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Il Cambiamento politico in Italia – Una storia travagliata

Buongiorno a tutti, con questo articolo vorrei dedicare un po’ di parole al cosiddetto “cambiamento” nella politica. In Italia non si fa che ricercarlo da un bel po’, ma ancora oggi, nonostante gli sforzi della classe dirigente e non, gli italiani non si sentono soddisfatti o meglio, non lo percepiscono ancora come lo vorrebbero.

Buona lettura!

Parlare di cambiamento in politica, soprattutto in Italia, richiede un’analisi che sia efficiente e che riprenda le basi della nostra storia. Una storia che non è comune, ovviamente, a quella degli altri Paesi dell’Europa e del mondo, ma che in qualche modo ne condivide gli sviluppi.

Mi riferisco a quel cambiamento che pone le sue radici durante la Seconda Guerra Mondiale, quando nel 1943, l’Ordine Grandi destituì il Duce dalla sua carica di “condottiero” e Presidente del Consiglio e dove la classe dirigente chiese l’assunzione dei poteri al Re Vittorio Emanuele. L’inizio del cambiamento, seppur in forma minima, ci fu in quel momento. Infatti, con la svolta di Salerno del 1944, Togliatti e gli antifascisti, Badoglio e i monarchici trovarono un accordo sulla futura istituzionalizzazione del Paese, che effettivamente aveva perso la guerra.

L’accordo fu quello di indire un Referendum che lasciasse agli italiani la scelta della forma di governo da adottare: repubblicana o monarchica. Con la condizione essenziale del passaggio di poteri dal “Mezzo Re” Vittorio Emanuele a suo figlio, Umberto II di Savoia, detto “Re di Maggio” per la breve durata del suo regno con il titolo di Luogotenente Generale, condizione voluta in primis dagli alleati.

Si tratta di una svolta epocale, perché com’era prevedibile, gli italiani incolparono Vittorio Emanuele dell’ascesa del Duce Benito Mussolini e quindi esercitando la funzione del “voto retrospettivo”, scelsero la repubblica (anche se con uno scarto minimo). E per render omaggio al gentil sesso, in quel referendum (e nella scelta della Costituente) votarono anche le donne.

Ecco, l’Italia è una Repubblica – 2 giugno 1946! Iniziano i lavori dei costituzionalisti per redigere la nostra futura Carta Costituzionale che entrerà in vigore il 1 Gennaio 1948.

La partecipazione dei principali partiti del momento, PSI, DC, PCI, alla Costituente portò alla scelta di un sistema elettorale iper-rappresentativo, a causa dell’esperienza anti-partitica patita sotto il Fascismo e a causa di due scuole contrapposte che non si fidavano: Chiesa Cattolica e “Chiesa” Comunista. La soluzione finale? Un sistema, diremmo oggi “alla italiana”, equilibrato costituito in modo che nessuno vincesse e che portasse alla negoziazione tra più parti.

Ora, l’Italia doveva operare una scelta. Servivano soldi per la ricostruzione e l’occasione arrivò con il Piano Marshall, o l’ERP promosso dagli USA (European Recovery Program), che mise a disposizione ben 14 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’intero Continente, ad eccezione dei Paesi sotto il controllo dell’altra superpotenza emersa prepotentemente nel quadro geopolitico mondiale: l’Unione Sovietica. E in piena guerra fredda la decisione da prendere avrebbe condizionato fortemente la neonata Repubblica.

L’Italia aveva il più forte partito comunista dell’intera Europa Occidentale e spingeva il Paese verso il blocco dell’Est, mentre la Democrazia Cristiana, spingeva verso un’alleanza atlantica con gli Stati Uniti, poiché il pericolo “rosso” era in agguato. Tutto rimandato allo scontro finale: 18 Aprile 1948.

