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Cosa sta succedendo a Hong Kong? Analisi di una situazione davvero delicata

Da diversi mesi per le strade dell’ex colonia britannica vanno quotidianamente in scena delle violente proteste che hanno paralizzato qualsiasi tipo di attività. Dalle metropolitane agli aeroporti, passando per l’economia. La borsa continua a scendere e i milionari sono preoccupati, la comunità internazionale pure e la Cina sta perdendo la pazienza. E’ una situazione davvero delicata, nata a causa di una legge controversa, quella sull’estradizione, che recentemente è stata ritirata dallo stesso governo.

Hong Kong è in subbuglio e per la prima volta la polizia ha sparato per uccidere contro i manifestanti, facendo un morto. Milioni di cittadini si riuniscono nel “Porto profumato”, non più per una legge, ma per la democrazia.

Ma come è iniziato tutto? E le cause sono davvero da ricercare in una legge o in una pretesa democratica?

Hong Kong, un pò di storia.

Hong Kong appartiene alla Cina ma di fatto è una zona amministrativa speciale, la quale gode di una forte autonomia. Ha una sua moneta, un sistema politico indipendente e una sua identità culturale. Questo rapporto di appartenenza “a distanza” è previsto dalla formula “una Cina due sistemi” con cui si indica la storica soluzione del 1997 per il ritorno dell’ex colonia britannica sotto la sovranità cinese, dopo che per 150 era stata un territorio sotto la giurisdizione di sua maestà.

Il sistema giuridico locale rispecchia ancora il modello inglese e insiste su due particolari: trasparenza e giusto processo. I principi sono garantiti da una Costituzione, la Basic Law, che si basa, ovviamente, sul common law e tutela diritti diversi rispetto a quelli previsti in Cina. Tra questi, ad esempio, c’è proprio il diritto a protestare. Non solo, ne sono previsti altri come la libertà di stampa e di parola. La legge stabilisce anche il grado di autonomia di Hong Kong eccetto in politica estera e in difesa. La Carta fondamentale, in più, afferma la salvaguardia dei diritti e le libertà dei cittadini “per 50 anni dopo la riconsegna alla Cina” (fino al 2047). Ma molti residenti sostengono che la Cina abbia già abbondantemente violato quest’ultimo punto.

Già qualche anno fa, nel 2014, l’ex colonia era stata scossa da alcune proteste durate più di tre mesi. La rivolta degli ombrelli era scaturita dalla decisione del Comitato Permanente del Congresso nazionale del popolo di Pechino di riformare il sistema elettorale di Hong Kong. La proposta è stata percepita come una limitazione dell’autonomia della regione, come ora con l’estradizione. Infatti, con il sistema scelto dalla Cina i candidati sarebbero stati “preselezionati” dal Partito Comunista cinese e sarebbero stati presentati alle elezioni. Gli attriti tra Hong Kong e la Cina sono, quindi, una “vecchia ruggine“.

Le motivazioni ufficiali della protesta

Ufficialmente i manifestanti hanno rivolto alcune richieste a Pechino, le quali vanno oltre il ritiro della legge sull’estradizione. Come anticipato nell’introduzione, il Primo Ministro di Hong Kong, Carrie Lam, ha ritirato la proposta di legge ma ciò non è bastato a placare gli animi. I cittadini chiedono anche le dimissioni di quest’ultima, un’inchiesta sulle brutalità commesse dalla polizia cinese a danno dei manifestanti e, infine, maggiori libertà democratiche.

L’importanza geopolitica di Hong Kong e le implicazioni internazionali delle manifestazioni

Secondo alcuni commentatori, le ragioni delle manifestazioni di Hong Kong sono più complesse. C’è innanzitutto, l’equilibrio fragile di un territorio che ha il futuro segnato. Si è già detto che nel 2047 il territorio tornerà integralmente a far parte della Cina, dicendo addio all’autonomia e soprattutto a quei diritti ora garantiti dalla Basic Law. Nei primi 22 anni Hong Kong, grazie alla sua particolare condizione, nonché alla sua posizione da collante tra Cina e resto del mondo, ha visto crescere la sua economia e il suo prodotto interno lordo. Per fare un esempio, il PIL pro capite di Hong Kong è di 46mila dollari americani (quello dell’Italia è 32mila, quello della Cina è 8mila). Questi dati, però, sono in netto contrasto con la realtà sociale che interessa l’ex colonia: le disuguaglianze sono enormi e circa il 20% della popolazione totale vive sotto la soglia di povertà.

