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Elezioni Politiche 2018 – Analisi dei risultati

Le elezioni più importanti del momento in Italia hanno avuto l’esito che tutti ci aspettavamo: nessun vincitore e nessuna maggioranza per formare un governo stabile. Infatti nonostante i risultati clamorosi del Movimento Cinque Stelle (32%, +7 rispetto al 2013) e della coalizione di Centro Destra (37%, con la Lega al massimo storico, 17%), non esiste una maggioranza (per ora) capace di condurre il Paese. E i mercati tremano…

Dovevano essere le elezioni del cambiamento, dovevano chiudere un ciclo vizioso e segnare un radicale rinnovamento. Non è stato così e le elezioni politiche del 2018 hanno lasciato tutti con l’amaro in bocca. Sapevamo che non si sarebbe prodotta una maggioranza, o almeno un partito o coalizione vincente che avrebbe potuto governare da sé il Paese, ma non avremmo mai immaginato il crollo disastroso del PD, sceso dopo 30 anni sotto il 20% e di tutta la sinistra in generale. Così come un’affermazione così prepotente della Lega, che si afferma definitivamente come un “Partito Nazionale”, esteso in tutto lo stivale. Mentre, solo i poco attenti, non avrebbero potuto prevedere la definitiva consacrazione del Movimento Cinque Stelle.

Ma la cosa più chiara di tutte è che l’ennesimo boccone amaro è stato ingoiato dal Paese.

Dopo il 2013 siamo stati capaci di replicare un sistema in cui nessuno vince e tutti perdono.

Analizziamo dettagliatamente queste elezioni:

Partiamo dall’affluenza, 73% circa sia alla Camera che al Senato. Al contrario delle previsioni, che davano un forte calo dell’affluenza prima del voto, questa ha sostanzialmente tenuto rispetto al 2013 quando si attestò al 75%.

Elevata è stata la “volatilità elettorale“, cioè il dato relativo a quanti elettori cambiano partito tra un’elezione e un’altra, con un valore del 28%, il terzo più alto della storia repubblicana (dopo il 39% del 2013 e il 36,7% del 1994).

Un primo elemento di riflessione è la scomparsa (forse definitivamente) delle “regioni rosse”, quelle in cui era scontata la vittoria dei comunisti prima e del PD poi. Infatti l’Emilia Romagna e l’Umbria sono andate al centro destra e le Marche ai 5 Stelle, lasciando la sola Toscana al PD. Inoltre risulta sorprendente l’affermazione della Lega (tra 17-20% in queste regioni), risultati mai visti in regioni dove l’egemonia della sinistra risulta così radicata.

Un secondo elemento di riflessione è l’affermazione del Movimento Cinque Stelle al Sud, dove ha ottenuto schiaccianti vittorie, con risultati vicini al 50%. Simbolo del fallimento della politica di professione in una parte di Paese che da 150 anni chiede aiuto per emergere.

Invece non è una sorpresa che il partito più “attraente” per i giovani è stato il Movimento Cinque Stelle capace di affascinare il primo voto dei diciottenni, seguito dalla Lega. Al contrario il partito capace di attirare il voto degli over-65 è stato come sempre il Partito Democratico.

Passiamo ai risultati dei partiti e delle coalizioni;

Senza dubbio il Movimento Cinque Stelle ha ottenuto un risultato sensazionale, ben il 32%, 7 punti percentuali in più rispetto al 2013 e quindi 2 milioni di voti. Così i grillini si affermano come primo partito e guadagnano la palma di “vincitori morali” delle elezioni. Vincitori assoluti al Sud, e in generale di chi si è stancato della politica, il partito nato dal “Vaffa” dopo una flessione nel 2014 alle Elezioni europee si afferma come prima forza politica della Repubblica e supera il 30%, regalando una nuova speranza di cambiamento agli elettori.

