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A proposito di Bernie…

di DANIELA PIESCO

Il senatore del Vermont Bernie Sanders ha inscritto il suo socialismo democratico nel cuore della tradizione americana. Una storia che ha il suo perno nella filosofia politica di F. D. Roosevelt e nel suo scontro con alcuni dogmi del libero mercato, pur restando in un’ottica liberale: dal salario minimo alla settimana lavorativa di 40 ore, dalla contrattazione collettiva ai sussidi di disoccupazione e alla regolamentazione delle banche (si pensi al Glass Steagal act abolito nel 1999 da Bill Clinton). 

Tutti punti che furono descritti come socialisti e incompatibili con l’economia di mercato su cui era incentrata l’essenza americana, ma che andarono a fondare la classe media americana post-depressione.

“True freedom does not occur without economic security”, è il suo motto che riecheggia il “Necessitous men are not free men” di Roosevelt. La visione di Sanders è fortemente ancorata all’individualismo americano, ma con una distinzione che ricorda il dibattito nostrano tra liberali e falsi liberali.

Un parallelo che permette più di qualche assonanza con il pensiero liberalsocialista che va da Gobetti a Bobbio passando per quel momento fondamentale che è il manifesto del liberalsocialismo del 1940 di Aldo Capitini e Guido Calogero. Proprio quest’ultimo – che non a caso era fortemente affascinato dalla storia del Partito Democratico americano – approfondì il tema dell’inscindibilità e la reciprocità tra libertà politica e libertà economica, della giustizia sociale come uguale possibilità, uguale “chance” di vita su cui basare il libero mercato. 

Ne “Le regole della democrazia e le ragioni del socialismo” (1968), scriveva:“Come è un falso liberale colui che, sapendo che ogni ragazzo è giuridicamente libero di andare a scuola, crede che tutti i ragazzi siano effettivamente liberi di andarci e non si preoccupa di sapere se hanno i quattrini per farlo, così è un falso liberale colui che si preoccupa soltanto del fatto che tutti i cittadini abbiano pari diritto di voto, e non anche del fatto che abbiano pari possibilità di formarsi una cultura, di crearsi delle opinioni, […]. Chi, insomma dice che vuol difendere in primo luogo la libertà politica, perché solo questa potrà creare poi la giustizia sociale, e non scorge che c’è anche una giustizia sociale che è condizione essenziale della stessa libertà politica, non ha il diritto di dire che difende il valore morale della libertà di fronte al valore meramente economico della giustizia, perché in realtà non difende che una libertà dimezzata, cioè una morale a metà.”

E il binomio giustizia-libertà su cui batte Sanders è indirizzato nello specifico ad una middle-class che da anni assiste alla sua erosione, alla caduta verso lo stato di necessità.

La narrazione di Sanders sta cercando di smontare una certa retorica liberal nata con Obama. Una retorica che parla della rinascita della classe media; eppure oggi gli U.S.A. sono un paese in cui il 35% dei giovani è disoccupato (la disoccupazione reale è all’11,10% secondo fonte Trading Economics) o sotto-occupato e l’assistenza sanitaria è fuori dalla portata di milioni di americani.

Per questo Sanders ha rigettato al mittente le accuse in area dem di voler smantellare l’Obamacare. Il suo intento è invece quello di estenderla modificando la struttura stessa della riforma. L’idea è quella di creare un servizio sanitario single payer: una cassa unica finanziata dai prelievi fiscali sul modello canadese ed europeo che va ad eliminare tutte le forme di assicurazioni private e federali (tra cui rientrano Medicare e Medicaid). 

Nella politica di Sanders non c’è nessuna pulsione statale al governo della produzione, ma la ricerca del rawlsiano uguale punto di partenza: l’indipendenza economica come indispensabile all’esercizione della cittadinanza.

Piuttosto che un outsider democratico, Sanders sembrerebbe puntare a raccogliere il vuoto e la delusione lasciati da Obama, a mettere insieme i brandelli di quel Sogno Americano che dal Vietnam a oggi è man mano imploso nell’anima stessa degli Stati U.

In “La sfida più grande”, Bernie Sanders rivela il programma della sua campagna presidenziale per il 2020, prendendo spunto dalle lotte quotidiane che lui e i suoi colleghi progressisti hanno intrapreso negli ultimi due anni per contrastare l’agenda reazionaria di Donald Trump. 

Negli Stati Uniti, Sanders ha guidato la lotta per il diritto alla salute, per un salario minimo dignitoso per tutti i lavoratori, per i diritti dei migranti e per il controllo delle armi.

 Si è schierato con il popolo di Portorico, devastato dall’uragano Maria, così come con i veterani, gli insegnanti, le persone ingiustamente incarcerate e tutti coloro i quali sono troppo spesso ignorati dalla politica di Washington, più attenta agli interessi dei propri ricchi finanziatori che non ai bisogni del popolo americano.

