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La Brexit e il fumo della propaganda

Stamane il primo ministro inglese, Theresa May, ha annunciato la fine della propria carriera politica in un discorso strappalacrime tenuto davanti al 10 di Downing Street.

Le sue dimissioni da leader dei conservatori sono arrivate mentre nel Regno Unito si stava votando per le Elezioni Europee e soprattutto al culmine di una pittoresca vicenda che ha visto la May protagonista di una staffetta Londra-Bruxelles nel tentativo di trovare un accordo favorevole per l’uscita del Regno Unito dall’Unione politica europea.

Il fallimento dei suoi sogni di gloria e del suo incarico era già annunciato. Con un Parlamento sempre più in balia dei deliri degli euroscettici e diviso anche sulle questioni meno impellenti, per il Primo Ministro britannico era difficile trovare un accordo che potesse soddisfare sia i negoziatori europei che i deputati inglesi.

Quindi, stando a quanto emerso da questa a dir poco grottesca Brexit, quello che resta del glorioso Impero britannico dovrà accontentarsi di un No Deal che avrà delle severe ripercussioni sulla sua stabilità politica ed economica.

Un fallimento figlio della scarsa lungimiranza politica

Il fallimento britannico è figlio della politica contemporanea basata sull’ignoranza collettiva, sulla scarsa lungimiranza dei proponenti e sulla costruzione di notizie ad hoc atte a destabilizzare anche gli ambienti più tranquilli e innocui, le cosiddette fake news.

Innanzitutto è il fallimento di David Cameron, il quale nel tentativo di rinegoziare la già ottima (e fastidiosa) posizione del Regno Unito all’interno dello scacchiere europeo, è arrivato ad assecondare la volontà di potenza dell’UKIP e degli euroscettici che, scevri di argomenti, hanno sfruttato appieno il vuoto di potere lasciato dallo stesso Cameron nel giugno del 2016, dopo le sue dimissioni arrivate a conclusione dell’iter referendario.

Il controverso referendum ha portato la classe dirigente inglese ad appellarsi all’art. 50 del Trattato sull’Unione Europea (TUE). Così il Regno Unito ha posto fine all’intaccabile sogno dell’unita europea chiedendo a Bruxelles di avviare la procedura per uscire dall’Unione politica europea.

La salita al potere di Theresa May ha solamente rimandato il collasso politico di un paio d’anni. Con il coltello dalla parte del manico, per l’UE era quasi impossibile cedere alle richieste di un Paese che avendo chiesto di uscire, pretendeva pure qualcosa in cambio.

Infatti, com’è noto, i negoziatori comunitari hanno redatto una bozza d’accordo che, comunque sia, non prevede dei benefici particolari per il Paese uscente se non nella misura di “partner privilegiato”. A Londra l’accordo redatto dal team negoziale non è piaciuto, di fatto l’ha più volte respinto. Bruxelles ha fatto sapere che non ci sarà un altro accordo all’infuori di quello già proposto.

Inoltre, ci sarebbero anche un altro paio di questioni da risolvere, più delicate.

Innanzitutto l’hard border, il confine tra Irlanda del Nord (UK) e la Repubblica d’Irlanda (Paese membro UE). L’accordo della Brexit prevede una sorta di clausola di salvaguardia (backstop) nel caso in cui entrambi i contendenti non riuscissero a pervenire ad un accordo. Il backstop prevede che l’Irlanda del Nord resti allineata ad alcune norme dell’UE concernenti i prodotti alimentari e le merci. In questo modo non sarà necessario alcun controllo doganale e di frontiera tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord. Tuttavia, i controlli saranno necessari per le merci destinate all’Irlanda del Nord dal resto del Regno Unito, stabilendo di fatto una frontiera nel mar d’Irlanda. 

Così facendo l’Irlanda del Nord resterebbe, almeno economicamente, territorio dell’Unione Europea mentre il resto dell’UK no. Ovviamente questo non sta bene ai matusa di Westminster che da un lato accusano l’UE di minare la loro unità nazionale, ma dall’altro pregano affinché quest’ultima conceda all’intero Paese di restare nel mercato unico europeo. Un cortocircuito da manuale.

