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La sconfitta della Sinistra: una debacle già annunciata

Buongiorno a tutti, mentre i nostri rappresentanti stanno lavorando per far nascere un nuovo Governo entro la prossima Era Glaciale, i sondaggisti e i politologi tracciano il resoconto delle elezioni politiche del 2018 che hanno consegnato un’Italia divisa, diversa e profondamente cambiata.

Dal risultato storico del Movimento Cinque Stelle, diventato il primo partito italiano e primo partito della storia repubblicana capace di aumentare i voti alla seconda partecipazione alle elezioni, alla Lega di Salvini capace di passare dal 4% delle Politiche del 2013 al 17% odierno.

Come si evince questi non sono cambiamenti da niente, poichè in barba all’epocale scontro tra destra e sinistra (le principali fazioni politiche che dalla Rivoluzione Francese si scontrano per il potere), ci troviamo come “perni principali” della politica italiana due partiti cosidetti “non schierati”, la Lega e il Movimento Cinque Stelle. Infatti sia il primo (generalmente identificato come partito di destra ma nato dall’unione di movimenti regionalisti e autonomisti per la “Padania Libera”), sia il secondo (nato come opposizione alla “politica di professione” e promotore della partecipazione popolare al policy making) sono movimenti che racchiudono al suo interno una eterogeneità di opinioni, idee e programmi che non hanno nulla a che vedere con le più classiche forme della politica tradizionale. Molti associano il loro modo di fare politica al cosidetto “populismo” (con scarsa attenzione al significato esatto di questa parola, confondendola spesso con demagogia), ma forse ci troviamo di fronte a qualcosa che va oltre le singole etichette dispregiative.

Forse ci troviamo di fronte ad una nuova politica fatta di slogan, di contatto diretto con gli elettori (viaggi in tutta Italia compresi) e di “poca professionalità da politico in giacca e cravatta”. Non so se sia adatto usare il concetto di “Terza Repubblica”, come ha fatto di Maio, ma di certo i cambiamenti intervenuti in questa tornata elettorale non si possono ignorare.

Ma non finisce qui.

Un altro evento ha segnato un netto distacco con la “vecchia politica”, mi riferisco alla netta sconfitta del PD, sceso per la prima volta dopo vent’anni sotto il 20%, e della sinistra in generale. I motivi di questa sconfitta sono tanti e hanno radici lontane. Una crisi che è peggiorata con la vittoria di pirro di Bersani nel 2013, quando per 120mila voti superò una destra data per spacciata, e mitigata da Renzi, che di sinistra ha avuto ben poco.

Ma la “ballata” della crisi del centrosinistra non è recente…

È pur vero però che il PD durante la Seconda Repubblica ha conosciuto una sola “grande vittoria” (Elezioni Europee 2014), due vittorie di Pirro (Prodi e Bersani) e tante sconfitte, confermando il cattivo rapporto degli italiani con l’altro piatto della bilancia.

Diciamo che i risulati ottenuti dagli ex “Democratici di Sinistra” non sono mai stati così esaltanti, almeno per un partito che era nato con l’intento di unificare tutta la sinistra sotto un’unica grande bandiera e soprattutto per consolidare il bipolarismo destra/sinistra che intanto si era creato. Invece le continue liti e le continue scissioni hanno portato ad un graduale processo di disintegrazione di questo neonato partito, aprendo la strada ad un movimento che ora costituisce a tutti gli effetti il Terzo Polo della politica italiana.

Nelle elezioni del 2008, anticipate a causa della caduta del Governo Prodi, per il PD si candidò Walter Veltroni che, pur sconfitto, ottenne un ottimo 33,2% circa 12 milioni di voti. Inoltre il suo Partito conquistò il primato in ben 7 regioni. Un risultato storico a cui si aggiunge il 33,7% ottenuto al Senato.

