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Elezioni Regionali “Basilicata 2019” – Analisi dei risultati

Le elezioni regionali in Basilicata si sono concluse ed è arrivato il momento di tirare le somme. Vito Bardi, candidato della coalizione di centrodestra, ha sbancato il botteghino ottenendo una vittoria schiacciante e consegnando di fatto l’ennesima regione ai conservatori. Secondo classificato Carlo Trerotola, il farmacista “di turno” candidato con il centrosinistra. Medaglia di bronzo ad Antonio Mattia del Movimento Cinque Stelle. Fuori dal podio, invece, il candidato ambientalista di Basilicata Possibile, Valerio Tramutoli.

La lista più votata è stata quella del Movimento Cinque Stelle (20,3%), seguita da quella della Lega (19,1%) e da Forza Italia (9,1%). Il Partito Democratico, si è presentato con due liste, “Comunità Democratiche” (che includeva il microscopico logo del PD) e “Avanti Basilicata”, guidata dal Presidente uscente Marcello Pittella. Complessivamente queste due liste hanno raccolto il 16,4% dei voti.

Al centrodestra l’ennesima regione…

Prima di addentrarci nei particolari, c’è bisogno di fare chiarezza su alcuni interessanti aspetti. Innanzitutto, dopo ben 24 anni, si chiude in Basilicata l’era “biancorossa”, un regno del centrosinistra fortemente caratterizzata verso il centro che ha avuto negli anni due nomi di riferimento: Emilio Colombo e la famiglia Pittella. Dopo un lungo predominio, caratterizzato da inchieste, decrescita e scandali, il centrosinistra abbandona con disonore l’ennesima regione, consegnandola ad un rinvigorito centrodestra. I numeri sono impietosi: 7. Ben sette è il numero delle regioni che il traino di Matteo Salvini, negli ultimi dieci mesi, ha consegnato alla sua fazione.

Un anno, invece, è bastato, sempre a Salvini & Co, per strappare al centrosinistra un altro primato, quello del numero complessivo di regioni governate. Undici a nove per il centrodestra, un sorpasso dai mille significati. Una svolta nazionale significativa e un indicatore importante per il futuro, soprattutto con le Elezioni Europee alle porte.

Ancora non pervenuto, nonostante il risultato, il Movimento Cinque Stelle, il quale non è riuscito ancora a portare a casa nessuna regione.

Positivo è il dato sull’affluenza. Circa il 53,5% degli aventi diritto ha partecipato al voto, quasi 6 punti in più rispetto alle precedenti regionali. Nonostante l’abissale differenza con le Politiche del 2018 (71,1%), c’è da sottolineare che alle Politiche l’elenco degli elettori non include i residenti all’estero, iscritti in una circoscrizione apposita. Questo significa che le due percentuali sono difficilmente confrontabili poiché calcolate su basi diverse. Infatti, rispetto ai 329mila lucani che hanno votato il 4 Marzo, solo 22mila hanno preferito astenersi dal voto delle regionali un anno dopo (dati Youtrend).

A livello locale, invece, il capoluogo (Potenza, città più popolosa con circa 70mila abitanti) ha visto aumentare di quasi 10 punti, rispetto al 2013, la partecipazione al voto (dal 59,3% al 68,8%). Tra gli ultimi, invece, c’è Palazzo San Gervasio (PZ), comune di circa 5000 abitanti, dove l’affluenza è stata inferiore al 15%.

La Lega traina il centrodestra, FI in caduta libera ma indispensabile

L’analisi dei risultati, ovviamente, parte dai vincitori. Il partito di Matteo Salvini raccoglie ciò che ha seminato (bene) e strappa una vittoria importantissima in chiave Europea poiché dal punto di vista simbolico la Basilicata rappresenta il classico “feudo” impenetrabile del centrosinistra. Come riportato nel paragrafo precedente, in ventiquattro anni nessun partito al di fuori dall’area del centrosinistra è riuscito ad estendere la propria “egemonia” sulle terre della Lucania. Non ci è riuscito Berlusconi negli anni ’90 e ’00, quando il PDL/FI raccoglieva milioni di consensi. Ci è riuscito però Salvini, capace di portare la LEGA (non più Nord), partito tradizionalmente affezionato al guscio della Padania, in una regione dell’estremo Sud, ottenendo un risultato storico.

Dal 6,7% al 19,1%. I dati dicono tutto, un risultato storico che dimostra quanto il centrodestra leghista si sia radicato quasi alla perfezione all’interno della regione Basilicata. La propaganda del Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha sortito l’effetto voluto, stregando gli elettori lucani che il 24 Marzo non hanno tradito. Ha sicuramente aiutato la perenne presenza in loco, nella settimana elettorale, del leader del Carroccio, il quale da un paese all’altro, ha dato l’impressione di essere lui il candidato di centrodestra. L’elemento psicologico, in questo caso, ha premiato il “Capitano”.