Il 18 Aprile 1948 ci furono le elezioni, le prime, della Repubblica e queste videro una vittoria schiacciante della Democrazia Cristiana, si dice anche supportata dagli USA, che andò vicina alla maggioranza assoluta (vinse con il 48,51% dei voti validi), contro uno spaccato “Fronte Popolare”, l’alleanza tra PSI (Partito Socialista) e PCI. Sconfitta dettata anche dal fatto che un’ala dei socialisti, il Partito Socialista dei Lavoratori e l’Unione Socialista, si presentarono alle urne senza stringere alleanze con la casa madre, ottenendo un misero 7%, poiché con la Scissione di Palazzo Barberini si sottolineò la volontà di Saragat di non collaborare con i comunisti perché troppo pericolosamente attaccati alle idee sovietiche e il tentativo di allarmare il PSI del fatto che nel giro di qualche anno la leadership dai socialisti sarebbe passata ai comunisti. I primi erano convinti del contrario, ma pochi anni dopo i fatti non gli daranno ragione.

Con la vittoria della Democrazia Cristiana e il governo del centrismo di Alcide de Gasperi, avviene l’esclusione delle sinistre dal governo. Infatti l’Italia si schiererà con la NATO (1949) e aderirà alle Nazioni Unite (1955), e come “premio” della sua buona volontà otterrà un mandato fiduciario sulla Somalia per 10 anni (1950-1960).

Il cambiamento è avvenuto: l’Italia da Monarchia è diventata Repubblica a tutti gli effetti.

E i risultati non tardano ad arrivare.

Alla fine degli anni ’50, grazie agli aiuti del Piano Marshall (1,4 miliardi di dollari), l’Italia darà il via ad una ricostruzione industriale che porterà il Paese a vivere i fantastici anni del Boom Economico, che proietteranno il nostro Paese in cima alle classifiche della crescita. La gente è soddisfatta e partecipa sempre più alle elezioni perché il suffragio universale crea entusiasmo e i risultati economici devono essere premiati con una partecipazione assidua alle elezioni (affluenza alle urne di circa il 90%, tra le più alte al mondo) e un consolidamento sempre più importante della democrazia.

Sul finire degli anni ’70, con le due crisi energetiche (’73 e ’79), l’Italia assaggiò per la prima volta una crisi che costrinse gli imprenditori a diminuire gli orari di lavoro e il Governo a prendere delle misure impopolari come il divieto di circolazione con auto la domenica e altre misure che nel clima generale politico che attraversava l’Italia portarono ad una accentuazione delle lotte sindacali e all’instabilità dei governi. Questi, resi ancora più instabili dal terrorismo rosso che in quegli anni dilagava provocando morti e feriti (anni di piombo 1969-1980)

Gli anni ’80 furono caratterizzati dalla nascita del sistema “pentapartitico”, formato dal Partito Repubblicano, Democrazia Cristiana, Partito Liberale, Partito Socialdemocratico e Partito Socialista. Ma il sistema politico centrista, nonostante la partecipazione delle sinistre (tranne i comunisti, per ovvi motivi) portò ad un aumento della conflittualità tra i partiti. La società italiana era diventata moderna, molto sviluppata e a gran voce chiedeva delle novità, soprattutto sulla scia delle riforme del decennio precedente (divorzio, riforma della sanità, Statuto dei Lavoratori). Inoltre in questi anni l’affluenza alle urne scese per la prima volta sotto il 90%, simbolo che gli italiani consideravano la democrazia ormai stabilizzata e il loro voto non avrebbe cambiato nulla. In Parlamento, il PSI si accorse di questo “cambiamento comportamentale” e propose una riforma istituzionale alla “francese”, cioè di rendere la Prima Repubblica Italiana più simile alla Quinta Repubblica Francese, più departitizzata e più accentrata dal punto di vista del potere esecutivo. I socialisti incontrarono l’opposizione della DC e del PCI, convinti che il “cambio di sistema” avrebbe messo a rischio la democrazia, portando ad una deriva autoritaria. L’argomento di rendere l’Italia una Repubblica Semi-presidenziale come la Francia non è nuovo. Poiché le intenzioni di Berlusconi nel 2006 e di Renzi nel 2016 erano in sostanza queste: prendere il meglio dal Parlamentarismo e dal Presidenzialismo e rendere un regime “ibrido”, il nostro regime parlamentare.

