Carlo Alberto dalla Chiesa, un vero Uomo di Stato – Pillole di Storia

Palermo, 3 settembre 1982. Sono circa le 21 di sera e due automobili stanno attraversando una via di Palermo intitolata a Isidoro Carini, uno storiografo palermitano dell’Ottocento. In un auto, un’Alfetta, c’è soltanto un uomo, Domenico Russo. Si tratta di un’agente scelto di Pubblica Sicurezza e fa da scorta a un uomo molto potente, un generale dei Carabinieri inviato nel capoluogo siciliano per compiere una grande missione. Il suo nome? Carlo Alberto dalla Chiesa.

Il generale, però, si trova nell’altra auto che stava attraversando la via, un’Autobianchi A112 beige. All’interno c’era anche sua moglie, Emanuela Setti Carraro, che guidava.Purtroppo, quella sera in Via Carini, Domenico, Carlo Alberto ed Emanuela non erano soli. Ad un certo punto una moto di grossa cilindrata, guidata da due loschi tipi, affiancò l’Alfetta e il passeggero cominciò a crivellarla con un AK-47. Contemporaneamente una BMW 518 raggiunse la A112 e da lì partirono 30 colpi di mitra. Emanuela e Carlo Alberto rimasero inchiodati ai sedili.

Emblematico fu lo striscione lasciato il giorno dopo la strage, in via Carini da alcuni cittadini che recitava: “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti“.

Dopo aver sconfitto il terrorismo rosso, Dalla Chiesa fu inviato a Palermo con pieni poteri, in qualità di Prefetto, per combattere la malavita. Ma da giorni andava lamentando la totale assenza di questi poteri. Abbandonato dalla politica e dai vertici dell’Arma, dalla Chiesa comprese tutta la fallacia di un’operazione che si presentava solo di facciata.

La mattina della strage, il generale aveva incontrato il console degli Stati Uniti, al quale, raccontò di essere rimasto solo, in una lotta contro i mulini al vento, rinchiuso in un ufficio in attesa di pieni poteri e con un telefono che non squilla mai. La sua delusione fu espressa anche sulla carta stampata, in un’intervista a Giorgio Bocca.

Ancora oggi la strage di via Carini non conosce mandanti, nonostante la mano mafiosa sia stata appurata. Dalla Chiesa fu un servitore dello Stato onesto e integerrimo. Uno dei migliori uomini a cui l’Italia abbia mai dato i natali. Ma fu anche l’ennesimo eroe celebrato post-mortem e che lo Stato non è riuscito a tutelare.

Da allora molte cose sono cambiate, altre, però, sono rimaste sempre le stesse. La politica non è riuscita ancora a trovare il coraggio di parlare di lotta alla mafia anche fuori dagli ambienti elettorali.

Nonostante a quello di dalla Chiesa sia succeduto il sacrificio di altri uomini dello stato, le collusioni restano e le delusioni prosperano. Alla politica il gravoso compito di far seguire alle vuote promesse elettorali i fatti e di restituire ai cittadini quella speranza che la strage di via Carini – e tante altre – ha cancellato. A noi cittadini, il dovere di far vivere la memoria del generale dalla Chiesa attraverso il ricordo del suo senso di giustizia, delle sue battaglie e delle sue idee, cose che nessuna strage potrà mai cancellare.

Pillola di storia a cura di Donatello D’Andrea

Fonte immagine: RAI

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