Crea sito

1972-2020: il divario tra Nord e Sud e una profezia tradita

Un articolo pubblicato il 13 settembre 1972 dal Corriere della Sera, quindi 47 anni fa, ebbe l’ardire di azzardare una profezia futuristica che nemmeno Nostradamus: “Il divario tra Nord e Sud sarà colmato nel 2020”. Tale ottimistica previsione, però, non era figlia della personale opinione di un titolista coraggioso bensì di un rapporto redatto per il Ministero del Bilancio, il quale sottolineò che lo sviluppo del meridione era avvenuto disordinatamente, “aggiungendo ai vecchi motivi di arretratezza nuove cause di disorientamento”. La pagina, inoltre, mostrava una fotografia dello stabilimento siderurgico dell’Italsider di Taranto (l’ex ILVA), il quale nel 1977 raggiunse proprio la sua massima estensione (territoriale e occupazionale).

Al 2020 mancano solo due giorni e il divario Nord-Sud non è stato ancora colmato. “Non è ancora tempo di stappare lo spumante”, anzi. Oggi le regioni settentrionali continuano ad essere economicamente più sviluppate e avanzate, rispetto all’intero Meridione dove lo sviluppo continua ad essere una chimera.

Al contrario, l’ultimo rapporto dell’Associazione SVIMEZ, cioè l’Associazione per lo Sviluppo Industriale del Mezzogiorno, ha fotografato una situazione poco rassicurante: dopo un triennio di sostanziale, seppur debole, ripresa (2015-2017), la forbice Nord-Sud, tra il 2018 e il 2019, è tornata ad allargarsi.

“Altro che divario colmato”…

Una congiuntura favorevole…Ma non per il Sud

L’argomento del divario tra Nord e Sud è stato già affrontato in questa sede due anni fa. Rispetto ad allora, è cambiato davvero poco: la questione meridionale resta aperta e tra le due macro-regioni italiane le differenze restano marcate.

Tra il 2015 e il 2018 l’Unione Europea fu protagonista di una flebile ripresa economica che, ovviamente, interessò anche l’Italia. Se l’Italia torna a crescere, torna a crescere anche il Sud. Infatti, nel triennio 2015-2017 il meridione riuscì a ridurre, seppur in modo minimo, il gap con il resto del Paese. I primi segnali di un nuovo rallentamento arrivarono proprio nella prima metà del 2018. Da allora, la forbice è tornata ad allargarsi.

Un altro dato, se possibile, rende il tutto più preoccupante: l’Italia è l’unico Paese, assieme alla Grecia, che non ha ancora recuperato i livelli pre-crisi. Inoltre, nonostante nel 2015 il nostro Paese sia tornato a crescere, la differenza rispetto al resto d’Europa è ancora evidente. Mentre la media continentale si è attestata attorno al 2%, l’Italia è rimasta incollata allo 0,9%.

Stando a quanto appena detto, il nostro Paese vive lo stesso divario Nord-Sud rispetto all’Unione Europa. E’ la classica storia del “doppio-binario”. Il divario è un problema italiano che si accentua proprio nel Meridione, una delle macro-regioni più povere d’Europa e la prima per corruzione. Quest’ultimo fenomeno, è uno di quelli che sta proprio alla base del ritardo economico, sociale e infrastrutturale del Sud.

Nel 2018, nel dettaglio, il Sud ha registrato una crescita del PIL di mezzo punto percentuale, rispetto all’1 del 2017. Il dato fa emergere una ripresa molto debole, la quale fotografa il divario relativo allo sviluppo tra le aree del Paese

A questi si aggiungono i dati sui consumi. Escluso il 2015, anno “magico” per la ripresa dell’intero Paese, grazie anche a fattori congiunturali come la chiusura del ciclo di fondi europei che hanno determinato una modesta ripresa dell’investimento pubblico nell’area, i consumi nell’area si sono ristagnati tra il 2016 e il 2017. Dallo 0,2% del meridione allo 0,7%, media del Paese. E mentre il Centro-Nord ha ormai recuperato e superato i livelli pre-crisi, nel decennio 2008-2018 i consumi nel Sud sono scesi del 9%.

A pesare sono soprattutto i deboli contributi dei consumi privati delle famiglie, ma soprattutto il mancato apporto del settore pubblico. La spesa per consumi finali delle amministrazioni ha segnato nel 2018 l’ennesimo “segno meno” (-0,6%), proseguendo sulla scia di quel 8,6% del decennio 2008-2018. Al contrario, il Centro-Nord, nello stesso periodo, ha registrato una crescita dell’1,4% nello stesso settore.

