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Crisi di governo – E adesso? Cosa succederà?

L’ora X di questa crisi di governo scatterà alle 15 di oggi, martedì 20 agosto in Senato, quando il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, sarà chiamato a conferire le sue comunicazioni così come è stato stabilito dal voto sulla calendarizzazione della crisi della scorsa settimana e poi in caso di mancate dimissioni spontanee da parte del presidente, ci potrebbero essere le votazioni sulla mozione di sfiducia presentata tempo fa dalla Lega di Salvini.

Ci troviamo di fronte, quindi, alla più strana e imprevedibile crisi di governo della storia repubblicana. Una crisi nata dai capricci elettorali di un partito che, come si suol dire, ha fatto i conti senza l’oste, poiché, a ben vedere, sembrerebbe che il suo leader si sia già pentito della scelta fatta. I colpi di scena non mancano e non mancheranno e, come un anno fa, molto dipenderà dalla volontà dei grillini che, forti del 32% ancora presente all’interno del Parlamento, dovranno cercare di evitare altri errori dimostrando di aver imparato la lezione.

Il gesto dell’impavido Matteo, dunque, ha aperto una voragine governativa, l’ennesima nel nostro Paese, figlia dell’impasse istituzionale ormai diventato una costante della nostra politica e da cui fatichiamo ad uscirne.

Un gesto, comunque, dai mille epiloghi e dalle infinite conseguenze, non solo a livello politico-dirigenziale ma anche economico e sociale.

Com’è iniziata la crisi di governo

Prima di addentrarci all’interno del discorso in questione, sarebbe utile ripercorrere le tappe di questa crisi di governo, un pantano politico pieno di mille sfaccettature .

L’8 agosto, in piena estate, il Ministro dell’Interno e Vicepremier Matteo Salvini, in seguito al voto sul TAV che lo ha visto assecondare le opposizioni, ha invitato il Premier Conte a dimettersi. Di fatto, e non de iure, si è aperta una crisi di governo di natura extraparlamentare, cioè fatta emergere da un esponente dello stesso governo. Di norma, a seguito di questo “incidente”, l’esponente in questione si sarebbe dimesso, avrebbe richiamato i suoi ministri a fare lo stesso e avrebbe tolto la fiducia al governo ma, essendo questa (come già detto) la crisi di governo più strana della storia della Repubblica Italiana, niente di tutto ciò è ancora successo.

Di questa crisi di governo nata in spiaggia, il Premier Conte, da sempre l’unico in grado di intendere e di volere all’interno dell’esecutivo e uomo di grande spessore istituzionale, ha imposto la parlamentarizzazione della crisi, cioè di portare lo smacco salviniano davanti ai parlamentari per verificare se sussistono ancora le condizioni per portare avanti questo esecutivo.

Si diceva che la crisi di governo fosse nata ufficialmente sul voto del TAV e soprattutto sul fatto che Matteo Salvini, uomo del sì, si sia stancato dei ripetuti no dei Cinque Stelle. Una menzogna bella e buona che parrebbe essere stata mal digerita dagli stessi leghisti.

Il TAV rappresenta solamente un casus belli di Matteo Salvini per aprire l’ennesima voragine governativa, o meglio l’ennesimo vuoto di potere, nella storia della politica secondo-repubblicana. I Cinque Stelle, da sempre contrari all’opera, hanno cercato di salvare capra e cavoli proponendo una mozione, di cui già si conosceva il suo epilogo, per fermare i lavori. La Lega assieme al PD e a Forza Italia hanno bocciato tale mozione.

Salvini ha colto l’occasione per accusare il Movimento Cinque Stelle di non voler collaborare e soprattutto di “non voler sbloccare il Paese” e ha ufficiosamente aperto la crisi di governo, chiedendo a gran voce il ritorno alle urne.

In realtà, quella del TAV è l’ennesima ruggine nata in questo anno di governo tra i due azionisti di maggioranza. I rapporti tra Lega e Cinque Stelle, dopo un iniziale e prevedibile entusiasmo, non sono mai stati così affiatati, anzi. Le frizioni intergovernative erano all’ordine del giorno, tanto da riempire continuamente le prime pagine dei giornali.

