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Intervista a Rossella Miccio, Presidente di Emergency

DI DANIELA PIESCO

Rossella Miccio, 45 anni, è il presidente di Emergency. È nell’organizzazione dal 2000,  ed è  stata impegnata prima in Afghanistan e poi è diventata co-direttore dei Programmi umanitari. È entrata attraverso uno stage, dopo la laurea in Scienze Politiche, senza sapere come sarebbe andata a finire. È ancora lì, con la stessa voglia di dire basta alla guerra. E soprattutto con lo stesso sogno di sempre: quello di diventare “inutili” un giorno. Il mondo però non smette di fare guerre. E forse quello che non si vede da fuori è l’eredità che lascia un conflitto. 

L’intervista a Rossella Miccio.

Essere curati è un diritto umano fondamentale e come tale deve essere riconosciuto a ogni individuo. Qual è la vostra idea di cura?

Crediamo che essere curati sia un diritto umano fondamentale e che, come tale, debba essere riconosciuto a ogni individuo.
Perché le cure siano veramente accessibili, devono essere completamente gratuite; perché siano efficaci, devono essere di alta qualità 
Costruiamo gli ospedali dove lavoriamo per garantire il livello di cure più alto possibile: abbiamo l’obiettivo di creare un ambiente di lavoro efficiente per lo staff e confortevole per i pazienti.
Dotiamo ogni ospedale di un giardino, di spazi gioco per i bambini e luoghi di aggregazione: riteniamo che   la bellezza riconosce rispetto e dignità.
Per capire se l’obiettivo è raggiunto, ci poniamo una semplice domanda: “Ricovererei mia madre o mio fratello in quest’ospedale?”. Se la risposta è sì, significa che stiamo facendo un buon lavoro.
I principi di uguaglianza, qualità e responsabilità sociale, che devono fondare i sistemi sanitari nazionali e internazionali sono stati espressi nel ‘Manifesto per una medicina basata sui diritti umani’
Oltre a promuovere incontri di sensibilizzazione nelle scuole e mostre fotografiche per far conoscere la realtà quotidiana di paesi e persone colpite dalla guerra e dalla povertà, abbiamo creato anche una compagnia teatrale. Così chi vive la pace può immedesimarsi in “Kamille che  va alla guerra” un dannato, non un semplice morto perché mutilato.

Veniamo ad oggi. Il caso della Sea Watch 3, della Open Arms, il recente salvataggio della Atlanta e in genere delle navi ONG, costituiscono un’emergenza nazionale reale in un Paese dove la pressione fiscale, negli ultimi dodici mesi, è cresciuta dello 0,3%? Parlare di immigrazione è più facile che parlare delle condizioni reali del nostro paese?”

Sicuramente il tema dell’immigrazione è stato negli ultimi anni strumentalizzato per distogliere l’attenzione delle persone da quelli che sono i reali problemi del Paese. Basti pensare che per ogni 20-25 mila immigrati che arrivano in Italia, ci sono 100-150 mila giovani diplomati o laureati che vanno via dell’Italia.
Ecco, credo che questo sia un problema molto più rilevante. Piuttosto la mancanza di lavoro o appunto il sistema di welfare che viene smantellato mattoncino dopo mattoncino.
Probabilmente la politica ha perso la capacità di rispondere alle necessità delle persone ma soprattutto ha perso la capacità di riconoscere queste necessità perché sembra davvero strano che nonostante la contezza dei reali bisogni della popolazione si continui ad investire energie e risorse per bloccare poche migliaia di persone che scappano dalla guerra e dalla fame e si continui a criminalizzare chi fa l’unica cosa decente e umana da fare :quella di salvare vite umane.
Come fanno le ONG ma sopratutto come fanno le organizzazioni che favoriscono l’integrazione e l’accoglienza sul territorio italiano.

Oggi per fortuna la Corte di Cassazione ha confermato che non non avrebbero dovuto arrestare Carola Rackete per aver salvato delle vite umane. Si tratta di un verdetto importante per tutti gli operatori umanitari in quanto si è ribadito con forza istituzionale che in mare si difende la vita e i principi su cui si fondano le nostre democrazie. E dunque senza diritti non c’è libertà. Cosa ha da dichiarare Rossella Miccio?

Molta soddisfazione per questa conferma, perché per noi, per Emergency è stata una conferma. Noi fin da subito abbiamo espresso il nostro sostegno a Carola Rackete ,a tutto lo staff di Sea Watch, così come a tutte le ONG.
Da qualche mese collaboriamo con Open Arms proprio per integrare il loro team e per prestare la migliore assistenza possibile ai naufraghi quando vengono recuperati.Crediamo che questa sentenza della Corte di Cassazione sia un ritorno alla normalità. 
Una normalità che negli ultimi anni sembrava si fosse ribaltata. Il buon senso, la logica, lo stato di diritto sono stati rovesciati a vantaggio di principi che non appartengono ad Emergency e che, credo, non possano appartenere a nessuna società. Difatti senza solidarietà, senza rispetto reciproco, senza la convinzione che il valore della vita umana vada salvato e tutelato in ogni occasione non si vive in una società, bensì in una giungla o un far West.
Ben vengano queste conferme che ci fanno tornare a vivere in un paese civile.

La legge che governa l’immigrazione in Italia ha affermato il valore dell’integrazione dei migranti ma non l’ha favorita con risorse economiche che, al 90%, sono state destinate alla sicurezza. Eppure siamo impreparati ai missili dell’Iran che possono colpire bersagli in un raggio dai 300 ai 2.500 chilometri, compresa, quindi, parte dell’Italia insulare e meridionale. Cosa ha da dichiarare pensando a chi ha costruito la sua fortuna elettorale difendendo i confini da qualche centinaio di disperati?

Come presidente di Emergency ritengo che la sicurezza di un Paese non dipenda da quante armi si hanno o da che tecnologia bellica si disponga. La sicurezza è un concetto molto più ampio che si basa sulla capacità di gestire le difficoltà e i conflitti che ci sono attraverso gli strumenti della diplomazia e del dialogo. 
Quindi non ritengo che un un’aumento nell’investimento delle armi possa garantire maggiore sicurezza. Tutt’altro. Dopo l’11 settembre la spesa per armamenti, a livello mondiale, è salita notevolmente e in Italia credo che sia stata, l’unica voce di bilancio che non abbia mai subito tagli negli ultimi 15 anni. Siamo più sicuri?
No, siamo più incerti, abbiamo ancora più paura di spostarci e di incontrarci.Quindi la prospettiva va ribaltata. Bisogna tornare ad avere voglia di sedersi attorno ad un tavolo e ridefinire le regole del gioco e capire, soprattutto, quali sono i livelli minimi di rispetto e tutela dell’essere umano che la società e le istituzioni devono garantire. 
Solo così può parlarsi di sicurezza e aprirsi  ad un futuro senza armi e senza paura. Un futuro basato sul rispetto e la voglia di condivisione.

Daniela Piesco, giornalista.

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1 Risposta

  1. Luciana Festa ha detto:

    Bella intervista

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