Al giorno d’oggi, dove il PD è il secondo partito con il 18,7%, la sconfitta del 2008 risulta essere un risultato nostalgico. Infatti nel giro di 10 anni il PD ha perso la metà dei suoi elettori, ben 6 milioni, confermandosi immerso in una crisi nera. Anche confrontando il risultato del 2018 con quello di 4 anni fa, delle Elezioni Europee del 2014, ci troviamo di fronte ad una differenza di 5 milioni di voti e di una estensione territoriale differente. Quattro anni fa il partito ex PC era il primo in tutte le regioni, ora solo nella Toscana. Inoltre è stato capace di perdere l’Emilia Romagna, una regione rossa dai tempi del PC, che non ha mai ceduto i propri voti ad altri partiti/coalizioni, nemmeno nella storica vittoria della DC del 1958.

Torniamo a 10 anni fa.

Nelle Elezioni Politiche del 2008 oltre al PD si presentarono altri piccoli partiti che rifiutarono di concorrere assieme alla madre patria, mi riferisco a Rifondazione Comunista (separato dal PDS nel 1991), Partito dei Comunisti Italiani, Verdi e Sinistra Democratica. Queste “fette di sinistra” si accordarono per concorrere assieme in una lista chiamata Sinistra Arcobaleno” sperando di superare la soglia di sbarramento della legge Calderoli del 4%. Purtroppo ciò non accadde e i “radicali” per la prima volta rimasero fuori dal Parlamento.

Nel 2009, alle elezioni europee, questa lista si presentò con un nuovo nome: Federazione della Sinistra. Nel mentre una nuova figura della politica italiana di sinistra, Nichi Vendola, perdeva le primarie di Rifondazione Comunista e fondava un nuovo partito con i verdi e i socialisti: SEL (prima Sinistra e Libertà dopo Sinistra, Ecologia e Libertà). Non c’è bisogno di ricordare che nessuno di questi partiti riuscì ad ottenere  il 4% necessario per eleggere europarlamentari.

Nel giro di qualche anno nella sinistra italiana si crearono tre poli: quello più radicale guidato dalla Federazione della Sinistra, intransigente e per nulla disposto ad avvicinamenti ed alleanze con la casa madre PD; un secondo polo, guidato da SEL, che grazie alla dinamicità del proprio leader riuscì ad avvicinarsi sempre più alla casa madre e a ritagliarsi un ruolo di primo piano nella sinistra italiana facendo eleggere diversi sindaci a Genova, Cagliari e Milano (oltre il successo in Puglia da parte di Vendola stesso). Sinistra, Ecologia e Libertà in questi anni raggiungerà il suo massimo storico, l’8%, e avrà un ruolo fondamentale nei referendum sull’acqua pubblica e sul nucleare. Ovviamente il terzo polo è quello del PD che in quegl’anni è nelle mani di Pierluigi Bersani, un uomo più dinamico e aperto ad alleanze rispetto a Veltroni e Prodi e quindi ideale per permettere l’avvicinamento di Nichi Vendola.

Nel 2012 si svolsero le primarie per scegliere il segretario del Partito che avrebbe dovuto guidare il Pd alle elezioni dell’anno successivo. Questa competizione interessò tre uomini: Nichi Vendola, ormai completamente immerso negli ingranaggi della sinistra, Pierluigi Bersani e un nuovo nome di cui sentiremo parlare in futuro: Matteo Renzi. La vittoria di Bersani in un duello testa a testa con Renzi, porrà fine alle ambizioni di Vendola di diventare leader della sinistra. Durante le primarie l’ex magistrato Antonio Ingroia darà vita ad un altro fallimento della sinistra: Rivoluzione Civile, che comprende diversi piccoli partiti della sinistra “più sinistra”, tra cui l’IDV (Italia dei Valori) di Di Pietro, ufficialmente isolato dalla casa madre per aver formato l’opposizione del Governo Monti.