Ma non era lui il candidato. Vito Bardi, ex generale della GdF, è stato scelto da Silvio Berlusconi, il quale in regione ha incassato il 9,1%. Un dato preoccupante, se confrontato con il 12,4% delle Politiche del 2018 e il 12,3% delle precedenti regionali. Pur ottenendo un risultato sicuramente negativo, Berlusconi è riuscito a portare a casa il primo Presidente forzista della Basilicata. Matteo Salvini avrebbe preferito il leghista Pasquale Pepe, ma seppur a livello nazionale il suo partito potrebbe benissimo essere autosufficiente, a livello regionale, invece, è la coalizione che la fa da padrona. Infatti, senza Berlusconi e Meloni, il Carroccio non avrebbe potuto imporre la sua volontà in Lucania. Inoltre, è bene ricordarlo, le regioni “che contano” (Veneto e Lombardia) da sempre in mano alla Lega, godono (nel Consiglio Regionale) dell’appoggio diretto di Forza Italia.

Dunque, nonostante il risultato storico ottenuto dalla Lega, il buon Matteo a livello regionale ha ancora bisogno dellimmortale Silvio Berlusconi e di Giorgia Meloni, la quale ha ottenuto un risultato soddisfacente in Basilicata, passando dal 3,9% delle Politiche 2018 al 5,4% delle regionali.

Certamente, senza minimizzare o tralasciare nulla, i meriti di questo successo sono tutti da additare alla svolta nazionalista della Lega di Matteo Salvini, capace di operare nel giro di un lustro una rivoluzione interna che ha mascherato i vecchi rigurgiti autonomistici, figli di una politica bossiana che non paga più, intuendo la crisi di identità del Sud Italia e lanciandosi verso un bacino di voti appetibile e facilmente conquistabile, vista la crisi nera del centrosinistra italiano (e lucano) e il pessimo feeling dei pentastellati con le regionali.

Resta da vedere quanto un candidato a-politico come il Presidente Bardi, un uomo da un curriculum tutto d’un pezzo, possa essere vincolato dalla macchina di partito nelle sue decisioni e, quindi, quanto Forza Italia e Berlusconi possano essere interessati al futuro della Basilicata. A partire dalla questione “petrolio”, assente dal programma politico del neopresidente.

Infine, ci si chiede se Bardi riuscirà ad importare in Basilicata il “modello centrodestra”, tanto invocato da alcuni elettori lucani, per governare la regione. Senza dimenticare però che, a causa delle chiare ed evidenti differenze socio-economiche esistenti tra Nord e Sud, nel nostro caso si addice più un “modello Sicilia”.

La debacle del centrosinistra, un disastro già annunciato

Il grande sconfitto di queste regionali è sicuramente il centrosinistra. Dopo il fallimentare mandato di Marcello Pittella, gli elettori della Basilicata hanno deciso di non rinnovare la fiducia al partito dell’ex Governatore, nonostante quest’ultimo abbia ben scelto di non ricandidarlo. Non contento, il fratello del più ben famoso Gianni ha deciso di concorrere con una propria lista (Avanti Basilicata, appoggiando indirettamente il PD) ed è riuscito addirittura ad affermarsi come prima forza del centrosinistra con l’8,6%. Il Partito Democratico, presentatosi sotto “falso nome” (Comunità Democratiche) e con il proprio simbolo enormemente ridotto di dimensioni, è sceso dal 24,8% del 2013 al 7,7%. Un fallimento.

Nemmeno l’effetto “Zingaretti” proclamato segretario di partito una settimana prima del voto è riuscito ad evitare la debacle di un centrosinistra sempre più ombra di se stesso. Mettendo da parte la chiara origine clientelare del voto pittelliano, risalta all’occhio che nemmeno il “richiamo” ad un centrosinistra unito è riuscito ad arginare la figuraccia di Carlo Trerotola, ennesimo “nome sacrificale” di un partito incapace di rinnovarsi partendo proprio dalla base.

I 28mila consensi persi nel giro di anno, certificano la sfiducia degli elettori nei confronti di una sinistra non più credibile a livello nazionale e locale. Le regioni rosse stanno crollando una ad una, l’Elezioni Europee sono alle porte e il PD si presenta ridotto a brandelli. Di certo non un bel biglietto da visita.