Dopo il voto europeo, ragionando sulla base di un mero calcolo elettorale, Matteo Salvini si è convinto ad aprire una crisi di governo. In realtà, il buon Matteo, ha cercato più volte di indurre i grillini a farlo per lui ma l’impellenza di tornare al voto il più presto possibile per capitalizzare quanto raccolto, ha convinto il leader del Carroccio a fare di testa propria.

L’obiettivo dichiarato dal Vicepresidente del Consiglio è quello di dar vita ad un monocolore di centrodestra, passando per le elezioni, con la benedizione di Silvio Berlusconi e di Giorgia Meloni. Un governo che, secondo le ultime rilevazioni prima della pausa estiva, godrebbe della maggioranza assoluta dei seggi parlamentari.

Un piano, quello di Matteo Salvini, contrario a tutto quello che va annunciando all’interno delle piazze, il bene degli italiani, e in favore di meri calcoli politici ed elettorali o, chissà, giudiziari.

Andare al voto subito rappresenterebbe un suicidio per la stabilità dell’economia italiana. Per preparare il voto ci vorrebbero almeno un paio di mesi, compreso quello per preparare l’inutilissimo voto all’estero. Dei tempi biblici che non permetterebbero di preparare una manovra finanziaria importante, in grado di reggere l’urto dell’IVA (e scongiurare il suo aumento al 25,2%) trovare i danari per rifinanziare i provvedimenti cardine di questo esecutivo e soprattutto per imporre la sua voce in un’Europa che sta cambiando “gestione”.

In assenza di una finanziaria in grado di soddisfare i bilanci italiani ed europei, scatterebbe l’esercizio provvisorio e si ragionerebbe con il sistema dei dodicesimi. In poche parole, prenderebbe il via un “esercizio costituzionale” dei conti pubblici che destinerebbe un limite di 1/12 alla spesa pubblica, tenendo conto degli esborsi dell’anno precedente. In questo caso scatterebbe una clausola di salvaguardia, ormai entrata nel linguaggio politico e giornalistico italiano, che prevede l’aumento dell’IVA per tener fede agli impegni fiscali italiani nell’UE.

Sarebbe superfluo dire che l’aumento dell’IVA rappresenterebbe una Waterloo per i consumi e per l’economia italiana in generale. In Europa, invece, il nostro Paese potrebbe perdere la partita del Commissario per la Concorrenza, vedendosi assegnare una delega meno importante (come l’Industria o l’Agricoltura).

La volontà di Matteo Salvini di “staccare la spina al governo” pare esser stata interrotta dalle prove di dialogo tra il Partito Democratico e il Movimento Cinque Stelle, restii al ritorno alle urne e fortemente intenzionati ad infrangere sul nascere le intenzioni dei sovranisti. Un governo M5S-PD potrebbe mettere in minoranza il centrodestra unito, scongiurando un deleterio ritorno alle urne ma, al contempo, esporrebbe entrambi i partiti alle ire di coloro che hanno osteggiato, e continuano a farlo, un’alleanza tra i due partiti appena un anno fa.

Crisi di governo: le possibili soluzioni

Da quando si è votata la mozione sul TAV, è successo davvero di tutto. Nel giro di dieci giorni la politica italiana è stata letteralmente invasa da episodi al limite del ridicolo: infantilismi, accuse e ingiurie che hanno dipinto uno scenario istituzionale davvero impoverito e ridotto all’osso, e un dibattito politico altrettanto disgraziato.

Dapprima Salvini ha affermato di voler staccare la spina al governo Conte, ormai al capolinea, poi ha ritrattato. Dopo che le prove di dialogo tra i democratici e pentastellati hanno cominciato a prendere forma, lo sventurato Capitano ha iniziato a comprendere l’ingenuità del suo gesto e, tra una poltrona e l’altra, ha cominciato a “fare offerte “all’ex alleato Luigi Di Maio come se ci trovassimo all’interno del più squallido dei supermarket.

Gli scenari più probabili che potrebbero prendere forma all’interno di quello strano show, che una volta era la politica italiana, sono principalmente quattro (a meno di eventuali colpi di scena).