Nel Sud si investe poco e male, e a farlo non sono solo le famiglie ma anche le amministrazioni pubbliche.

Risulta che nemmeno in un periodo di congiunture favorevoli, come il triennio 2015-2017, la crescita del Sud Italia è stata tale da far registrare un deciso cambio di passo nella perenne lotta verso l’uscita dal suo stato di minorità sociale, economica e soprattutto infrastrutturale.

Meno investimenti pubblici più infiltrazioni mafiose

Anche lo Stato e le pubbliche amministrazioni hanno, ovviamente, le loro responsabilità. Gli oneri delle notevoli differenze di sviluppo tra Nord e Sud sono da attribuire in parte, in gran parte a dire il vero, alle varie amministrazioni, a tutti i livelli, che si sono susseguite nel corso degli anni. Miliardi di aiuti, non noccioline, sussidi e investimenti che nel giro di 30 anni non hanno portato ad alcun risultato. La situazione, se possibile, è peggiorata. Più di tre milioni di persone, tra giovani e meno giovani, hanno lasciato il Sud Italia, nonostante la mastodontica mole di aiuti che lo Stato ha elargito nel corso del tempo.

Stando ai dati del rapporto SVIMEZ, gli investimenti rimangono la componente più dinamica della domanda interna del Mezzogiorno: +3,1% nel 2018 al Sud e +3,5% al Nord. Questi dati positivi, purtroppo, non devono ingannare. La crescita si differenzia da micro-settore a micro-settore: a fronte della sostanziale fiducia nel settore edile (+5,3%), gli investimenti nel Meridione hanno subito un brusco calo all’interno delle imprese per quanto riguarda la modernizzazione o la sostituzione dei macchinari e delle attrezzature (+0,1% al Sud contro un +4,8% nel Centro-Nord). La volontà di investire delle imprese è ancora molto bassa, simbolo della poca fiducia degli operatori economici nel futuro del Sud Italia.

Ciò che continua a salvare il Sud dal baratro sono proprio gli investimenti privati, i quali al netto del peggioramento di quelli pubblici, erano riusciti a compensare le mancanze dello Stato.

Ma com’è possibile che quasi ogni anno vengono stanziati diversi miliardi per il Sud Italia da parte dei governi e alla fine la situazione non muta? Dove finiscono tutti questi soldi? Il problema non sono i soldi ma come vengono distribuiti.

Dunque, il vero problema delle risorse per il Sud è come queste vengono distribuite. Non è lo Stato a gestire direttamente dove, come e quando queste debbano essere utilizzate, bensì le amministrazioni locali all’interno del quale si celano, di continuo, infiltrazioni mafiose o reiterati fenomeni di corruzione. Forse, a questo punto, una delle tante concause del guado economico in cui sguazza il Sud Italia son proprio le risorse arrivate da Roma, le quali hanno fatto “cullare” una classe dirigente, inefficiente, collusa e corrotta.

Quindi, esiste una connessione tra risorse e malavita. Se questo dato venisse confermato, la modalità di distribuzione delle suddette andrebbe azzerata. L’Italia necessiterebbe di un diverso sistema di distribuzione dei finanziamenti tra Nord e Sud. Inoltre, lo Stato dovrebbe prevedere un omogeneo completamento degli asset infrastrutturali materiali e immateriali. Bisognerebbe superare tutta quell’inutile e dannosa trafila burocratica relativa al suddetto sistema.

La corruzione, però, non è solo una prerogativa mafiosa. La stessa interessa anche il settore privato e industriale. Appalti truccati, i quali presuppongono un uso sfrenato di accorgimenti inefficienti, hanno fortemente indebolito anche le politiche industriali.

Il tutto collocato in un sistema già moribondo di suo. Il risultato è scontato. Malavita, corruzione, malaffare, collusione e disinteressamento pubblico. Un mix esplosivo di inefficienza.

Nel 2018, tanto per aggiungere un altro dato, secondo la SVIMEZ sono stati investiti in opere pubbliche nel Mezzogiorno 102 euro pro capite rispetto ai 278 del Centro-Nord. Nel 1970, invece, erano rispettivamente 677 euro e 452 euro pro capite.

