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Il caso Mattei – Voci fuori dal coro

Fu uno degli uomini italiani più brillanti ed eccentrici, internazionalmente riconosciuto come il “padre del petrolio italiano”, fu uno dei pochi coraggiosi uomini capace di mettere i bastoni fra le ruote agli affari sporchi degli Stati Uniti e del Regno Unito.

Enrico Mattei, Presidente dell’ENI, morirà in un misterioso incidente a bordo di un piccolo aereo di costruzione francese il 26 Ottobre 1962. Dietro di sé, il Presidente, lasciò un utile di 700 miliardi di lire, tra affari dentro e fuori il nostro Paese. L’ENI, alla sua morte, poteva vantare concessioni in Egitto, Iran, Somalia, Marocco, Sudan e Tunisia. L’Agip, ente incaricato della distribuzione degli idrocarburi italiani, vantava stazioni di servizio in Iran, Ghana, Gran Bretagna e Germania Occidentale.

Inoltre, gli interessi italiani riguardavano anche la costruzione di un gigantesco oleodotto Genova/Ingolstadt-Stoccarda e di un oleodotto in India lungo 1140 km.

Il tutto era impensabile se si sottolinea come nel 1946 il Governo italiano commissionò ad Enrico Mattei di liquidare l’Agip, fondata da Mussolini negli anni ’20 dopo lo scandalo Sinclair, con l’obiettivo di creare un ente statale che tenesse lontano le aziende petrolifere straniere dal nostro territorio. Il Governo, nel 1946, aveva intenzione di togliere dalla circolazione tutto ciò che si riferisse al periodo precedente, ignorando l’importanza di costruire dei baluardi a difesa del territorio nazionale, anche nel settore dell’energia, e ignorando di come le grandi multinazionali del petrolio giocassero, geopoliticamente, con i prezzi del greggio. Ed è qui che la figura del commissario liquidatore, Enrico Mattei, fa la sua apparizione. Ignorando i richiami dell’esecutivo, non liquidò affatto l’allora Azienda Generale Italiana Petroli, anzi. Vennero potenziate le ricerche di petrolio tramite sonde e sismografi e nei pressi di Piacenza (nel 1949) e di Caviaga vennero ritrovati grossi giacimenti di petrolio e di gas naturale. Il governo, pilotato dagli Stati Uniti che avevano presentato una generosa offerta di 250 milioni di dollari, nel 1945, per impossessarsi dell’Agip e del diritto esclusivo di ricerca di risorse sfruttabili (riserve) sul territorio italiano, reagì malamente alla decisione del Presidente di ignorare gli ordini, ma davanti all’evidenza dei fatti (scoperte di giacimenti) non poté che fare i complimenti ad un uomo che sapeva il fatto suo.

Il petrolio come mezzo di controllo geopolitico

Dalla Rivoluzione Industriale settecentesca, si rese evidente la necessità, sempre più impellente, dell’uomo di dotarsi di risorse per accelerare il processo di sviluppo industriale. Prima il carbone, ampiamente usato nelle nazioni produttrici e scarsamente esportato (addirittura il Regno Unito lo impiegò nel Galles per la prima volta nel ‘500), altamente inquinante ma funzionale a quei processi di sviluppo che nell’età pre-industriale trasformarono l’Europa nel continente più avanzato al mondo. Il distacco tra Nord Europa e Sud Europa si ebbe, invece, molto prima. Lo si fa risalire al ‘400 e allo sviluppo del proto-capitalismo mercantile che interessò prima l’Impero Britannico, già allora simbolo di un capitalismo mercantile globale (grazie al commercio con le colonie che gli fornì i mercati di sbocco per le proprie merci) e alle guerre d’Italia che logorarono il settore manifatturiero del Nord, considerato l’eccellenza nel mercato continentale. Con la scoperta dei quattro bacini carboniferi europei (Inghilterra, Francia, Belgio e Germania) il divario aumentò sempre di più, inoltre sul mercato energetico si affacciava anche un’altra risorsa che dominerà, domina tuttora, la scena mondiale: il petrolio.

Il petrolio, risorsa energetica economica e, al contrario del carbone, non ubiquitariamente distribuita (la sua distribuzione interessa pochi Paesi), diventò nel giro di pochi decenni il combustibile prediletto per lo sviluppo industriale di tutto l’Occidente. In particolar modo tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, si comprese come l’oro nero potesse essere una risorsa da sfruttare geopoliticamente per fare pressione su governi e personalità di spicco. Il petrolio, per fare un esempio, fu una delle motivazioni per cui verrà ucciso Giacomo Matteotti (che aveva deciso di vederci chiaro sul caso Sinclair – aveva preparato un discorso da tenersi il 12 giugno 1924 alla Camera ma fu ucciso due giorni prima -), il petrolio fu una delle cause che portò l’Italia fascista ad inimicarsi le compagnie petroliferi inglesi, per il semplice motivo che il regime, dopo la scoperta della presenza di rilevanti quantità di petrolio nel sottosuolo libico, decise di rendersi indipendente dalle grandi multinazionali petrolifere (tutte inglesi e americane, manco a farlo apposta).