Prima ipotesi: elezioni anticipate

Era lo scenario più probabile, almeno all’inizio della crisi di governo. Quando il Carroccio ha ufficiosamente staccato la spina al governo Conte, l’8 agosto, le elezioni anticipate sembravano essere inevitabili, tanto che si è iniziato a discutere sulla data ancor prima di rimettere la questione all’unico individuo in grado di prendere una decisione sul da farsi: Sergio Mattarella.

Se domani il Presidente del Consiglio dovesse dimettersi autonomamente o essere sfiduciato, al Presidente della Repubblica non resterebbe altro che dare il via alle consultazioni che porterebbero alla nascita di un nuovo esecutivo o, se ciò non dovesse avvenire, allo scioglimento anticipato delle Camere.

Se la crisi di governo e l’infruttuose consultazioni sancissero lo scioglimento anticipato delle Camere prima della fine di agosto, le elezioni molto probabilmente ci sarebbero domenica 27 ottobre.

Il motivo per cui la strada per le urne avrebbe perso il suo fascino è imputabile ad una serie di motivazioni, tra cui due parrebbero quelle principali. La prima farebbe riferimento al fatto che soltanto due partiti sarebbero disposti a tornare alle urne (Lega e Fratelli d’Italia), forti del repentino aumento dei propri consensi (anche se eminenti esponenti hanno affermato che Salvini abbia perso l’8% nel giro di pochi giorni), mentre PD, M5S e Forza Italia, al di là dei proclami, riterrebbero un ritorno alle urne troppo rischioso per la propria sopravvivenza e opterebbero per un prosieguo della legislatura.

La seconda motivazione è quella più inquietante. Il Quirinale, il cui inquilino è uno dei massimi conoscitori delle prerogative costituzionali di un Capo dello Stato, sarebbe spaventato da un voto anticipato, soprattutto se dovesse avvenire in contemporanea con il varo della Legge di Bilancio e lo spauracchio dell’aumento dell’IVA.

Seconda ipotesi: governo Lega-M5S

Un’ipotesi che è stata ampiamente smentita da tutte le parti ma che nella politica dei voltagabbana resta sempre possibile.

Dopo le prove di dialogo M5S-PD, Matteo Salvini ha interrotto la sua propaganda post-crisi di governo, per tornare sui suoi passi, smentire le sue precedenti dichiarazioni e offrire nuove poltrone ai grillini per andare avanti. Un voltafaccia da manuale che i grillini hanno nervosamente rifiutato, tra un ghigno e l’altro come son soliti fare.

Naturalmente questo rimpasto, se caso mai dovesse verificarsi, porterebbe con se qualche conseguenza. Il primo a lasciare Palazzo Chigi sarebbe proprio Giuseppe Conte, malvisto al Ministro dell’Interno, seguito da ministri come Elisabetta Trenta e Giovanni Tria.

Questo potrebbe avvenire se i pentastellati presentassero una mozione a sostegno del governo, che dovrebbe essere votata anche dalla Lega, oppure se dopo le dimissioni del premier arrivasse un nuovo accordo. Un’ipotesi del genere, come già anticipato, è forse la meno probabile, anche a causa dell’esito dell’incontro tra i vertici del Movimento Cinque Stelle, Grillo compreso, che ha sancito l’assunto che Matteo Salvini non è più un interlocutore affidabile.

Terza ipotesi: governo M5S-PD

L’ipotesi di un governo giallorosso sembrerebbe essere quella più papabile. I giornali da giorni cercano di discutere e di mettere assieme i tasselli di questa strana alleanza che, a causa del diktat contrario di Matteo Renzi, è stata improvvisamente interrotta.

Le progressive aperture dell’una e dell’altra parte hanno trovato un Matteo Renzi rinvigorito dalla possibilità di risultare, ancora una volta, decisivo e un Nicola Zingaretti, neo-segretario del PD, totalmente contrario a qualsiasi inciucio e pronto a tornare alle urne assecondando i deliri salviniani.

Le tensioni interne al Partito Democratico, in barba a quel “richiamo all’unità” che caratterizzò le primarie di marzo, inficiano e non poco qualsiasi tentativo di dialogo con una controparte. Il confronto per la leadership tra Renzi e Zingaretti si gioca anche su questa probabile alleanza.