Il gap occupazionale e una nuova recessione all’orizzonte

L’occupazione è uno dei tabù più popolari del Mezzogiorno. La sua dinamica presenta una marcata inversione di tendenza rispetto al resto del Paese: sulla base dei dati in possesso della SVIMEZ negli ultimi due trimestri del 2018, gli occupati al Sud sono calati complessivamente di 107mila unità (-1,7%), a fronte di un aumento di 48mila unità (+0,3%) nelle regioni del Centro-Nord. Nello stesso arco temporale aumenta anche la precarietà al Sud: 84mila posti in meno (-2,3%). Al Nord, invece, la precarietà è diventata un mero ricordo per 54mila unità (+0,5%).

Per converso, i dipendenti a tempo determinato sono cresciuti di 21mila unità nel Mezzogiorno (+2,1%) mentre sono calati al Centro-Nord di 22mila (-1,1%). Resta ancora troppo basso, invece, il numero degli occupati di sesso femminile: nel 2018 appena il 35,4% contro il 62,7% del Centro-Nord e il 67,4% della media Europea.

Il gap occupazionale stimato dall’Associazione è davvero inquietante: nel 2018 è stato pari a 2milioni e 918mila posti di lavoro, al netto delle forze armate. In poche parole il Sud ha quasi tre milioni di lavoratori in meno rispetto al Centro-Nord. La metà di questi riguardano lavori altamente qualificati a capacità cognitive elevate. I settori in cui il Sud piange sono proprio i servizi (1,8 milioni di unità), l’industria in senso stretto (1,2 milioni) e la sanità (500mila).

Nella seconda metà del 2018 la situazione è peggiorata ulteriormente. La modesta crescita registrata all’inizio dell’anno ha lasciato il posto ad un sempre più marcato rallentamento dell’attività produttiva. Tale rallentamento ha fatto ripiombare il Sud nella recessione in cui lentamente stava cercando di uscire. La stagnazione del 2019 ha confermato tale impressione. Il PIL del Sud Italia è diminuito dello 0,3% ma l’occupazione, a fronte di una preoccupante crescita della cassa integrazione, è rimasta sostanzialmente uguale all’anno precedente. Anche il Centro-Nord non se la cava meglio: il PIL è cresciuto “solo” dello 0,3%.

Per il 2020, l’anno della colmatura del divario secondo il simpatico titolista del Corriere del 1972, la SVIMEZ prevede che il PIL meridionale riprenderà a salire, facendo registrare uno 0,4% a fronte di un aumento lieve dell’occupazione (+0,3%).

Il Centro-Nord, invece, godrà di un incremento del prodotto interno dello 0,9%, insufficiente per ridar lustro ad un’Italia che fatica ad uscire dal guado. Per il 2020 si prevede che l’intero Paese riporterà una crescita dello 0,8%.

Le cause di queste prospettive poco incoraggianti per l’economia italiana dipendono soprattutto dalla più ampia e importante congiuntura negativa del commercio mondiale, sottoposto a pressioni crescenti da parte delle superpotenze, dall’improvvisa fiammata protezionistica statunitense e alle forti tensioni tra i colossi. Per quanto attiene alla domanda interna, gli investimenti, secondo la SVIMEZ, subiranno l’ennesima brusca frenata, dopo l’aumento degli stessi indotto dagli incentivi di “Industria 4.0”. I prestiti alle imprese sono calati nei primi 4 mesi del 2019 a causa della disperata ricerca di fondi per finanziare gli altri provvedimenti del precedente governo giallo-verde, come il reddito di cittadinanza. Per avere un’idea solo nel Sud Italia i prestiti alle imprese sono diminuiti del 12%. La stessa associazione prevede che l’unico settore che non registrerà un segno meno saranno le costruzioni. Stazionaria la spesa per i consumi delle famiglie, anche se SVIMEZ non ha tenuto conto dell’impatto che alcune micro tasse potranno avere soprattutto a livello “percettivo”, come la sugar tax o la plastic tax.

Emigrazione e servizi: le “due chimere” del divario

Il divario tra Nord e Sud è stato fortemente influenzato, anche a livello emotivo, dal continuo fenomeno che incombe come uno spettro sulle regioni del Mezzogiorno d’Italia: l’emigrazione. Le persone che sono emigrate dal Sud al Nord nel periodo compreso tra il 2002 e il 2017 sono state due milioni, di cui 130mila solo nel 2017. Un numero incredibile. Di queste ultime 66mila sono giovani, quindi la metà, di cui il 33% laureati. Il saldo migratorio interno è negativo per 852mila unità.