Ma, dopotutto, una sconfitta così eclatante era ampiamente prevedibile. Il malgoverno di Marcello Pittella, culminato con il caso “Sanitopoli” e le sue dimissioni un giorno prima della scadenza del mandato, ha portato la regione allo sbando, nonostante questa già prima non navigasse nell’oro. Inoltre, la questione del petrolio, l’art.38 del decreto “Sblocca Italia” di matrice renziana e il più recente “caso ENI” hanno fatto maturare una sorta di risentimento, misto a disperazione, all’interno dei lucani i quali si son visti sottrarre il proprio futuro in nome di qualche tangente.

Da questo punto di vista, il 24 Marzo non ha tradito le aspettative, anche se quell’8,6% ottenuto dall’ex Governatore, in qualche modo, grida ancora vendetta (nell’accezione negativa dell’espressione).

Il Movimento Cinque Stelle e un primato che “brucia”

Non si può parlare di sconfitta (ma neppure di vittoria), invece, per il Movimento Cinque Stelle. Seppur primo partito regionale, i grillini si ritrovano con l’ennesimo 0 in corrispondenza della lista delle “regioni governate”.

Dal 9% al 20,3%, stando ai dati, i pentastellati avrebbero solo da sorridere. Stando ai fatti, invece, più importanti dei dati che sono e resteranno solo numeri, i grillini incassano una sconfitta morale provocata dal mal recepimento del messaggio di speranza, di onestà e di “reddito di cittadinanza” da parte degli elettori lucani. Confrontando opportunamente questo risultato con il più recente 44% ottenuto alle Politiche del 2018, ben 80mila lucani hanno preferito non rinnovare il proprio appoggio al Movimento, rappresentato da Antonio Mattia.

Luigi Di Maio, minimizzando la sconfitta, ha parlato di “ammucchiate”, facendo riferimento alle coalizioni di destra e sinistra le quali soltanto alleandosi hanno potuto sconfiggere il suo partito. E’ bene però sottolineare che la differenza tra il primo (M5S) e il secondo partito (Lega) è poco meno di un punto percentuale, stando allo 0,7% riportato dal Corriere della Sera. Inoltre, le coalizioni tra partiti che ideologicamente condividono gli stessi interessi, fanno parte della democrazia.

Il vero problema qui è un altro. Urge una soluzione ad una cattiva consuetudine grillina che dal 2013, si ripropone continuamente. Il voto regionale è diverso da quello nazionale poiché richiede che il partito in questione abbia una forte presenza e un forte radicamento sul territorio. Servono i candidati giusti, ma servono anche delle liste civiche collegate alla lista madre capaci di raccogliere il più alto numero dei consensi. La politica della “non collusione con i disonesti” non funziona a livello locale. L’Abruzzo, il Molise, la Sardegna e anche la Basilicata, ora, lo dimostrano.

Con il 20,3% ottenuto non si può certamente parlare di sconfitta ma nemmeno di vittoria. I grillini cercano di coprire le proprie responsabilità mascherandosi consapevolmente da “vittime di un complotto”.

Ma quanto a lungo reggerà la linea del complotto?

Le responsabilità addossate ai grillini sono tante, a partire dagli arresti all’interno della Giunta Comunale di Roma, la quale ha impiegato sei mesi per nascere proprio per evitare queste spiacevoli sorprese. A seguire, i lucani più intransigenti e affezionati sicuramente avranno mal digerito l’alleanza con Matteo Salvini e le incertezze governative susseguitesi negli ultimi mesi.

Inoltre, il “fattore campo” in una regione come la Basilicata riveste un ruolo fondamentale. Questo importante “indicatore” certifica quanto un partito, e il suo candidato, siano “conosciuti e apprezzati” sul territorio e i dati a disposizione (Youtrend.it) fanno intendere che i grillini soffrano ancora tanto da questo punto di vista. Antonio Mattia è riuscito a sfondare solamente in una manciata di comuni, simbolo di quanto il candidato sia stato poco gradito agli elettori (forse anche per il suo passato forzista, difficile da digerire per i grillini più intransigenti).

Al contrario delle regionali di Sardegna, però, i voti in uscita dal Movimento Cinque Stelle non hanno preso tutti la strada del suo alleato di Governo. Molti hanno preferito puntare sull’astensione e solo una piccola parte ha virato verso la Lega e verso le liste civiche a sostegno di Trerotola.