Il primo sfrutterebbe il sodalizio con i grillini per riprendersi il partito, poiché sarebbe l’ex Premier a intestarsi la soluzione della crisi di governo e a prendersi la scena. Il secondo, invece, con le elezioni eliminerebbe i parlamentari renziani, sostituendoli con deputati e senatori più mansueti. Entrambe strategie dettate da meri calcoli elettorali, con la differenza che la seconda potrebbe consegnare il Paese nelle mani di un centrodestra a trazione leghista.

I grillini, però, secondo le ultime dichiarazioni, non vorrebbero trattare con Matteo Renzi e Maria Elena Boschi, bensì con il PD “ufficiale”, con Nicola Zingaretti, il quale, però, ha chiuso la porta ad una riconferma di Luigi Di Maio all’interno della squadra di governo.

Comunque sia, stando ai sondaggi, l’unico modo per evitare una deriva sovranista con Salvini Premier, sarebbe quello di cercare a tutti i costi un accordo all’interno del Parlamento senza passare per l’elezioni. PD e M5S godrebbero della maggioranza assoluta dei seggi, mettendo così il centrodestra all’opposizione e interrompendo i sogni di gloria di Matteo Salvini.

L’esito della sfida a distanza tra Zingaretti e Renzi sulla leadership all’interno del futuro governo, sancirebbe (forse definitivamente) anche l’egemonia sul Partito Democratico. Chi vince si riprende il partito.

Negli ultimi giorni, però, son iniziate a circolare delle strane interviste ad eminenti politologi che affermano come Matteo Salvini avesse fiutato già da tempo l’odore di un accordo tra M5S e PD, come dimostrano anche le ripetute accuse del leghista nel corso di questo anno di legislatura. Secondo queste congetture Salvini avrebbe staccato la spina al governo, anticipatamente, per cogliere di sorpresa i grillini e i democratici, evitando anche di sottoscrivere la legge di bilancio che gli avrebbe fatto perdere la faccia.

Quarta ipotesi: governo istituzionale

L’ultima carta, in caso di mancato accordo tra PD e M5S, è quella del richiamo alla responsabilità da parte del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il voto in autunno, come detto, sarebbe uno spauracchio troppo grande per il Quirinale a causa dell’impellente e complessa Legge di Bilancio da varare.

Ma che sia un governo di scopo, tecnico o istituzionale poco cambierebbe poiché qualsiasi governo avrebbe bisogno di una maggioranza parlamentare pronta a sostenerlo.

Il raggiungimento di questo compromesso potrebbe interrompere l’attuale crisi di governo, rimandando il voto di qualche mese in nome di una responsabilità che l’attuale classe dirigente ha più volte sottovalutato e disatteso.

Per dovere di cronaca, è utile citare anche coloro i quali non sono per niente favorevoli ad un governo tra M5S e PD, poiché potrebbe risolversi in un’apologia salvinana la quale, grazie anche all’inettitudine di parte dei suoi elettori, potrebbe risultare una strategia vincente: Matteo Salvini potrebbe trovare un nuovo nemico in un “governo non scelto dagli italiani”. Siamo sicuri che l’alleanza tra M5S e PD possa anestetizzare l’ascesa di Salvini?

Il governo Conte “al varco” della crisi di governo

Comunque vada, al di là dei meri calcoli politici, elettorali e numerici, la parola ora spetta al Premier Conte e al Senato, chiamato ad esprimersi sulla base di ciò che verrà chiarito o annunciato. Non sono ancora chiare le intenzioni di Salvini, così come quelle dei suoi ex alleati che tra una smentita e una conferma hanno dimostrato di non avere ancora raggiunto la tanto agognata maturità politica.

La speranza, la stessa da un anno a questa parte, è che la Terza Repubblica, inaugurata con il millantato “governo del cambiamento” (d’opinione) non si risolva in un disastro per gli italiani.

ildonatello

FONTI E ARTICOLI CITATI:

https://www.informazioneliberablog.com/la-politica-al-tempo-del-web-e-dei-social-network/

https://www.tpi.it/2019/08/19/ultimi-sondaggi-politici-oggi-19-agosto/

https://formiche.net/2019/08/salvini-crisi-governo-gervasoni/

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