La ripresa dei flussi migratori rappresenta la vera emergenza meridionale. Come può essere appetibile per gli investimenti una macro-regione che non riesce a trattenere le sue nuove leve, soprattutto se istruite? Come può il Sud rialzare la testa senza dei giovani pronti a combattere per questa causa? Sono più i meridionali che emigrano dal Sud per andare a lavorare/studiare al Centro-Nord o all’estero che gli stranieri immigrati regolari che decidono di vivere nelle regioni del meridione. In base alle elaborazioni di SVIMEZ, infatti, i cittadini stranieri iscritti nel Mezzogiorno, provenienti dall’estero, sono stati 64mila nel 2015 e nel 2016 e 75mila nel 2017. Invece i cittadini italiani trasferitesi definitivamente al Nord sono stati 124mila nel 2015, 131mila nel 2016 e 132mila nel 2017.

Questi numeri certificano che l’emergenza emigrazione dal Sud determina una perdita di popolazione, soprattutto giovane e qualificata, solo parzialmente compensata da flussi di immigrati, modesti nel numero e caratterizzati da basse competenze. Tale dinamica determina soprattutto per il Meridione una prospettiva demografica assai sconsolante di spopolamento, che riguarda in particolare i piccoli centri sotto i 5mila abitanti.

L’indebolimento delle politiche pubbliche sopracitato incide significativamente sulle qualità dei singoli servizi erogati ai cittadini. Il divario nei servizi è dovuto soprattutto ad una minore quantità e qualità delle infrastrutture sociali e riguarda soprattutto diritti fondamentali: sicurezza, istruzione, servizi sanitari e di cura.

Nel comparto sanitario vi è un divario già nell’offerta di posti letto negli ospedali per abitante: 28,2 posti letto di degenza ordinaria ogni 10mila abitanti nel Mezzogiorno contro i 33,7 del Centro-Nord.

Tale divario diviene ancora più grande nel settore assistenziale, nel quale il ritardo delle regioni meridionali riguarda soprattutto i servizi per gli anziani e gli indigenti. Infatti per ogni 10mila utenti con più di 65anni, solo 18 usufruiscono di assistenza domiciliare integrata con servizi sanitari al Sud (88 al Nord). Una statistica che diviene ancora più inquietante in Basilicata: 4 su 10mila. Mentre i posti letto nelle strutture residenziali e semi-residenziali, comprensivi degli istituti di riabilitazione, ogni 10mila persone (indigenti compresi) sono 73 al Nord e appena 21 al Sud (con record negativo in Sicilia 9 su 10mila).

Ancora più gravi sono i dati che riguardano l’edilizia scolastica. A fronte di una media del 50% dei complessi scolastici del Nord che hanno almeno un certificato di agibilità, al Sud gli stessi sono appena il 28%. Inoltre, mentre nelle scuole primarie del Centro-Nord il tempo pieno per gli alunni è una costante in quasi il 50% dei casi, al Sud tale percentuale scende addirittura al 15% con punte del 6,3% nel Molise. Le carenze strutturali scolastiche nel meridione, insieme all’assenza di politiche per le fasce più deboli della popolazione, determinano dal 2016 e per la prima volta nella storia della Repubblica, un peggioramento dei dati sull’abbandono scolastico. Il numero dei giovani che dopo le scuole medie preferiscono non proseguire gli studi ha raggiunto nel Sud quasi il 19%. Tali dati fanno emergere l’urgenza di un piano straordinario di investimenti infrastrutturali nel sociale del Mezzogiorno. Non solo per le scuole.

C’è un divario tra Nord e Sud anche al Sud

Il quadriennio 2015-2018 pur confermando una flebile ripresa del Meridione, non ha riguardato tutte le regioni del Sud Italia. C’è un forte grado di disomogeneità, sul piano regionale e settoriale, all’interno della stessa macro-regione.

Nel 2018 solo Abruzzo, Puglia e Sardegna sono state le regioni meridionali che hanno registrato il più alto tasso di sviluppo. Il “Nord” del Sud ha potuto conoscere questa ripresa grazie alle costruzioni che hanno rubricato un incoraggiante 12%. Vanno bene anche i servizi; ristagna l’agricoltura (-0,3%) assieme all’industria in senso stretto. Questo è il caso dell’Abruzzo.