Il pentapartito durò fino al 1992, anno di Tangentopoli e dei delitti di mafia e anni della caduta del muro di Berlino (1989) e quindi la fine della separazione ideologica tra Ovest ed Est del mondo, con la caduta del comunismo e il fallimento del suo sistema economico, fallimento dovuto in parte alle riforme di Gorbaciov (Perestroika) e in parte al lento logoramento del sistema sovietico nel corso degli anni. Tangentopoli in Italia, fu un colpo davvero duro alla politica, poiché coinvolse in questo giro di tangenti gran parte della classe politica, soprattutto DC e PSI e in parte coinvolse gli uomini del PCI. Inoltre la fine del confronto ideologico tra i due blocchi continentali rendeva inutile la presenza dei loro difensori, Democrazia Cristiana e Partito Comunista. Infatti nel giro di pochi anni, la Democrazia Cristiana dopo essere scesa per la prima volta sotto il 30% (1992), sparì completamente. Mentre il Partito Comunista nel 1991, al Congresso di Rimini, assunse il nome di Partito Democratico della Sinistra (su proposta dell’ex segretario PCI Achille Occhetto) da cui però un’ala nostalgica si distanziò subito, non grandendo la forma “democratica” del partito, in nome di una “Rifondazione Comunista”.

Nonostante continuasse, in qualche modo tra fine anni ’80 e inizio ’90, l’exploit economico che ci permise di superare per breve tempo la Gran Bretagna nel G6, da Tangentopoli l’Italia piomberà in una crisi, di cui stiamo pagando dazio ancora oggi.

Molto è da attribuire all’incapacità della nostra classe dirigente di intuire che qualcosa nell’aria stava cambiando, frutto anche della globalizzazione che favorirà i Paesi a basso costo di manodopera (India e Cina in primis), premiando anche le innovazioni tecnologiche, e al fatto che Tangentopoli decapitò gran parte della nostra classe politica e imprenditoriale sostituendola con una ancora più inadatta, composta in maggior parte da banchieri che non adopereranno le riforme necessarie nel settore pubblico, nell’alta formazione e ricerca e soprattutto non promuoveranno delle riforme in previsione dell’entrata nella moneta unica.

Il malcontento mostrato dal popolo italiano si concretizzò con una raccolta di firme per un referendum per cambiare la legge elettorale proporzionale della prima Repubblica (leggi 6/1948 e 29/1948 rispettivamente per Camera e Senato) in una maggioritaria. La raccolta di firme suscitò i dubbi della classe dirigente, mostrando la loro distanza dagli elettori che invece ne erano entusiasti.

L’approvazione della Legge Mattarella (276 e 277/1993) segnerà l’inizio della “Seconda Repubblica”.

Alle elezioni del 1994 sulla scena italiana, con questa nuova legge, si presentarono dei nuovi partiti, Forza Italia e Lega Nord in particolare, che sfruttando l’onda del malcontento mostrato dal popolo italiano e il vuoto ideologico lasciato da DC e PSI, si presentarono con motti tipo Roma Ladrona per sottolineare la presa di distanze dalla vecchia classe dirigente, riaccendendo le speranze di un “cambiamento”.

Il voto ideologico, che caratterizzò l’Italia nella Prima Repubblica, lascerà il posto ai voti di protesta e a quelli di opinione.

Questi due partiti rispondendo all’appello dei cittadini, aizzarono la folla contro la vecchia classe dirigente e rivolgendosi agli elettori con termini semplici, distanti da quel “politichese in giacca e cravatta”, riuscirono ad intercettare gli elettori delusi di PSI e DC riscuotendo un gran successo e dando il via all’ascesa di uno dei più grandi leader carismatici che la storia italiana ricordi: Silvio Berlusconi.

Le elezioni del 1994 registrarono il più alto dato di “volatilità elettorale“, cioè un cambio epocale delle intenzioni di voto degli italiani, vicino al 40%. Situazione che si ripeterà nel 2013.

Nonostante il suo primo governo cadrà dopo pochi mesi, non dando la possibilità di attuare il suo programma, l’ascesa di Berlusconi al potere era appena iniziata e le speranze di un cambiamento, spinte anche dalla curiosità di ciò che poteva riuscire a fare un “non politico di professione”, porteranno Berlusconi ad una storica vittoria nelle elezioni del 2001. Elezioni storiche perché cambiarono anche il modo di dirigere la campagna elettorale.