Il centrodestra ha ottenuto il 37%, vincendo sulla carta le elezioni. Ma il vero vincitore di questa coalizione è solo uno: La Lega. Un partito che dalle ceneri delle elezioni del 2013, dove toccò il minimo storico del 4%, ha portato le sue preferenze al 17%, quadruplicandole. Infatti, il massimo risultato precedentemente raggiunto è stato il 10% di Umberto Bossi nel 1996 e alle Elezioni Europee del 2009. Ma mai un partito “regionale” aveva ottenuto un bacino elettorale così ampio e questo è stato possibile solo grazie alle trasformazioni operate da Matteo Salvini, leader della Lega. Trasformazioni che hanno portato questo partito ad essere il primo gruppo parlamentare del centrodestra, superando Forza Italia per la prima volta nella sua storia e il secondo alla Camera e al Senato grazie al successone ottenuto nel Nord Italia (soprattutto nell’uninominale), regioni che contribuiscono in modo decisivo alla distribuzione dei parlamentari.

Invece le note dolenti di questa tornata elettorale sono la sconfitta della sinistra (e la debacle del PD o meglio “PDR” – Partito di Renzi -) e lo scarso successo di Forza Italia.

Il Partito Democratico ottiene il 18,7%, il peggior risultato della sua storia, bisogna tornare indietro di 30 anni, al 1994 per vedere un risultato peggiore (Il PDS nel 1994, quando ottenne il 16,6%). Ma la cosa preoccupante è che 4 anni fa il PD ottenne uno stratosferico 40,8% alle elezioni europee del 2014, un successo eclatante che ha surclassato anche il Movimento Cinque Stelle (fermo al 21%) appena entrato nella scena politica italiana. Nemmeno il sistema dei collegi uninominali del Rosatellum ha potuto salvare il PD dalla total debacle (28 collegi vinti alla Camera e 14 al Senato). E alla luce di questi risultati i democratici sono la seconda forza della Repubblica in termini di voti assoluti e la terza/quarta per numero di eletti, giocandosi il podio con Forza Italia che ha ottenuto circa 5 punti percentuali in meno.

Anche Forza Italia è uscita con le ossa rotte dalle Elezioni Politiche 2018. Il Partito del Cavaliere Silvio Berlusconi passa in secondo piano nella coalizione di centrodestra, fermandosi ad appena il 14%, venendo scavalcato dalla Lega di Salvini, e perdendo la possibilità di avere l’ultima parola nella formazione di un nuovo Governo. Tutto ciò nonostante i sondaggi favorevoli che davano a Silvio Berlusconi e al suo candidato Antonio Tajani un ruolo decisivo in qualsiasi scenario post-elettorale, l’importante era avere FI come primo partito della coalizione.

Come nel 2013 con Scelta Civica di Mario Monti, anche cinque anni dopo un nuovo partito, creato dal nulla, si affaccia sulla nuova scena politica italiana giusto in tempo per le elezioni: Liberi e Uguali. E l’esito è lo stesso: una cocente sconfitta che spegne tutte le speranze del Presidente del Senato, Grasso, di essere il nuovo faro della Sinistra Italiana. Nato come fronte progressista della sinistra, con un “potenziale” elettorato stimato attorno al 10%, entra nella Camera e nel Senato grazie alla generosa soglia di sbarramento del 3% (dopo aver ottenuto un mediocre 3,3%). In ogni caso, non sarà in grado di costruire gruppi autonomi a causa della mancanza di parlamentari (secondo il Regolamento della Camera e del Senato per costituire un gruppo parlamentare ci vogliono 20 deputati o 10 senatori). Inoltre i risultati deludenti delle “sinistre alternative”, come Potere al Popolo (1,1%), fanno pensare che gli elettori abbiano optato più per un “voto utile”, quindi dare il proprio voto ad un partito sicuro di entrare in Parlamento, invece che votare un partito creato dal nulla che non ha dato abbastanza garanzie per essere credibile.

In poche parole, nonostante una coalizione vincente e un partito che stacca gli altri di circa 20 punti percentuali, non è possibile formare un Governo in tempi brevi. Siamo di fronte ad uno stallo controproducente. Di chi è la colpa?