Se volessimo adottare una visione complottistica, potremmo notare come lo scoppio della Prima e della Seconda Guerra Mondiale siano degli eventi fortemente interconnessi con gli interessi delle grandi nazioni imperialistiche. Ad esempio, la Prima è palese che sia stata provocata dalla rivalità economica ed industriale tra il Regno Unito e la Germania, quest’ultima in procinto di creare una ferrovia intercontinentale che unisse Berlino con Bisanzio (Istanbul) e Baghdad (la ferrovia delle 3 B), mettendo in serio rischio l’egemonia anglosassone in Mesopotamia. La Seconda, fu provocata da una miriade di interessi tenuti insieme da un unico filo conduttore: “impedire la formazione di una forza egemone nel Vecchio Continente”. In quest’ultima supposizione rientrano i postulati relativi al petrolio, alla tecnologia militare e quant’altro.

I progetti egemonici, a livello politico ed economico, perpetrati da Regno Unito e Stati Uniti hanno sortito il loro effetto e nel 1945 dominano la scena mondiale del petrolio, come detto, risorsa economica e geopolitica. Le maggiori multinazionali del petrolio hanno la loro bandiera e nessuno può pensare minimamente di ostacolare i loro affari. Le sette sorelle, così verranno ribattezzate da Mattei, si inseriscono in un quadro oligopolistico che sfrutta pesantemente il petrolio mediorientale, finendo per inimicarsi le istituzioni che nulla possono davanti alla ripetuta minaccia delle companies occidentali.  

Enrico Mattei: l’uomo della “provvidenza energetica” italiana

In questo quadro oligopolistico si inserì la figura del Presidente dell’ENI, Enrico Mattei, che, al contrario dei suoi rivali angloamericani, instaurò un dialogo con i Paesi del Magreb e con quelli Mediorientali in un clima di amicizia, stima e fratellanza. La piccola Italia, avrebbe permesso loro di tenere il 75% dei proventi del petrolio, così da incentivare uno sviluppo dignitoso che avrebbe permesso ai Paesi meno sviluppati di rendersi indipendenti dagli aiuti occidentali. Il “capitalismo etico” di Mattei, mirante non allo sfruttamento neocolonialista ma ad un rapporto di reciproca amicizia tra l’Italia e il Medio Oriente, disturbò le compagnie occidentali. Le leggi di mercato, scritte a tavolino dalle sette sorelle, venivano disturbate dal nazionalismo imperante dell’ambizioso Presidente dell’ENI. Inoltre, l’ENI riuscì ad ottenere una fornitura perpetua di petrolio Sovietico ad un prezzo minore rispetto al costo del petrolio messo a disposizione dall’Occidente. Ma, l’operato dell’eccentrico Presidente non si fermò qui: dietro una politica conciliatoria con i Paesi del Medio Oriente, si celava la volontà di estirpare il predominio angloamericano sui giacimenti. Come? Attraverso l’aumento delle royalties (tasse che la compagnia petrolifera versa nell’erario).

Da qui, l’intenzione delle Sette Sorelle di eliminare, con tutti i mezzi, il disturbatore “Enrico Mattei”.

Il pacifico interesse italiano

La collusione tra lo Stato Italiano e le compagnie petrolifere occidentali, venne alla luce quando nel 1949 venne presentato al Parlamento un progetto di legge che stranamente si mostrava troppo generoso nei confronti delle multinazionali statunitensi (molto interessate alla vendita di petrolio in Europa, poiché con i proventi si finanziavano le ricerche negli USA e nel Medio Oriente). Il progetto venne respinto in favore di uno proposto da Mattei, deputato della DC ed ex partigiano cattolico, relativo ad una concessione esclusiva all’azienda di bandiera (la futura ENI). L’influenza del Presidente dell’Ente Nazionale Idrocarburi, sull’opinione pubblica e sul Parlamento (sosteneva finanziariamente le campagne della DC e della corrente di Amintore Fanfani), era enorme e nonostante i tentativi di metterlo fuori gioco tramite ingiurie e accuse addirittura provenienti dalla NATO (“L’Italia viola il Patto Atlantico”, “L’armistizio di Badoglio l’hanno fatto con l’URSS”), la sua popolarità e la sua influenza dentro e fuori dal confine continuavano a crescere.

Il rapporto instaurato dal Mattei con i Paesi del Nord Africa, in particolare con l’Egitto, disturbarono un altro attore internazionale, molto attivo nel Medio Oriente: Israele. Il pericolo che lo Stato nato nel 1948 grazie ad una risoluzione dell’ONU, non potesse essere più il solo dominatore della scena mediorientale, allarmò non poco il Governo di Tel Aviv. Infatti, il pericolo della presenza di petrolio nel sottosuolo egiziano, stava per diventare realtà. La politica di pacifico interesse dell’Italia e il tentativo dell’ENI di inserirsi tra i “grandi del petrolio” stavano provocando non pochi grattacapi ai matusa statunitensi e anglosassoni, anche nei confronti dei loro “prediletti” (Israele, ndr).