Ma delle proteste delle donne filippine, dei lavoratori sottopagati e degli studenti senza futuro non hanno riscosso l’eco che questa manifestazione è riuscita a generare. La protesta di quelle donne, circa 300mila, considerate “inferiori” perché provenienti da altri Paesi, non riuscì a catturare l’attenzione dell’Occidente. Perché questa sì e quella no? Alcuni hanno azzardato una risposta che non si allontana molto dalla realtà, soprattutto se si tiene in considerazione l’importanza geopolitica della regione di Hong Kong. Perché non sono i poveri, o meglio non solo, a protestare.

Da questo punto di vista più che le libertà, ai miliardari che nutrono interessi economici molto forti, pesa fortemente il posizionamento dell’isola ai vertici mondiali del commercio e della finanza. Prima del 1997, sotto la Corona britannica, le possibilità di arricchimento erano illimitate e garantite e nessuno protestava. Dopo il 1997 il 27% delle transazioni commerciali da e per la Cina passava per Hong Kong, oggi solo il 3%. La piazza finanziaria di Shangai è cresciuta in modo esponenziale e la stessa Shenzhen, città satellite costruita al confine, ha acquisito gran parte delle lavorazioni manifatturiere (basti pensare che è la sede di Huawei).

Hong Kong è un centro importantissimo per l’economia internazionale e, dunque, soffre qualsiasi sconvolgimento in questo senso. L’ex colonia è una pedina, forse una delle più importanti, nel confronto globale tra le principali superpotenze, Cina e USA. Una partita non solo economica ma anche geopolitica e addirittura militare e in cui nessuno dei contendenti sembra aver preso atto dell’interdipendenza di tutti questi fattori.

In questo frangente c’è la questione del debito pubblico americano, in mano per quasi la metà degli investitori cinesi; così come ci sono i tentativi di Pechino di continuare a mantenere una crescita economica a due cifre anche quando i mercati sembrano saturi di prodotti cinesi e la crescita globale rallenta. Così i cinesi applicano quelle regole da Stato sovrano che gli USA adottano da decenni, e che prima di loro furono adottate dalle potenze europee: svalutare per restare competitivi. Nello specifico la Cina ha già cominciato a uscire dalla parità fissa per lo Yuan, e la sola fluttuazione permette di respirare all’intero sistema economico. C’è poi la questione del dollaro, dal 1919 la moneta principale per gli scambi internazionali e la volontà cinese di scalzare questo primato americano. Il peso e la portata di tali questioni aiutano a comprendere il perché l’agitazione del più grande centro finanziario d’Oriente è così importante.

Ci sono anche implicazioni territoriali al centro della protesta. Gli Stati Uniti dal 1958 sono formalmente impegnati a garantire la libertà di Taiwan, formalmente indipendente e rivendicata dalla Cina. Gli americani hanno disposto lì forze militari davvero importanti. Nello stesso Mar Cinese meridionale, Pechino ha avviato una delicata partita di rivendicazioni territoriali, in particolare sulle isole Paracelso, contese anche da Vietnam e Filippine e a questo proposito ha avviato un ambizioso programma di riarmo navale che ha costretto gli altri contendenti a mettersi sulla difensiva. I contenziosi sono aperti da decenni ma soltanto ora la questione sta diventando davvero “calda” e pericolosa.

Grazie a Donald Trump il multilateralismo che aveva caratterizzato la politica estera americana dopo la fine della Guerra Fredda ha lasciato il posto ad una visione bilaterale delle principali questioni mondiali. Ora ci sono accordi singoli, di dubbia efficacia, tra due nazioni. Per avere un quadro dell’inefficacia di questa politica basta guardare la situazione con la Corea del Nord, la quale in barba a quanto stabilito un anno fa, continua a sperimentare le proprie armi nucleari nel Mar del Giappone.

Cosa c’entra Hong Kong con questi scenari? L’isola e i Nuovi Territori sono presenti in ciascuno di essi e in questo momento sembrano essere il terreno su cui avviene uno scontro politico e finanziario, senza destare sospetti.