L’involuzione a livello locale del Movimento Cinque Stelle è preoccupante. In attesa di uno scontro in campo aperto, urge una fulminea riorganizzazione soprattutto in vista del grande test delle Europee, dove Salvini concorrerà con i sovranisti e Di Maio, invece, partirà già da una chiara posizione di svantaggio poiché sprovvisto di alleati altrettanto importanti. Inoltre, ancor più preoccupante (questa volta a livello nazionale) è l’ambiguità del Ministro dell’Interno che un giorno sì e l’altro pure entra in contrasto con il suo alleato sulle questioni più disparate. Dal “caso TAV” al Congresso di Verona, i due Vicepresidenti sembrerebbero cominciare a mal digerire questa strana alleanza.

Il trionfo dell’oro nero…

In campagna elettorale si è parlato molto di petrolio e di sfruttamento del territorio, però se n’è parlato in modo diverso a seconda del programma. Gli unici a proporre di voler interrompere le trivellazioni, e ad aver inserito ciò nel proprio programma, sono stati i grillini i quali, spinti dal loro intramontabile sentimento anti-establishment hanno sottolineato come il cattivo sfruttamento dello stesso da parte delle multinazionali abbia danneggiato gravemente la salute dei lucani. Al contrario, il centrodestra sostiene la tesi contraria secondo cui lo sfruttamento di petrolio e gas potrebbe portare la Basilicata ad essere una delle regioni più ricche d’Italia. Un mantra che va avanti dalla fine degli anni ’80, quando fu scavato il primo pozzo, e che mai si è realizzato. Molti si augurano che questa possa essere la volta buona, soprattutto dopo la tragica gestione dell’oro nero da parte di Pittella e di tutto il centrosinistra. Non ha convinto, invece, un’altra promessa (diventata “fatto”) elettorale: il reddito di cittadinanza. Quello della Basilicata doveva essere il primo test per la misura chiave del Movimento, a tre settimane dall’inizio della raccolta delle domande, ma il risultato ottenuto dimostra che questo provvedimento non ha dato i risultati sperati. Il centrosinistra, invece, sembrerebbe essersi aggrappato, ancora una volta, alle promesse “clientelari” del buon Marcello, le quali hanno portato lo stesso ad ottenere una piccola rivincita morale nei confronti di coloro che qualche mese fa, decisero di non ricandidarlo.

La Lega accelera, il Movimento frena, PD e FI crollano: le indicazioni per le Europee sono evidenti

In sostanza, l’analisi del voto in Basilicata ha fatto emergere alcune indicazioni interessanti in chiave europea. Innanzitutto è evidente la forte insoddisfazione nei confronti della politica locale, la quale da ben 24 anni ha portato una regione non ricchissima, a lastricare il fondo. Inoltre, è evidente una forte sfiducia nei confronti dei partiti tradizionali, i quali hanno caratterizzato gli anni del bipolarismo destra-sinistra, ed ora navigano attorno a percentuali francamente ridicole se confrontate a quelle di un decennio fa. La sfiducia è più che giustificata a causa del totale disinteresse che i governi che si son succeduti nella Seconda Repubblica hanno riservato al Meridione.

E’ evidente, invece, un appoggio quasi incondizionato (e a dir poco sorprendente nei confronti della Lega) dei partiti auto-definitisi “anti-sistema”. La Lega, per la prima volta è riuscita a sfondare in una regione dell’estremo Sud, e da qui, quasi sicuramente, partirà per prendersi le regioni circostanti. I grillini, invece, nonostante la notevole differenza in termini di voti rispetto a un anno fa, non hanno subito un tracollo come in Sardegna, bensì son riusciti faticosamente a frenare la caduta, rimanendo il primo partito. Ciò però non esclude che i vertici debbano fare l’ennesimo mea culpa cercando di raccogliere le energie in vista delle Europee.

Il voto lucano, inoltre, è l’ennesimo segnale di quanto gli italiani siano pronti a rompere gli schemi e ad andare oltre le tradizionali divisioni in nome di un cambiamento. L’exploit della Lega, un partito che prima del 2018 mai si era presentato in una regione al di sotto del Po per le ragioni che tutti conosciamo, certifica quanto sia forte l’astio nei confronti della politica in doppiopetto e quanto sia altrettanto forte la fiducia nei confronti di coloro che apparentemente sono capaci di sporcarsi le mani e scendere in strada, a contatto con il popolo.

“L’essenza del nuovo populismo è questa: un uomo del popolo per il popolo”.

Si spera che questo nuovo modo di far politica, arrivato anche in Basilicata, possa riconsegnare alla nostra regione il destino che merita. I lucani hanno bisogno di certezze e la responsabilità di Vito Bardi sarà enorme, vista la straripante fiducia che l’elettorato lucano gli ha affrancato.

Nel frattempo, auguro al neo Presidente e a tutto il suo entourage un buon lavoro!

ildonatello

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