In Puglia le costruzioni fanno da traino ma con una ripresa più contenuta rispetto al caso abruzzese (+4,4%). Al contrario crescono l’industria e i servizi. L’agricoltura arranca (-1%), un cattivo segnale per una regione famosissima per le sue coltivazioni. La Sardegna, invece, dopo diversi anni vissuti in negativo nel 2018 ha fatto registrare una ripresa nel PIL (+1,2%). Settori di traino sono i servizi e l’industria in senso stretto.

Anche le altre regioni hanno registrato “un segno più” accanto alla voce “crescita” ma questa è stata molto disomogenea, con la Campania che regge la palma di “regione più disomogenea d’Italia”, dove la crescita del PIL è passata dal 1,8% del 2017 allo 0% del 2018. Settori come l’agricoltura soffrono la carenza di investimenti, manodopera e la concorrenza dei servizi (che vedono nel Sud una sorta di “nuova Romania” – elevata corruzione ed elevata crescita dei servizi -), soprattutto in Sicilia (-4%)e in Calabria (-12%). E se la crescita in Abruzzo, Puglia e Sardegna è stata marcata in quasi tutti i settori e soprattutto è stata continua, nelle altre regioni del Meridione tali condizioni non si sono verificate. E lo spettro della recessione preoccupa…

Altro che divario colmato…

La prospettiva di un Sud che colma il suo divario col Nord Italia è ancora un miraggio e lo sarà ancora per tanto tempo. Se nel 1972 la fiducia era ai massimi storici e l’Italia si accingeva a superare il Regno Unito e diventare la quarta potenza economica mondiale, 47 anni dopo la realtà è molto diversa. Con una crisi terrificante non ancora alle spalle se l’Italia cresce poco, il Meridione non cresce per niente. Inoltre manca proprio quella fiducia da parte dello Stato e degli investitori che se negli anni ’70 avevano avuto il coraggio di portare a Taranto l’Italsider ora, gli stessi, stanno facendo a gara per lasciare quello stesso impianto. Basta guardare la vicenda dell’ex ILVA e di AncelorMittal.

Altro che divario colmato, i dati e lo studio dell’associazione che ha redatto questo resoconto fotografano una situazione diversa: il Meridione è una landa desolata che rischia lo spopolamento nel prossimo cinquantennio. Affinché ciò non accada serve coraggio, intraprendenza e soprattutto onestà. Politiche di sviluppo serie e sotto tutela statale sono un ottimo punto di partenza per evitare il peggio e correggere innanzitutto quel gap tra le stesse regioni meridionali. Poi, bisognerà evitare l’accentuarsi del divario interno italiano. Infine, quello con l’Europa.

La strada è lunga e lo Stato italiano, e di conseguenza i governi che si susseguono, giocano ancora ad ereggere dicasteri per il Sud che delegano il tutto a delle amministrazioni regionali rette da politici farlocchi e malintenzionati.

Il vero cambiamento passa per la politica ed oggi come allora la classe dirigente annaspa nel vano tentativo di divincolarsi dalle proprie responsabilità.

ildonatello

ARTICOLI CITATI (FONTI)

https://unsic.it/comunicazione/primo-piano/svimez-tra-nord-e-sud-italia-si-riallarga-la-forbice/

informazioneliberablog.com/problemidellitalianordesud

informazioneliberablog.com/lucania-amara-la-terra-dei-veleni

https://ilmanifesto.it/meridione-sempre-piu-povero-e-spopolato-ormai-e-alla-deriva/

Seguimi su Facebook: https://www.facebook.com/ildonatelloblog

Seguimi su Twitter: https://www.twitter.com/Ildonatelloblog

Seguimi su Twitter: https://twitter.com/InformazioneLi4

Seguimi su Instagram: https://www.instagram.com/informazione_libera.blog/

Segui la mia rubrica sul quotidiano “La Voce d’Italia”https://voce.com.ve/notizie/rubriche/leco-ditalia/

Segui il mio nuovo bloghttps://ilblogdelleidee.home.blog/

Seguimi sul quotidiano “Libero Pensiero”: https://www.liberopensiero.eu/author/donatello-d-andrea/

ArabicChinese (Simplified)DutchEnglishFrenchGermanItalianPortugueseRussianSpanish