Se la nuova Guerra Fredda è soprattutto economica, la piazza di Hong Kong, sembrerebbe essere il campo di battaglia ideale.

Le conseguenze sull’economia

Vie di comunicazione bloccate, corsi universitari sospesi e scuole chiuse. Ora, però, anche il punto forte di Hong Kong sembrerebbe non aver retto l’urto delle proteste: l’economia. Nel quinto giorno consecutivo di paralisi l’economia locale è entrata in recessione tecnica. Nel terzo trimestre 2019 la contrazione è stata del 3,2% su base congiunturale, dopo lo 0,5% del periodo compreso tra aprile e giugno. Il governo, dopo aver preso coscienza di questi dati, ha nuovamente visto al ribasso le stime e per il 2019 prevede una contrazione del PIL dell’1,3%.

Sullo scenario, come anticipato, pesano anche le questioni internazionali tra Cina e USA, Brexit e Medio Oriente.

I campus universitari sono diventati campi di battaglia tra polizia e manifestanti. La situazione è fuori controllo e le imprese, i turisti e gli investitori paiono scoraggiati.

I manifestanti hanno ripreso il blocco totale e gli ennesimi voli sono stati cancellati. L’aeroporto di Hong Kong è uno degli scali più importanti del mondo e vale il 5% del PIL, il suo blocco, e la conseguente paralisi comunicativa, è stato un duro colpo all’economia locale.

La Cina continua a negare qualsiasi possibilità di risoluzione democratica e ha bloccato anche le elezioni distrettuali previste per il 24 novembre. Nessuno dei due contendenti pare voler cedere. Nel frattempo la situazione si fa sempre più delicata e anche fuori dai confini cinesi la tensione sta salendo. A Londra, la segretaria alla giustizia, Teresa Cheng Yeuk-wah è stata aggredita da sostenitori delle proteste e ha riportato una contusione al braccio. La polizia inglese ha aperto un’indagine.

La posizione del governo di Hong Kong

Il Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi-Jinping, in una dichiarazione ha affermato che da Hong Kong “esige ordine e disciplina”, facendo intendere che sarebbe pronto a tutto pur di riportare la situazione alla calma. I funzionari di Hong Kong e di Pechino sono sempre più critici nei confronti delle proteste, tanto che si sospettano “atti di terrorismo” che possono mettere in pericolo l’incolumità dei cittadini dell’ex colonia. Si parla di armi pericolose e crimini violenti nei confronti della polizia.

A queste dichiarazioni, Pechino ha risposto anche con i fatti. Da metà agosto la Cina sta ammassando al confine continentale con Hong Kong contingenti di truppe armate fino ai denti. Il momento per cominciare a negoziare, per Hong Kong, si sta avvicinando sempre più minacciosamente. Non si sa quanto, però, la Cina potrà forzare la mano con il suo principale centro economico poiché la situazione internazionale pare essere molto delicata. Non è una partita tra due contendenti, anche gli USA e, limitatamente, l’Unione Europea stanno a guardare nella speranza che la situazione si risolva in favore della piccola autonomia.

C’è il rischio che la Cina possa intervenire politicamente, facendo pressione sul governo locale, formalmente indipendente ma nella realtà completamente asservito nei confronti di Pechino, evitando così “l’invasione militare” e sostituendola con “intervento in nome della stabilità”.

La Cina è un Paese conservatore e di conseguenza preferisce imporre e non negoziare, soprattutto quando è consapevole della propria posizione. Le implicazioni sono molteplici e, per ora, nessuna sembrerebbe sorridere a Hong Kong.

ildonatello

ARTICOLI CITATI (FONTI):

agi.it/estero/hong_kong_proteste-5628175/news/2019-06-10

it.euronews.com/2019/09/04/hong-kong-la-leader-carrie-lam-ritirera-la-legge-sull-estradizione

ansa.it/sito/videogallery/mondo/2019/11/11/hong-kong-il-momento-in-cui-il-poliziotto-spara-al-manifestante_0c46767c-9fd0-4aea-9798-f0146dcf7b33.html

informazioneliberablog.com/la-nuova-via-della-seta-e-la-geopolitica-cinese-voci-fuori-dal-coro

limesonline.com/rubrica/ambizioni-e-realta-del-riarmo-navale-della-cina

https://www.agi.it/estero/hong_kong_recessione-6558481/news/2019-11-15/

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