Berlusconi modificò i toni della campagna elettorale, dandole dei temi e dei toni molto duri, accusando sia nel 1994 che nel 2001 le sinistre e tutti i politici di professione di aver portato il Paese allo sfascio (tra la fine degli anni ’90 e inizio anni 2000 l’Italia per la prima volta registrerà un dato negativo nelle esportazioni, chiave del commercio italiano insieme al turismo), ponendo la campagna elettorale come un “referendum su se stesso” e dando le garanzie giuste, da imprenditore, toccando elementi chiave come economia, sicurezza, disoccupazione (il contratto con gli italiani redatto e firmato durante una puntata del noto talk show televisivo “Porta a Porta”).

Con il “contratto con gli italiani” Berlusconi stava ponendo le basi di una sua futura riforma, bocciata in un referendum nel 2006, di avere una sorta di legittimazione popolare e non parlamentare, come una Repubblica Semi-presidenziale alla Francese (vedi su).

Anche la sinistra si adattò alle campagne berlusconiane, ne è il simbolo il fatto che la scelta del leader da contrapporre all’imprenditore lombardo fu eseguita tramite un sondaggio tra Amato e Rutelli “sull’appetibilità” che queste due figure potevano suscitare tra gli elettori. Vinse il secondo.

Ciò non servì ad evitare il Governo Berlusconi II, e successivi (altri 3) con l’alternanza del Governo Prodi (2006-2008). E il bilancio di questi governi, sia di sinistra che di destra non sorridono ne alla prima, orfana di un vero leader (da Berlinguer e Craxi), incapace di proporre programmi appetibili agli elettori (ma solo riforme impopolari) e di sfruttare le debolezze dell’altra fazione, e non sorridono nemmeno alla seconda, incapace di mantenere le promesse fatte in precedenza soprattutto a causa del peggioramento della crisi tra il 2008 e il 2011. E tra l’aumento della disoccupazione e il crollo delle principali aziende quotate in borsa si arriva ad un altro cambiamento: “il governo tecnico”.

Il Governo tecnico nato dopo le dimissioni di Berlusconi nel novembre del 2011, ha avuto l’arduo e impopolare compito di risanare la situazione economica italiana durante il periodo nero della crisi. Quindi la popolarità di Monti, altissima all’inizio del 2012, scenderà considerevolmente nel giro di un anno e mezzo a causa delle riforme impopolari promosse sul lavoro e sull’economia, mirate ad “obbedire” ai canoni imposti dall’Europa (ce lo chiede l’Europa).

Come non ricordare la famosissima riforma Fornero, che per risparmiare sulle pensioni, ha innalzato considerevolmente l’età pensionabile, evitando il ricambio generazionale, e altre riforme in campo economico e sociale che hanno ridotto i servizi pubblici e il welfare italiano, nel nome del pareggio del bilancio e cose simili. E la cosa che provocò lo sdegno degli elettori fu il fatto che il sostegno Parlamentare era fornito sia dalla ex maggioranza di Berlusconi (del suo precedente governo) e sia da quella che avrebbe potuto e dovuto essere l’opposizione! (le sinistre).

E fu in questo clima che si arrivò alle elezioni del 2013, dopo un anno e mezzo di Governo Tecnico e con gli italiani ridotti all’osso.

E sulla scena politica ora c’è un movimento capace di riscuotere, causa l’insoddisfazione popolare, lo sfascio del centrodestra e l’incapacità della sinistra di condurre una campagna elettorale ad alti toni per solidificare il vantaggio sugli avversari, ben il 25% dei consensi (elezioni 2013). Sto parlando ovviamente del Movimento 5 Stelle.

Il Movimento, fondato dal comico Beppe Grillo, si muove sul concetto che un cittadino onesto possa fare più di un politico di professione e su canoni considerati di “populismo di destra” o fascisti, ma non è la definizione esatta. Poiché il Movimento in primis propone la partecipazione diretta dei cittadini alla vita politica tramite il ricorso e il potenziamento degli strumenti di democrazia diretta. Quindi non sono proprio “fascisti” e ne tanto meno pericolosi per la democrazia. Anche se c’è da dire che la maggior parte delle decisioni importanti vengono prese da una minoranza all’interno del partito.