Poi c’è anche da tener conto di un altro importante fatto a cui la Brexit non ha risposto. Furono proprio gli accordi di Venerdì Santo (1998) a porre fine al conflitto irlandese tra unionisti e repubblicani. Ri-militarizzare il confine, potrebbe riaccendere qualche miccia, soprattutto dopo che l’Irlanda del Nord ha votato a favore del remain.

I sovranisti de noantri vorrebbero due piccioni con una fava, trattando da una posizione totalmente sfavorevole. Il parlamentarismo britannico sembra essere giunto alla sua totale esautorazione e perdita di credibilità a causa della sciatteria che ha condotto un’intera nazione a votare contro il proprio destino. Non aver previsto le conseguenze delle proprie azioni denota una catastrofica mancanza di lucidità e di chiaroveggenza della classe dirigente del Regno Unito.

La seconda questione, ovviamente, riguarda i rapporti futuri tra l’UE e il Regno Unito. Nemmeno a questo proposito le intenzioni di Londra sono chiare poiché, come già detto, altrettanto poco chiari sono i progetti dei futuri “disertori” europei. Come più volte ho avuto di modo di ripetere in precedenti articoli, la scarsa programmazione è una delle costanti della politica contemporanea. A maggior ragione dopo una scelta così radicale.

Molti accusano i due primi ministri (Cameron e May) di aver portato avanti con poco entusiasmo le procedure per l’uscita ma, in realtà, anche i conservatori, l’Ukip e gli altri favorevoli alla Brexit non hanno proposto né alternative, né tantomeno son riusciti a delineare coerentemente il futuro del Regno Unito.

Le Elezioni Europee e il trionfo del Brexit Party

A completare lo spettacolo da circo c’è la partecipazione inglese alle Elezioni Europee. Ma non volevano uscire? E i risultati delle stesse votazioni, fotografano una situazione di stallo, apparentemente irrisolvibile.

La schiacciante vittoria del Brexit Party dell’intramontabile Nigel Farage, il quale migliora la precedente prestazione del 2014 passando dal 26,8% (con l’UKIP) al 31,7%, si oppone direttamente alla somma dei partiti no-Brexit che si dichiarano maggioranza. Il Labour sprofonda, fermandosi al 14%. I conservatori son ridotti ai minimi termini (4 seggi) e i liberal-democratici si affermano come secondo partito con il 18,6% comunque anni luce lontano da Farage. L’UKIP, invece, sembra essere finito nel dimenticatoio, ottenendo un misero 3,6% e restando fuori dal Parlamento Europeo dopo che nel 2014 era riuscito ad eccedervi con 24 eurodeputati. Anche i Verdi hanno ottenuto un buon risultato (11,1% e 7 seggi).

Dunque, da un lato Farage e i conservatori spingono per un’uscita entro il 31 Ottobre con o senza condizioni, dall’altro ci sono i pro-Europa (Change Uk – fermatosi al 2,6% – e altri) che dicono il contrario, proponendo un secondo referendum in nome di una maggioranza favorevole al remain (circa il 40%).

In attesa delle primarie per il nuovo leader dei conservatori, lo scenario è sempre lo stesso. Boris Johnson, in questa situazione vincerebbe a mani basse ma avendo molti nemici nel Parlamento non è sicuro che verrà presentato da subito come successore della May. Poi senza una maggioranza, c’è il rischio che il nuovo governo cada ancor prima di sorgere. Con Farage che chiama a gran voce la Brexit c’è il rischio per i conservatori di perdere ancor più terreno e la titubanza di Jeremy Corbyn avrà sicuramente delle serie conseguenze. Nel frattempo, si prospetta anche un’alleanza tra gli europeisti che potrebbe rovinare i piani della confusa politica pro-Brexit.

L’incuria, le fake news e la scarsa voglia di informarsi

La Brexit è, in fin dei conti, una scelta non consapevole da imputare all’incuria della classe dirigente e ad una campagna elettorale per il referendum condotta sulla base di slogan e fake news, facendo leva sul sentimentalismo e sulla nostalgia di coloro che sono legati ai ricordi dell’Impero britannico.

