L’agenda rossa di Paolo Borsellino – Pillole di Storia

Uno dei punti più oscuri della vicenda legata alla strage di Via d’Amelio, del 19 luglio 1992, che portò alla morte del giudice Paolo Borsellino ha forma rettangolare, è di colore rosso e ha sulla copertina anteriore lo stemma araldico dell’Arma dei Carabinieri. Si tratta della famosa agenda rossa.

La piccola agenda assunse un significato importante per il magistrato di Palermo negli ultimi 57 giorni della sua vita, quelli successivi alla morte del suo collega e amico Giovanni Falcone a Capaci, quando 500 kg di tritolo demolirono la strada su cui la sua auto, e quelle della scorta, stavano viaggiando. Il motivo per cui i più eminenti e famosi esponenti della lotta alla Mafia perirono in due sanguinosi attentati è cosa nota, per cui in questa breve pillola ci concentreremo soltanto sul mistero della piccola agenda che fu donata al giudice Borsellino dal Comando Generale dei Carabinieri nel Natale del 1991.

Per comprendere quanto fitta sia la rete del mistero legata all’agenda, bisognerebbe tornare a pochi minuti dopo la grande esplosione di Via d’Amelio, quando tra le carcasse in fiamme e il corpo senza vita del magistrato si aggiravano strane figure vestite in giacca e cravatta. Si dice siano uomini dei servizi segreti e siano lì non per indagare sulla scomparsa del giudice ma per rinvenire una borsa di pelle.

In quel libricino, Paolo Borsellino aveva preso l’abitudine di annotare tutti gli accadimenti importanti o strani che aveva avuto modo di constatare durante gli ultimi mesi della sua carriera da magistrato, quando cominciò a indagare più a fondo sulla malavita organizzata. C’erano i suoi sospetti, gli intrecci tra mafia e politica, le strane coincidenze che lo avevano insospettito durante i suoi giorni in Tribunale. C’erano cose importanti in quelle pagine, come testimoniato dalle parole pronunciate dallo stesso magistrato al tenente Canale, il quale, dopo averlo visto annotare delle cose sull’agenda, gli chiese ironicamente se fosse diventato anche lui pentito. Borsellino rispose con tono serio: “Sono successi troppi fatti in questi mesi, anch’io ho le mie cose da scrivere“.

Una delle rare foto dell’agenda rossa. Accanto ad essa, ovviamente, il giudice Paolo Borsellino (fonte immagine TG1 RAI)

La borsa venne prelevata dal capitano del Nucleo Operativo dei Carabinieri di Palermo Giovanni Arcangioli, come dimostra una fotografia che lo ritrae sul luogo della strage mentre si allontana. Il capitano, interrogato sul fatto (poi verrà prosciolto per non averlo commesso), dirà di aver portato la borsa nel punto in cui si trovavano dei colleghi di Paolo Borsellino, i giudici Giuseppe Ayala, e Vittorio Teresi. Il primo dirà di essersi ritrovato in mano questa borsa e poi di averla consegnata a due carabinieri senza pensarci, poiché nel frattempo un giornalista gli comunicò che in città si era sparsa la voce che l’attentato lo avessero fatto a lui. Il giornalista è Felice Cavallaro, il quale suggerì ad Ayala di recarsi dalla sua famiglia per smentire la diceria. Fiammetta Borsellino definirà questa storia come “contraddittoria”, poiché il magistrato cambierà la sua versione dei fatti più volte.

Ciò che conta sapere è che quella borsa finita nelle mani di Ayala per qualche minuto, ritornerà poi improvvisamente all’interno dell’auto di Borsellino e verrà recuperata dal capo della Squadra Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera (ex agente SISDE, nome in codice ‘Rutilius‘). Questi, la porterà nel suo ufficio dove ci rimarrà per tre mesi per motivi ancora non noti. Ovviamente l’agenda non c’era più.

In foto la borsa di Paolo Borsellino bruciacchiata ma ancora intatta (fonte immagine ilsicilia.it)

Antonino Caponnetto, storico amico e collega di Falcone e Borsellino, su spinta dei familiari, ne denuncerà la scomparsa il 25 luglio seguente, dando così inizio al mistero dell’agenda rossa.

Il contenuto, come anticipato, rimarrà sempre un arcano e le uniche testimonianze in merito appartengono al fratello di Paolo Borsellino, Salvatore, il quale dirà chiaramente che “quell’agenda è stata sottratta perché doveva servire per gestire i ricatti incrociati con i nomi“.

Ipotesi, sospetti, contraddizioni e coincidenze hanno accompagnato la storia dell’agenda rossa, sparita e mai ritrovata. I giudici hanno collegato la sua sparizione al depistaggio di stato conseguente alla strage del 19 luglio. Per questo motivo l’ipotesi più accreditata in questa strana storia è che in quelle pagine si nascondessero i risultati degli interrogatori compiuti dal magistrato in quei 57 giorni conseguenti a Capaci, quando Borsellino incontrò Gaspare Mutolo, nome importante di Cosa Nostra ed ex autista di Salvatore Riina, il boss dei boss, che rivelò le “talpe” dell’organizzazione mafiosa dentro le istituzioni e l’esistenza di una “trattativa in corso” tra Stato e Mafia. Non solo. Gli stessi inquirenti ritengono che tra quei nomi ci siano personalità dei servizi segreti, dato che quel giorno, in Via d’Amelio, c’erano degli uomini in giacca e cravatta che non ritennero necessario riferire la loro presenza in loco ai propri superiori e ai PM.

Una storia di misteri, quella dell’agenda rossa. Una storia italiana, da Prima Repubblica.

Pillola di storia a cura di Donatello D’Andrea

Fonte immagine: Files24

Fonti per approfondire:

L’agenda rossa di Paolo Borsellino di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

Storia dei Grandi Segreti d’Italia, volume 10 “la strage di Via d’Ameliodi Massimo Canuti

Paolo Borsellino. L’agenda rossa di Giacomo Bendotti

Articolo di Adnkronos del 2019

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