Il culmine fu raggiunto quando Enrico Mattei propose la creazione di un ente europeo che avrebbe programmato gli acquisti di greggio mettendosi d’accordo direttamente con gli Stati arabi. Stati arabi che, dal canto loro, nel 1960 avrebbero creato l’OPEC (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio) su iniziativa del Venezuela, Paese sudamericano ricchissimo di petrolio.

Ma se ad un ente di venditore di greggio arabo si fosse venuto ad affiancare un ente europeo di acquisto del petrolio arabo, a cosa sarebbero servite più le compagnie private angloamericane? Infatti, le compagnie private regolavano domanda ed offerta, ora, invece, venivano relegate ad un semplice ruolo di intermediazione, senza nessuna importanza. Inoltre, in un mercato dove l’offerta era superiore alla domanda, il vantaggio sarebbe stato tutto ad appannaggio degli Stati compratori. La proposta di Mattei, rivoluzionaria e pericolosa, suscitò l’interesse del Vice Presidente della Comunità Europea, Roberto Marjolin, che nel 1961 incaricò la Comunità di redigere uno studio relativo ad una politica petrolifera comune.

Purtroppo, però, ogni progetto, presente e futuro, venne stroncato il 26 Ottobre 1962. Il bimotore francese partito da Catania e diretto a Milano, sul quale viaggiava il Presidente e un giornalista del TIME, precipitò nella provincia di Pavia. Le condizioni meteo, usate come pretesto, impedirono delle ricerche approfondite e degne di una persona importante come Enrico Mattei. Il tutto venne archiviato come “incidente”. Ma nessuno fu mai convinto di questa “verità ufficiale” dei fatti.

I testimoni accorsi sul luogo dichiararono di aver assistito ad un’esplosione in volo e soltanto nel 1997 venne riaperta l’inchiesta e finalmente si giunse a dichiarare l’abbattimento doloso del bimotore su cui viaggiava Enrico Mattei, il disturbatore. L’esplosione in volo fu causata da una bomba al tritolo attivata dall’apertura del carrello d’atterraggio. Inoltre, l’inchiesta, non facile, verrà macchiata da alcune sparizioni misteriose di persone informate sui fatti, come il giornalista De Mauro. Il silenzio imposto dai potenti, pose luci ed ombre sul caso Mattei e non fece altro che confermare la tacita connivenza del nostro Stato con i responsabili dell’omicidio. E’ indubbio che il Presidente non godesse delle simpatie della Repubblica e soprattutto degli uomini che gli sedevano accanto nel Consiglio di Amministrazione dell’ENI. Infatti, dopo la sua morte, la politica espansiva della società milanese venne sostituita da un pacifico abbandono delle proprie ambizioni internazionali. I responsabili potrebbero essere fuori dai confini nazionali, magari coadiuvati dai servizi segreti e dalla mafia, però il fatto che Mattei avesse messo con le spalle al muro le Sette Sorelle, ormai è una verità storica. E, come nel caso Ambrosoli (il liquidatore delle banche di Michele Sindona), l’eliminazione fisica era l’unica soluzione percorribile.

Questa, dunque, è la storia (tra verità accertate e supposizioni che sono maturate negli anni), di un semplice liquidatore che ha scoperchiato un oligopolio fatto di sfruttamenti, speculazioni finanziare, geopolitica energetica e introiti guadagnati alle spalle di Paesi che in quel periodo, stremati dalla guerra, avevano bisogno di una politica energivora per ripartire. Lo status quo,  mantenuto fino al risveglio del nazionalismo arabo nei confronti dello Stato d’Israele. Infatti nel 1973, anno della guerra del Kippur, il prezzo del petrolio aumentò vertiginosamente per mano dell’OPEC, provocando la prima crisi petrolifera mondiale (il prezzo di un barile passò nel giro di un anno da 3 dollari a 11,5 dollari ed entro la fine del decennio a 30). Dunque, forse, il richiamo di quell’outsider, di quel disturbatore che fu Enrico Mattei, ad una politica che andava direttamente ad intaccare gli interessi, le sfere d’influenza e i privilegi di una determinata schiera di speculatori, è servito a risvegliare (in parte) il nazionalismo panarabo.

Purtroppo per noi, però, il nazionalismo italiano che non ha protetto il suo figlio più brillante, è stato offuscato dall’asservismo politico e finanziario nei confronti dei poteri forti, rappresentati da multinazionali del petrolio statunitensi ed inglesi, da tangenti e da interessi di genere che hanno relegato l’Italia ad un ruolo di secondo piano all’interno dello scacchiere geopolitico mondiale.

ildonatello

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