Molti attribuiscono la colpa alla legge elettorale “Rosatellum” incolpandolo di non aver fabbricato una maggioranza parlamentare. Molte sono le accuse rivolte a coloro che l’hanno approvato come quella di aver volutamente elaborato un sistema che sfavorisca i partiti e premi le coalizioni, rendendo inutile la “scelta del popolo” a favore dei Cinque Stelle. Ma la tendenza naturale di un sistema elettorale di fabbricare una maggioranza avviene a delle condizioni che permettono ciò e in Italia non è stato possibile. Con una situazione “tripolare”(centrodestra, centrosinistra e Cinque Stelle)  non era possibile per nessun sistema proporzionale fabbricare una maggioranza, soprattutto in una votazione a turno unico. In un sistema maggioritario all’inglese sarebbe stato diverso, ma questa è una storia a sé, viste le differenze culturali, storiche e sociali che dividono i due Paesi.

Nemmeno il timore dei voti nulli e gli effetti suscitati dai candidati nei collegi uninominali hanno inciso più di tanto.

I POSSIBILI SCENARI 

Tenendo conto che secondo delle stime la coalizione di centrodestra dovrebbe avere 260 parlamentari alla Camera e 135 al Senato, il Movimento 5 Stelle dovrebbe avere 221 parlamentari alla Camera e 112 al Senato e la coalizione del Partito Democratico arriverebbe a 112 seggi alla Camera e 57 al Senato, cerchiamo di elaborare dei possibili scenari di Governo.

*A questi numeri vanno aggiunti 12 deputati e 6 senatori eletti all’estero, che non cambieranno in modo decisivo il quadro generale.

Scenario numero 1: Centrodestra+responsabili

Per raggiungere la maggioranza assoluta alla Camera al centrodestra servono circa 50 seggi, mentre al Senato ne servono almeno 30. E’ fantapolitica, lo ammetto, ma servirebbero parlamentari o gruppi che si formano dentro il parlamento contenenti individui fuoriusciti dal PD o dai Cinque Stelle (cioè quelli espulsi) che possano sostenere un governo di centrodestra guidato da Salvini. Questo è già successo in passato, certo, ma trovare almeno 80 parlamentari è pressoché impossibile.

Scenario numero 2: Centrodestra+centrosinistra

Un Nazareno “strano” in poche parole, poiché gli 80 parlamentari che servono al centrodestra per avere la maggioranza potrebbero arrivare direttamente da un accordo con il centrosinistra unito.Ma questa volta non ci troviamo di fronte due partiti come FI e Pd, ideologicamente quasi vicini, ma la Lega e il PD, diametralmente, ideologicamente opposti. L’abbiamo visto anche in campagna elettorale, dove Renzi si proponeva l’alternativa al “populista” Matteo Salvini. E nemmeno quest’ultimo credo sia d’accordo, visto che ha anche rifiutato qualsiasi ipotesi di alleanza “strane”. Matteo Renzi, dal canto suo, nel discorso tenuto alle ore 18.00 del 4 Marzo, dopo la batosta, ha annunciato di non voler fare alleanze con nessuno.

Scenario numero 3: Lega+Movimento Cinque Stelle

Uno scenario tutt’altro che impossibile, nonostante la campagna elettorale che ha visto i partiti scontrasi pesantemente. Inoltre sono gli unici due partiti “ad aver vinto” le elezioni ma a non poter governare. Anche i 5 Stelle non hanno i numeri nonostante l’exploit storico, visto che gli mancherebbero circa 100 seggi alla Camera e 50 al Senato. La Lega da sola non garantirebbe la maggioranza assoluta (si fermerebbero assieme al 49% sul 51 richiesto per governare) ma a quel punto qualche seggio attraverso delle negoziazioni si potrebbe tranquillamente ottenere. Ma non è semplice: per raggiungere un accordo il partito “minore”, la Lega, dovrebbe accettare alcune condizioni.

La prima condizione riguarderebbe la guida del Governo: la Lega dovrebbe rinunciarvi poiché non sarebbe il partito di maggioranza della coalizione. Potrebbe guidare un Governo di centrodestra, dove la Lega è il primo partito, ma non questo dato che leadership appartiene ai 5 Stelle.