Come detto, il progetto di Ingroia andò incontro ad un fallimento, ottenendo solo il 2,2% restando fuori dal Parlamento, mentre SEL, sfruttando gli “sconti per le coalizioni” (era un sistema con cui i partiti più piccoli alleati con i grandi potevano contare sul superamento della soglia dei secondi per accedere in Parlamento) con il 3,2% riuscì a portare in Parlamento 42 onorevoli. Ricordiamo che le elezioni del 2013 sono le prime della storia della Seconda Repubblica che hanno visto un netto sbriciolamento del bipolarismo in favore della nascita di un terzo polo, ovviamente quello del Movimento Cinque Stelle, che riuscì a raggiungere il 25%.

Però, nonostante la quasi sconfitta della coalizione di centrosinistra, queste elezioni confermano la vittoria interna dei partiti vicino al PD. In pratica una magra consolazione.

Nel frattempo Vendola, rimasto ai margini dei progetti della sinistra e impotente di fronte al fallimento Bersaniano, si dissocia completamente dai governi di larghe intese di Letta e Renzi e conduce il suo partito alle Elezioni Europee del 2014 con una lista  L’Altra Europa, in appoggio all'”ex volto nuovo della Sinistra Europa”, il premier greco Alexis Tsipras, riuscendo ad ottenere un milione di voti e ad eleggere 3 eurodeputati. Intanto il PD otteneva a queste elezioni il 40,8%…

Intanto con Renzi segretario del Partito Democratico si verificano le maggiori scissioni a causa di dissidi interni. Prima avviene la scissione da parte di Stefano Fassina (ricordate “Fassina chi?”), responsabile economico del PD Bersaniano. Questo’ultimo approderà in Sinistra Italiana, un gruppo parlamentare nato dall’unione di SEL e i vari dissidenti del PD e dei Cinque Stelle (già anche loro). Poco dopo anche Peppe Civati, dopo esser stato sconfitto alle primarie del 2013, uscirà dal PD e fonderà il partito “Possibile“, che durerà quanto la famosa “fumata di sigaretta” e poi Articolo 1-Movimento Democratico e Progressista in cui confluiranno anche Bersani, D’Alema e Roberto Speranza.

Tutto ciò mentre sta per avere termine il Governo Renzi, all’indomani del Referendum Costituzionale del 2016.

All’indomani delle elezioni del 4 Marzo 2018, i poli della sinsitra restano sempre tre: da un lato c’è l’ex magistrato Piero Grasso che tre mesi prima delle elezioni fonda “Liberi e Uguali“, assieme a Speranza, Bersani e D’Alema; dal lato opposto invece ci sono i centri sociali, Rifondazione Comunista e altri pezzi di sinistra radicale che danno vita alla lista “Potere al Popolo“: I secondi accusano i primi di essere “troppo moderati”. Ovviamente al centro non poteva non esserci Renzi, con il PDR (Partito di Renzi, ex PD) che con alcune liste minori, tra cui quella di Emma Bonino (+ Europa) e quella dell’ex MInistro della Salute, Beatrice Lorenzin, si apprestavano ad andare incontro allo sfascio.

Entrambe le nuove liste ottengono dei risultati abbastanza deludenti, con LeU che con il 3,4% entrerà in Parlamento ma in assenza di deputati e senatori necessari a formare gruppi parlamentari (20 alla Camera e 10 al Senato), dovrà unirsi a qualche altro gruppo più grande. Mentre i centri sociali di Potere al Popolo dovranno fermarsi al 1,1% e restare fuori dal Parlamento.

Questa è la storia di una fazione politica che nel giro di 10 anni non è riuscita ad arginare la perdita dei propri consensi. Con scissioni, liti e nuovi partiti che si dichiarano di sinistra non si è riuscito ad arginare la formazione di un terzo polo che ha risucchiato le preferenze di tutto il corpo elettorale italiano, sia di destra che di sinistra, e che è ad oggi il primo partito italiano e molto probabilmente membro irremovibile della futura maggioranza parlamentare (come dimostra l’elezione del Presidente della Camera).

Tutto ciò, possibilmente, nel minor tempo possibile.

ildonatello

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