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Il gigante colpito: analisi dell’attentato di San Pietroburgo

Salve e buona domenica delle Palme a tutti. Oggi vorrei portare la vostra attenzione su un avvenimento (l’ennesimo) molto triste e di recente fattura: l’attentato di San Pietroburgo del 2 Aprile.

Mi limiterò a fare una breve analisi sull’accaduto. Buona lettura.

Innanzitutto cosa è successo e dove. A San Pietroburgo, nella Russia Europea, città che ha più cose in comune con Roma che con Mosca, infatti è chiamata “la Roma del Nord”. Con Putin in città, il pomeriggio del 2 Aprile nella metropolitana è esplosa una bomba che ha sventrato il vagone e ha catapultato decine di corpi sulla banchina. Inoltre gli artificieri della polizia russa hanno trovato un’altra bomba inesplosa (e l’hanno disinnescata) nella stazione di “Piazza della Rivoluzione”. Ci saranno 14 morti e 50 feriti (fonte il Sole 24 ore).

La reazione russa. Il gigante russo è da sempre soggetto ad attacchi terroristici provenienti da tutto il Medio Oriente, cioè da dove la Russia cerca di esercitare una sorta di influenza forzata. Dunque la popolazione, in un certo senso, ci ha fatto “l’abitudine” e ha elaborato una reazione standard a questi eventi formata principalmente da 2 elementi:

1) Una risposta senza “terrore”, poiché come ben sappiamo il primo obiettivo di un attacco terroristico è quello di creare paura e disordine nelle vite delle popolazioni colpite. Beh questo in Russia non succede, o perlomeno, non accade spesso.

2) Risposta efficientissima: gli aeroporti e gli altri servizi hanno riaperto in tempi impensabili per le altre città europee.

Secondo i servizi segreti l’attentatore è un ventiduenne del Kirghizstan, ma con cittadinanza russa. Secondo l’agenzia Tass, questo ragazzo era legato ai radicali islamici in guerra contro Damasco e contro Mosca. Ciò mi fa pensare alla pista della vendetta per l’intervento di Vladimir Putin in Siria affianco al dittatore Assad. Infatti l’ISIS (spoiler – la prossima puntata della mia rubrica settimanale riguarderà proprio lo Stato Islamico – ), ha più volte minacciato di voler “Bruciare la Russia”. E, cosa più inquietante, i miliziani dello Stato Islamico non avevano colpito nessuna grande città russa. Finora, appunto.

Sempre secondo i servizi segreti il ragazzo avrebbe portato con se una bomba tenendola in uno zaino (altri dicono che addirittura ce l’avesse in mano). I servizi segreti del Kirghizstan confermano l’identità del ragazzo, proveniente da Osh, dove sarebbe nato nel 1995. Secondo le telecamere di sicurezza il ragazzo avrebbe prima piazzato un ordigno, eludendo la sicurezza, e poi si sarebbe fatto esplodere in un’altra fermata della metropolitana (precisamente tra le stazioni di Sennaja e di Technologhiceskij Institut).

Dopo aver risposto alle cinque W giornalistiche, passiamo alla mia parte preferita: le ipotesi e le teorie che si possono ricavare da questo susseguirsi di eventi.

Ovviamente non mancano i fan delle teorie del complotto che tendono a sottolineare come questo attentato in San Pietroburgo sia una farsa elaborata ad hoc da quel cattivone di Putin. Infatti queste persone pensano che queste bombe siano state programmate da ambienti filo-governativi animati da una strategia della tensione e alla ricerca di compattare un’opinione pubblica a pochi giorni dalle proteste capeggiate dal leader dell’opposizione Navalny. Ma queste sono teorie che non stanno ne in cielo e ne in terra, poiché l’attacco era diretto a Putin, proprio nel giorno in cui si recava in visita alla sua città natale.

Il tentativo è quello di mettere in cattiva luce l’immagine dell’uomo forte dipinta in Putin nel controllare la situazione russa in tutte le sfaccettature. E i cittadini hanno perdonato e perdonano molto al loro leader ma non la debolezza, carattere mai verificatosi nelle persona dell’ex dirigente del KGB. Questi attentati sono mirati proprio per mettere in dubbio la solidità della Russia, a partire dalla sicurezza.

L’altra pista, come tutti immaginiamo, è quella del fondamentalismo islamico. E, in particolar modo, con la componente caucasica che ha già operato (e colpito con successo) in Russia. Infatti sono molti gli attentati che portano la firma caucasica. Ricordiamo quello di Mosca (Teatro Dubrovka) del 2002 e quello dove morirono più di 100 bambini (attentato di Belsan). Tra i fondamentalisti islamici caucasici, si distinguono in particolar modo i ceceni, che hanno il dente amaro con i russi da molti anni, precisamente dalla guerra russo-cecena (1994-1996). E molti altri ancora sono gli esempi di come questi terroristi ce l’abbiano con i russi (attentato di Volgograd – 2013). Tra essi si distinguono le shahidki (termine che significa letteralmente “martire”) che hanno compiuto attacchi suicidi in nome del Jihad islamico (sono note alla stampa come “vedove nere”).

A sostegno di questa tesi sono anche le minacce di Al Qaeda, dove indica l’intervento russo per la riconquista di Aleppo (l’esercito russo supportò quello di Assad per riprendere la città, facendo morire di fame la popolazione e bombardando a tappeto tutto ciò che si muoveva), e i modi in cui ha compiuto tale conquista, la causa che ha scatenato questa “vendetta”.

I Russi però sapevano che un intervento affianco dell’esercito siriano avrebbe provocato l’ira e il risentimento delle Repubbliche Caucasiche, da sempre filo-islamiche. E la brutalità dell’intervento ha costituito una spinta al risentimento nei confronti dei russi e in favore della causa della Jihad. Dati alla mano, le regioni caucasiche hanno fornito molti combattenti allo Stato Islamico.

C.V.D.

Queste sono le ipotesi da me formulate riguardo l’attentato e qui si conclude la mia breve analisi sull’ennesimo attacco ai danni dei civili, che con questa dannata (e strana) “guerra” non hanno niente a che vedere. Un pensiero alle vittime di questi brutali attentati.

Il solito saluto

ildonatello  09/04/2017

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