Sanders ha detto chiaramente che vuole reintrodurre forme progressive di tassazione ed elevare il salario minimo a 15 dollari l’ora.

Inoltre vorrebbe rendere gratuiti il sistema sanitario e il sistema educativo in un Paese dove la disuguaglianza nell’accesso all’educazione ha raggiunto livelli senza precedenti, smascherando l’abisso che separa le vite della maggioranza degli americani (da quelle di un’esigua minoranza), e i mistificanti discorsi sulla meritocrazia dei vincitori del sistema.

Bernie Sanders è l’ala sinistra del ‘possibile’.

Del possibile perché un anziano di 78 anni ha  entusiasmato soprattutto l’elettorato più giovane.

Del possibile perché In Sanders i giovani hanno visto un candidato lontano anni luce dal funzionamento corrente dell’economia e della società. 

Perché ha fatto tremare l’establishment, e ha rischiarato il plumbeo orizzonte delle sinistre mondiali. L’esito era segnato, ma questa scossa ha dato un segnale chiaro, ha fornito un’indicazione nitida per un possibile percorso alternativo. 

La sua autobiografia politica prese  il via nel  1980 quando  fu eletto e divenne sindaco di Burlington cittadina dello stato del Vermont.  

Fu rieletto per altri tre mandati (biennali), fino al 1988, quando si candidò come indipendente a deputato al congresso degli Stati Uniti a Washington.

Le elezioni del 1988 Sanders le perse di misura, ma poi vinse le successive nel 1990 e fu rieletto per altre sette volte consecutive, l’ultima nel 2004: il mandato dei deputati degli Stati Uniti è biennale, mentre quello dei senatori dura sei anni. 

Senato a cui nel 2006 Sanders si candidò  e – ancora contro ogni previsione – vinse col 55% dei voti:  il Vermont era stato una roccaforte repubblicana per oltre un secolo e mezzo.

Sanders è stato rieletto con un margine ancora superiore nel 2012, ed è storia presente l’incredibile cavalcata nei primi quattro mesi della campagna per la nomination democratica alle elezioni presidenziali del 2016.

Del possibile, ancora, perché  Sanders è nato nel 1941 a Brooklyn, New York, da genitori ebrei emigrati dalla Polonia, il padre venditore di vernici. Contrariamente al luogo comune, negli Stati Uniti è forte e diffuso un pregiudizio sugli ebrei, come su altre minoranze: come i discendenti di italiani e greci, gli ebrei possono essere governatori, senatori, sindaci, ma non Presidenti degli Stati Uniti.

In 240 anni di storia americana, Sanders è il primo ebreo che abbia mai vinto una primaria per la nomination presidenziale.

Inoltre, Sanders non appartiene a nessuno dei due grandi partiti: i tentativi di fondare un terzo partito sono sempre stati respinti e neutralizzati. i vari candidati «indipendenti»  hanno sempre avuto vita difficile, proprio per le regole elettorali studiate apposta per mantenere saldamente alle redini della politica USA il duopolio democratico/repubblicano, non ultimo il sistema rigidamente uninominale.

Ma vi è un’altra ragione per cui Bernie è l’ala della sinistra possibile ed è la coerenza delle sue posizioni: non ha mai votato a favore della guerra in Iraq. A differenza di Barack Obama, che promise  di chiudere Guantanamo.

Sanders ha sempre tenuto un linguaggio che ricorda quello di Franklin Delano Roosevelt:

“Io non voglio l’appoggio di McAdam, Immelt e i loro amici miliardari, ben venga il loro disprezzo – I welcome their contempt”.

Come non ricordare le frasi che 80 anni prima aveva pronunciato  F. D. Roosevelt nel comizio di chiusura della sua campagna elettorale del 1936? «Noi abbiamo dovuto combattere  con i vecchi nemici della pace, con i monopoli industriali e finanziari, con la speculazione, con la spregiudicatezza bancaria… costoro avevano cominciato a considerare il governo degli Stati Uniti come una mera appendice dei propri affari.E noi sappiamo che il Governo del denaro organizzato è pericoloso esattamente quanto il governo del crimine organizzato. E mai prima nella nostra storia queste forze sono state tanto unite contro un candidato come sono schierate oggi.Sono unanimi nell’odio nei miei confronti – and I welcome their hatred. Ben venga il loro odio

E allora diventa possibile e non più “incredibile” che un socialista si candidi  alla Casa Bianca.

Che un  ebreo in corsa, nella storia Usa, rifiuti  i finanziamenti dei grandi donatori, delle lobby e di Wall Street, presentando un programma di cambiamento radicale, una vera e propria “rivoluzione politica”,  dalla parte dei giovani, dei disoccupati, dei lavoratori, della classe media impoverita dalla crisi.

Vedremo come andrà a finire.

Daniela Piesco, giornalista.

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