La seconda condizione risponde ai principi del Movimento, poiché questo non vorrebbe macchiarsi con i responsabili della corruzione del nostro Paese e quindi non sarebbe mai disposto a cedere delle cariche di Governo alla Lega, ma questa dovrebbe solo limitarsi a garantire la fiducia al Governo monocolore Cinque Stelle. In poche parole la Lega dovrebbe solo fornire un appoggio esterno, rinunciando a ricoprire incarichi e vedendo solo parte del proprio programma realizzato. Fantapolitica.

Scenario numero 4: M5S+PD+LeU

Sembrerebbe questo lo scenario più credibile e quello che sta prendendo forma nelle prossime ore. Uno scenario che vede coinvolti il PD senza Renzi, contrario ad ogni alleanza, i Cinque Stelle che sarebbero pronti a offrire cariche ad ex gentiloniani (Minniti all’Interno per esempio) e Liberi e Uguali. Ma c’è un problema: la segreteria del PD è ancora nelle mani dell’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi. Senza contare poi che il PD e LeU hanno corso su piste parallele a queste elezioni proprio per i loro dissapori. Mentre i parlamentari guidati dall’ex magistrato Pietro Grasso hanno già fatto sapere di essere disponibili ad appoggiare, anche dall’esterno, un Governo Cinque Stelle.

Staremo a vedere anche perché secondo alcune indiscrezioni questa sarebbe la pista più probabile da seguire, con i Cinque Stelle che hanno aperto al PD e questi ultimi in procinto di accettare una collaborazione. Il tutto mentre La Lega e il centrodestra stanno a guardare nella speranza che salti tutto.

Siamo di fronte all’ennesimo stallo politico della Seconda Repubblica generato non solo dal tripolarismo che ha provocato una “crisi” di un sistema elettorale che al contrario ha retto meglio del previsto. Questa è solo una scusa, la scusa di coloro che necessariamente devono trovare un capro espiatorio, o di coloro che sono in malafede e fanno di tutto per imboccare gli elettori di bugie e false promesse.

La colpa di tutto ciò è di una classe dirigente che ha smarrito gli ideali sociopolitici che l’hanno da sempre contraddistinta. Una destra che non è più la destra in cui gli elettori si riconoscono e una sinistra che non esiste più da 30 anni, dallo scioglimento del PCI operato agli inizi degli anni ’90.

Una classe che ha smarrito il senso della propria posizione, cioè il contatto con gli elettori, l’ascoltare le loro richieste e assecondarle per il loro bene e di quello del Paese. Una politica che non è più politeia (governo della massa) ma è diventata un’oligarchia, un’èlite distante dalla gente comune di cui dovrebbe rappresentane gli interessi.

Una minoranza che promette tanto e non mantiene nulla.

E tutto ciò agli elettori non sta più bene.

E questo palese malcontento ha portato alla nascita di movimenti di protesta che nel corso degli anni hanno raccolto il bacino elettorale appartenuto alle destre e alle sinistre e sono entrati in Parlamento. La speranze per l’elettore stufo è quella che questi movimenti facciano il suo interesse, e ciò è tutto da vedere. Poiché non bastano solo le buone intenzioni e qualche slogan per fare politica, serve ben altro.

La maggior parte dei politologi credono che un movimento senza collocazione ideologica al potere sia la morte della politica e dei suoi principi, riassunti nella perenne lotta tra destra e sinistra. Altri invece credono che, visto il fallimento dei politici di professione, un partito che non si riconosce in nessuno dei due poli possa fare molto meglio. Ma queste sono congetture che passano in secondo piano visto che per ora ci sono cose più urgenti a cui pensare.

Dunque ben venga chiunque sia in grado di governare (come democrazia vuole).

Ma tralasciando tutto ciò, ovviamente, il buon italiano deve soltanto sperare che chiunque si siederà sulla sedia più alta del Consiglio dei Ministri possa fare l’interesse dell’intera Nazione, non solo del singolo.

 

il solito saluto

ildontatello

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