Infatti, la propaganda degli euroscettici e dei conservatori ha fatto leva sull’immigrazione, bianca, e sul fatto che a causa di questo fenomeno il sistema sanitario sia diventato inefficiente. Anche il calo dei salari tra il 2008 e il 2014 è stato imputato alla presenza degli immigrati, senza considerare che la congiunzione economica mondiale ha colpito i salari di tutto il mondo. Gli euroscettici, inoltre, hanno incolpato l’UE di aver privato il Regno Unito della sua sovranità.

La verità, invece, è un’altra. La macchina statale britannica si è inceppata e addossare le colpe a Bruxelles è stata un’opera da manuale che ha convinto gli inglesi a votare per la Brexit. Il Regno Unito, dal suo ingresso nella CEE è sempre stato trattato con i guanti di velluto. Non ha aderito alla moneta unica ma usufruisce del mercato unico, riceve cospicui finanziamenti ed esercita un’influenza non indifferente sulle decisioni che vengono adottate.

Hanno vinto le fake news e i miti di un passato glorioso che non tornerà più. E mentre gli investitori lasciano Londra in lacrime (il celebre marchio automobilistico Aston Martin è entrato in crisi) le maggiori aziende hanno chiesto l’aiuto del governo per non “cadere” e lo spettro di un “no deal” sta lentamente mietendo vittime nella finanza inglese.

Infine, la cosa più grave (e che mi ha colpito particolarmente) di questa “Brexit” è stata la scelta degli inglesi, popolo storicamente colto, di non informarsi, di non ponderare loro stessi (al di là della politica) la scelta compiuta. Si son affidati a dei cialtroni che han promesso loro di abbandonare l’Europa con un accordo che avrebbe riconsegnato loro la dignità di grande impero senza rendersi conto che il tempo degli imperi coloniali è finito.

Dopo ben 3 anni dall’inizio delle trattative, credo convenga iniziare a lavorare sul serio mettendo da parte le diversità. Non esistono soltanto i brexiters, ci sono anche migliaia di giovani inglesi che hanno votato per restare in Europa e, a questo punto, converrebbe coinvolgerli.

Le conseguenze di questa scelta peseranno anche sull’Europa, poiché senza il Regno Unito l’importanza della Germania crescerà ulteriormente e, di conseguenza, la sua parola in Europa conterà ancor di più. Inoltre, ci saranno serie ripercussioni commerciali in caso (probabile) di No Deal, anche per l’Italia (e le aziende italiane in UK) e per l’intero mercato europeo.

I primi segnali son già arrivati. Gli imprenditori inglesi si dicono preoccupati dal basso tasso di crescita della loro nazione (0,2%) e molti lo imputano all’incertezza provocata dall’assenza di un accordo con l’UE. Inoltre, come più volte sottolineato, i mercati finanziari fanno pesare all’economia inglese la probabile uscita a mani vuote dalle trattative.

La speranza è che questo episodio insegni ai politici e ai cittadini a ponderare le scelte in materie così delicate, affinché si possano evitare altre future “Brexit”.

-ildonatello

FONTI:

https://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2019-05-24/brexit-atteso-oggi-l-annuncio-dimissioni-primo-ministro-theresa-may-095059.shtml?uuid=ACttsEI

https://www.eunews.it/2018/11/15/brexit-accordo-piace-ue-no-londra/111250

https://www.eunews.it/2019/05/29/brexit-via-la-vice-negoziatrice-ue/117417

https://www.repubblica.it/dossier/politica/elezioni-europee-2019-ue-23-26-maggio/2019/05/27/news/elezioni_europee_regno_unito_vince_farage_i_laburisti_di_corbyn_superati_dai_liberali_crollo_dei_conservatori-227279273/

https://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2019-05-27/regno-unito-piu-diviso-che-mai-e-percorso-brexit-si-complica–134603.shtml?uuid=ACXNfKJ

https://pbs.twimg.com/media/D7jYm8eWsAADmdm.jpg:large

http://www.ilgiornale.it/news/politica/ha-mentito-sulla-brexit-ora-boris-rischia-processo-1703466.html

https://www.linkiesta.it/it/article/2019/05/25/brexit-europee-voto-aziende-italiane-soundreef/42272/

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