiglie, innocenti e non responsabili di quello che due potenze coloniali stabilirono 103 anni fa. Non ultima la famiglia del povero Antonio…
ildonatello

Auguri di un Sereno Anno a tutti i miei lettori.

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