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Il 25 Aprile della discordia

Mentre, oggi, 25 Aprile, sventolano nelle piazze di tutta Italia le bandiere tricolore, in onore dei caduti per la Resistenza e la Democrazia, nel Governo, si accendono le ennesime polemiche sulla legittimità o meno di festeggiare una delle più importanti celebrazioni italiane.

Purtroppo, questa diatriba è sempre stata presente nelle coscienze di alcuni italiani, i quali, ogni anno si radunano, puntuali come un orologio svizzero, per criticare coloro che rendono onore al sacrificio di migliaia di italiani in nome della libertà.

Il 25 Aprile, al contrario, dovrebbe rappresentare un momento di riflessione per comprendere le origini della nostra identità nazionale. Il giorno in cui il CLN d’Alta Italia ordinò l’avanzata finale, con il fine di cacciare i nazifascisti dal nostro Paese, è uno dei passaggi chiave della nostra storia.

A questo proposito, soltanto un giorno prima, dei tifosi laziali approdati a Milano per la semifinale di ritorno di Coppa Italia contro il Milan, hanno esposto uno striscione che rendeva omaggio a Benito Mussolini, l’uomo contro cui gli italiani, di cui oggi viene onorato il sacrificio, combatterono.

Certo, alcuni diranno che “uno striscione resta uno striscione”, ma è innegabile che all’interno della società italiana uno strappo esiste ed è anche grande. Molti, nel corso degli anni, hanno rinnegato il 25 Aprile e lo hanno etichettato come “tradimento” o come “invasione americana”. Anche le istituzioni, le quali dovrebbero unire e non dividere, hanno visioni diverse della Festa della Liberazione.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha sottolineato come il 25 Aprile sia da considerare un “Secondo Risorgimento”, poiché anche da questo evento storico deriva la coscienza politico-sociale degli italiani. Il Risorgimento fu un periodo fondamentale della nostra storia, poiché ha segnato la nascita del Regno d’Italia, la Resistenza e la Liberazione, ugualmente, hanno dato origine alla Repubblica Italiana.

Se la prima carica dello Stato ha descritto con lucidità il difficile momento storico che le democrazie stanno affrontando, sottolineando l’importanza di stringersi attorno ai simboli dell’italianità, le altre istituzioni hanno preferito dissertare le celebrazioni per fare becera campagna elettorale.

Mentre Elisabetta Casellati e Roberto Fico ricordano il 25 Aprile come pilastro della nostra Repubblica, Matteo Salvini e Luigi Di Maio si son divisi anche sulla meta prescelta per sparpagliarsi. Il primo si è recato a Corleone, per inaugurare un commissariato della Polizia etichettando le celebrazioni del 25 Aprile come uno stupido derby “fascismo-comunismo”. Il secondo, invece, si è recato, assieme al Sindaco Raggi, presso la Comunità Ebraica di Roma, ricordando al Ministro Salvini che la “La Liberazione è sacra, chi non festeggia sbaglia”, un momento per ricordare degli uomini che hanno sacrificato la propria vita per consegnarci una Repubblica libera e indipendente.

Sui giornali, inoltre, c’è molto altro. Il sempre presente “pericolo di un ritorno del fascismo”, il quale echeggia all’interno delle istituzioni e associazioni di sinistra che dedicano la loro esistenza allo sdoganamento di qualsiasi idea anticonformista etichettandola come di estrema destra. Secondo l’opinione di eminenti storici che si son espressi al riguardo la situazione è semplicemente riassumibile in un’unica ma efficace frase: “Il fascismo appartiene alla sua epoca storica precisa. Era un’altra società, completamente diversa”. In effetti, l’ascesa del fascismo prima come ideale/movimento rivoluzionario e dopo come regime (due cose storicamente ed etimologicamente diverse) è dovuto ad una serie di contingenze storiche difficilmente ripetibili (fine della guerra, vittoria mutilata e reinserimento dei reduci di guerra).

La xenofobia e il razzismo, la paura e l’analfabetismo democratico di chi si atteggia a neofascista, vanno combattuti con le idee e con la cultura. Occorre ricordare che il 25 Aprile non è un derby fra fascisti e comunisti, bensì una lotta tra libertà e oppressione, a cui hanno partecipato tutti gli italiani, non solo i comunisti. I partigiani, infatti, appartenevano a più schieramenti politici (socialisti, cristiano-democratici e liberali) e il più delle volte erano coadiuvati da persone comuni che non avevano intenzione di entrare nella storia ma avevano un disperato bisogno di libertà.

Abusare del pericolo fascismo per fare campagna elettorale, sicuramente non è la scelta migliore, così come attualizzare ad ogni costo il 25 Aprile rendendolo soltanto una “pagliacciata di sinistra”.

Il ritorno della libertà dopo la dittatura, dovrebbe essere un’occasione per gli italiani per unirsi attorno ai propri simboli, attorno ai simboli della Repubblica democratica che permette a tutti di esprimersi senza remore, al contrario dei totalitarismi.

“Chi contesta oggi il 25 Aprile lo fa proprio grazie al 25 Aprile”.

Salvini e i suoi ministri, i quali rappresentano le istituzioni democratiche del nostro Paese, dovrebbero tenere ben a mente che non si può ridurre la storia ad un derby. Inoltre, la mafia, che Salvini è andato a combattere proprio oggi, deve essere combattuta non solo in campagna elettorale, e quindi usata pretestuosamente, ma deve essere fronteggiata con i fatti. Ridurre il 25 Aprile ad una manifestazione comunista, ripudiandola per dedicarsi a “cose serie”, non è un comportamento istituzionalmente accettabile da parte un Ministro della Repubblica Italiana.

Riprendendo la lettera scritta da PIF per il Fatto Quotidiano: “La lotta alla mafia è un pò come la lotta della Resistenza, e chi minimizza la seconda lo farà anche con la prima”. Infatti, nota lo scrittore, di solito quando si parla di fascismo molti fanno riferimento anche ai morti del comunismo (lo ha fatto anche Salvini). Così facendo, il qualunquismo invaderà anche la lotta alla mafia (“la vera mafia è a Roma”), rivalutando e minimizzando sia uno dei periodi più bui della nostra storia, sia uno dei pericoli più grandi del nostro presente.

Il 25 Aprile è il giorno in cui l’Italia ha conquistato il suo posto nel mondo. Ripudiarlo per motivi propagandistici non è un segnale che dovrebbe provenire da un’istituzione, la quale, invece, dovrebbe dare un segnale diverso, celebrando e ricordando che la libertà conquistata durante quelle lotte sanguinose, che dal ’43 hanno caratterizzato per ben due anni il nostro Paese, è merito di uomini e non di “icone politiche”.

Se oggi “viviamo” in democrazia il merito è soprattutto del 25 Aprile 1945.

ildonatello

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