Inoltre nel programma è compreso un reddito di cittadinanza di 3 anni a coloro che non hanno un lavoro. Previa rimozione di tale reddito al rifiuto di 3 lavori che saranno offerti. E altre proposte come quelle sull’Europa (Europa Si e Europa no) molto vaga a dire il vero, riduzioni del costo della politica, aumento dei fondi per la sanità e la ricerca ed altri punti consultabili sul loro sito.

Alcuni scandali, ultimo quello dei rimborsi, e la situazione di Roma hanno fatto perdere parte della fiducia da parte degli elettori, che nel 2013, avevano votato i 5 Stelle. Elettori comunque facenti parte della fascia “occasionale” che conferì al Partito solo un voto di protesta. I fedeli, il 40% di coloro che lo votarono nel 2013, sono ancora fortemente vicini al partito.

Inoltre le elezioni del 2013 hanno portato all’ascesa di un altro personaggio che con la sua verve espositiva e con il suo carisma è stato inizialmente invidiato dalle destre: Matteo Renzi.

L’ex Sindaco di Firenze, senza gavetta si è trovato a governare un Paese (nel 2014) attuando una serie di riforme economiche e sociali (vedi il Job’s Act) che hanno prodotto sia lo sdegno pubblico, causa l’inadeguatezza di tali riforme e il “servismo” mostrato verso l’Unione Europea, sia dei buoni risultati a causa del lavoro a tempo determinato che ha portato a più assunzioni (gonfiando i dati ISTAT). Ma anche qui, l’intromissione dell’Europa e diversi scandali che hanno coinvolto il padre del Premier e la Banca Etruria, hanno portato alla progressiva perdita di popolarità del fiorentino e al grande fallimento del Referendum Costituzionale del 2016. Il richiamo da parte delle istituzioni al “cambiamento” non ha trovato risposta, causa la scarsa popolarità del leader della sinistra che ha posto il referendum sulla sua persona e non sul contenuto delle riforme presenti.

Nonostante ciò, gode ancora oggi di una fiducia molto elevata e si candida in vista del 4 Marzo alla vittoria finale, contro la Destra (coalizione attualmente in vantaggio), l’altra Sinistra di D’Alema e Grasso e ovviamente contro il Movimento Cinque Stelle.

Le elezioni del 2013, chiamate elezioni “del cambiamento” che hanno portato alla formazione di diversi governi dalle “grandi intese” deludendo gli elettori che avevano partecipato attivamente all’attività elettorale e alla nascita di un Movimento molto forte capace di suscitare “l’emozione elettorale” in molti animi, sono state capaci di produrre “nessun vincitore e tutti sconfitti”.

Un gioco che solo noi italiani eravamo capaci di inventare.

Ora, dopo 5 anni, ci accingiamo a commentare gli ennesimi giochi di potere, che ci metteranno di fronte i diversi cambiamenti epocali vissuti dalla nostra giovane Repubblica: il “rottamatore” Renzi, tornato alla ribalta dopo le dimissioni da Capo del Governo, la destra di Berlusconi, Salvini e Meloni e il Movimento Cinque Stelle (guidato da Luigi di Maio) chiamato alla prova del 9. Inutile dire che gli elettori nutrono più aspettative nei confronti dei grillini e della loro tanto decantata onestà, rispetto alle aspettative verso i partiti tradizionali.

La pena di un loro malgoverno? La totale debacle del partito a causa dell’aver infranto le speranze degli italiani stanchi, a parer mio.

Ma da italiano qual sono, mi auguro che chiunque salirà “sul trono”, governi con responsabilità, amore verso il proprio Paese e verso il proprio Popolo, in questo periodo buio, pieno di negligenza, razzismo, crisi economica e soprattutto valoriale che sta portando l’Italia (e il mondo) nell’oscurità più assoluta.

Un po’ di luce, in questa oscurità non sarebbe male…

Come mamma democrazia vuole ovviamente.

Un caloroso saluto.

ildonatello

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