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Dov’è finito il rispetto per le istituzioni?

“Le parole di Conte? Mi interessano meno di zero”. Con tale frase potrebbe essere riassunta l’essenza di questo articolo. Sono queste le parole con cui il Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha liquidato l’informativa del suo Presidente del Consiglio sul caso Russiagate. Delle parole intrise di truce spavalderia che poco si addicono ad un ruolo di responsabilità istituzionale come il suo.

Dov’è finito il rispetto per le istituzioni? Dove son finiti i condivisi valori istituzionali che nei decenni precedenti hanno contraddistinto la nostra Repubblica? E’ davvero questa la fine delle istituzioni italiane?

Può essere ancora considerato “presentabile”, un Ministro della Repubblica che diserta continuamente sia le riunioni ministeriali che quelle europee e si rivolge con tono sprezzante e intimidatorio nei confronti del suo Presidente del Consiglio? Può esser ancora considerato adeguato un Ministro che non riferisce delle proprie malefatte (o presunte tali) davanti al Parlamento?

Possono essere considerati altrettanto presentabili dei senatori che, mentre Conte riferiva sul caso della Russia, ridevano sghignazzanti?

Il calo di “istituzionalità”

Senza addentrarci all’interno della produzione politica di questa legislatura, il calo di “istituzionalità” delle cariche politiche è evidente. Al di là dello stile del Presidente Conte, i ministeri son stati affidati a parolieri non in grado di reggere il peso della propria carica. A partire proprio dai due Vicepremier.

Il Ministero dell’Interno sembrerebbe essere diventato un bazar, al cui interno si “vendono etti di propaganda spicciola e crudele”. Un modo di fare che poco si addice ad un ministro. La campagna elettorale è finita ma l’attuale inquilino del suddetto dicastero non sembrerebbe essersene accorto. Al clima di permanente campagna elettorale si accompagna uno stile e un linguaggio totalmente opposto a quello che ci si aspetterebbe da un qualsiasi deputato/senatore della Repubblica.

Un linguaggio intriso di propaganda, scurrilità, violenza e incoscienza. Questa potrebbe essere non solo la descrizione del comportamento del ministro ma dell’intera classe dirigente da qualche mese a questa parte. Dall’inizio della più vuota campagna elettorale della storia alle ripetute cadute di stile degli attuali ministri. Da quello della famiglia a quello dell’interno, passando per le recidive crisi di governo che rendono sempre più evidente la cronica incompatibilità di due forze politiche che si ostinano ad andare d’accordo senza riuscirci.

Non son da meno anche i Cinque Stelle che, seppur condannando ripetutamente l’attuale sistema (quindi anche le sue regole), nel corso del tempo hanno cercato di adeguarsi allo stile istituzionale che contraddistingue le istituzioni politiche italiane. Una missione evidentemente non riuscita, se rapportata alle continue uscite fuori luogo dei ministri dall’inizio del mandato. Dall’accusa di “impeachment” nei confronti di Mattarella, senza sapere nemmeno cosa fosse, alla “manina nel decreto”. Senza contare la gaffe di Toninelli sul tunnel del Brennero, la quale si accompagna ad una serie di strafalcioni dentro e fuori le aule parlamentari. L’unica “consolazione”, sebbene non si sappia se questa sia positiva o negativa, i grillini si presentano senza veli, “così come sono”. Quindi, anche se peccano lo fanno in buone fede. Al contrario dei vecchi volponi della politica.

Ma le ripetute cadute di stile non si verificano solamente all’interno della maggioranza governativa. Anche all’interno dell’opposizione manca quel rispetto nei confronti delle istituzioni che ci si aspetterebbe da dei rappresentanti del popolo italiano. Durante l’informativa del Premier Conte, i parlamentari del Partito Democratico hanno passato tutto il tempo a ridere e sghignazzare, mancando profondamente di rispetto al rappresentate della maggioranza governativa.

Lega, Cinque Stelle e la crisi delle parole

Anche le ripetute crisi di governo non giovano all’immagine che le istituzioni offrono al pubblico. Dalla voce di un probabile incontro tra Salvini e Mattarella (per la prima volta nella storia non sarebbe il PdC ad incontrare il Presidente della Repubblica ma un ministro senza nessuna delega), subito smentito da entrambi i poli, ad un accordo tra Di Maio e Salvini per silurare l’unico individuo presentabile di questo esecutivo. Ma ormai gli italiani son così abituati a questi incidenti di percorso che nemmeno ci fanno più caso.

I ripetuti botta e risposta tra i due Vicepremier, accompagnati da minacce di sorta (come quelle su Siri o sulle autonomie), hanno, francamente, stancato gli italiani (secondo le ultime rilevazioni di BiDimedia).

Ma la mole di materiale insultante che la maggioranza di governo produce, si scambia, consuma, digerisce e dimentica, è ormai talmente grande da far dubitare che le parole abbiano ancora un peso. E se le parole delle istituzioni non hanno più un senso, di quali parole ci si potrà continuare a fidare?

La caduta di stile delle istituzioni si è accompagnata al cambio “di regime” che ha interessato l’Italia. Il populismo, almeno nelle intenzioni, si è abbattuto come un fulmine a ciel sereno sul dibattito politico e istituzionale italiano. L’evoluzione di quest’ultimo si è reso evidente nella già citata campagna elettorale delle precedenti elezioni. Le allusioni, le perifrasi e le contorte reticenze hanno lasciato spazio a “capriole, fetecchie, e piroettate” guidate dalla rivalità o dal risentimento.

Ma se i due leader sembrerebbero non riuscire a trovare, apparentemente un punto di incontro, contemporaneamente la maggioranza procede spedita verso l’approvazione del decreto sicurezza bis. Ieri, alla Camera il decreto sicurezza bis ha incassato 322 sì, provocando però, l’abbandono dell’aula da parte di Roberto Fico, in segno di protesta, e di 17 deputati grillini che hanno disertato la votazione. Nonostante ciò, il provvedimento proseguirà il suo iter al Senato, dove però sarà più difficile riuscire a spuntarla a causa della risicata maggioranza di cui il governo gode (164 seggi, appena 3 in più del necessario).

Il problema di fondo però è l’incoerenza che caratterizza le parole e i fatti di questo esecutivo. Le parole sembrerebbero aver perso di significato, poiché mentre Salvini e Di Maio si scambiano espressioni gravi e astiose sui social, i loro parlamentari, non senza qualche difficoltà, votano un provvedimento.

Il gioco delle parole, caratterizzato da continui insulti retrattili, prima o poi potrebbe sfuggire di mano. Anzi, è già accaduto, poiché la frase pronunciata da Salvini nei confronti delle parole del Premier, il quale si è addossato l’onere di fare quella che in una democrazia sana sarebbe normale “prassi” per un ministro coinvolto in un affare poco chiaro, è l’emblema del fatto che le parole non contano più niente all’interno delle istituzioni italiane, così come i ruoli ormai confusi e non più credibili.

ildonatello

Articoli citati (FONTI):

informazioneliberablog.com/quando-il-presidente-e-vulnerabile-cose-limpeachment

voce.com.ve/2018/10/26/361564/lottobre-caldo-italiano-tra-manine-bocciature-e-incontri

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